I consigli di fabbrica a Torino nell’analisi di Piero Gobetti

Gobetti

Nell’ottica di una riformulazione delle categorie di rappresentanza democratiche in Italia, emerge nell’opera di Piero Gobetti una ricerca e una analisi precisa e puntuale dei nuovi strumenti politici tramite i quali si possa portare energia nuova al dibattito politico del paese.

Una particolare e positiva eccezione, che questo articolo tenterà di analizzare, è riservata al gruppo dell’Ordine nuovo di Torino e ai comunisti torinesi. Capiremo in pochi passaggi perché proprio ai comunisti torinesi e non tanto al neonato Partito comunista d’Italia. Una critica e un elogio torinese, ma che non per questo pecca di provincialismo e non per questo si limita ad una analisi contingente. Per il contesto della città di Torino negli anni Venti, della Torino socialista e operaia, rimando al volume di Paolo Spriano, che a lungo si è occupato di Gramsci, Gobetti e del PCI, dal titolo: Storia di Torino operaia e socialista (Torino, 1972).

Veniamo però alla riflessione gobettiana, che più ci interessa in questo momento. Analisi molto importante per una comprensione generale del Gobetti: in essa, infatti, si condensano almeno tre fondamentali elementi della generale critica ai meccanismi di rappresentanza liberale in Italia: 1) il ruolo della classe operaia, non rappresentata nonostante la sua fondamentale importanza; 2) l’insufficienza, nelle condizioni date, del sistema liberale classico; 3) il meccanismo di formazione di una classe dirigente che nasca da un sostrato di una classe sociale matura e consapevole del suo ruolo nella storia.

A Torino, per dirla con uno “scrittore comunista”, “il gigantesco apparato industriale sviluppatosi nel dopoguerra aveva creato un piccolo Stato capitalista con i suoi meccanismi di gestione e con i suoi equilibri”. L’accentramento industriale venne a creare l’accentramento operaio, e la “selezione degli spiriti direttivi” – afferma proprio Gobetti – all’interno della classe operaia fece sì che il processo di selezione della classe dirigente della stessa classe si sviluppasse molto più (e molto meglio) che altrove: questo fatto, congiunto alla presa di coscienza della necessità della classe operaia all’interno del processo di produzione, non poteva non avere delle conseguenze politiche.

In una situazione però così circoscritta e limitata – potremmo dire microcosmica –, senza orizzonte di sviluppo ideale per la lotta politica e al contempo senza effettivi rivolgimenti pratici dell’azione, due sarebbero state le strade possibili per il movimento operaio torinese: la confusa agitazione demagogica (rivendicazione di diritti, scioperi “astratti”, il tafferuglio politico che prevale sulla lotta per la rappresentanza di un blocco storico) e il pauroso ripiegamento retrivo del riformismo (uno dei maggiori nemici di Gobetti, che non a caso, provocatoriamente, si definisce “rivoluzionario”).

A Torino, però, accadde qualcosa di diverso, magistralmente descritto da Gobetti – che, a differenza di Gramsci, Tasca e Togliatti, motori intellettuali e politici di quel periodo, ha il pregio di vivere la situazione da “esterno”. Ecco che i “giovani dell’Ordine nuovo” riescono a sfruttare le condizioni del tempo per creare un organismo in grado di raccogliere tutti gli sforzi produttivi legittimi, aderendo plasticamente alla realtà delle forze storiche e “ordinandole liberamente in una gerarchia di funzioni, di funzioni, di valori, di necessità”: in sintesi, l’esperienza dei consigli di fabbrica della fine del secondo decennio del Novecento a Torino è frutto della fortunata compenetrazione tra condizioni economiche (con un profondo risvolto sociale) ed elaborazione teorica (con un profondo risvolto politico).

Continua a leggere – Pagina seguente


Indice dell’articolo

Pagina corrente: I consigli di fabbrica a Torino

Pagina 2: Lo “scatto rivoluzionario” di Gobetti


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora per i numeri 4,5 e 6? Tutte le informazioni qui

Studente di lettere classiche e allievo del Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Al di fuori degli studi classici, si occupa di rapporti tra intellettuali e potere, della narrativa di Pier Vittorio Tondelli e delle forme poetiche del XX secolo.

Comments are closed.