Contro la dialettica dello scontro tra Sciiti e Sunniti
- 19 Giugno 2017

Contro la dialettica dello scontro tra Sciiti e Sunniti

Scritto da Jacopo Scita

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Una lettura erronea della dialettica tra Sciiti e Sunniti

Negare l’esistenza e la profondità della frammentazione tra Sciiti e Sunniti sarebbe un paradosso. Le due correnti si formano e fronteggiano praticamente agli albori dell’Islam a seguito di una diatriba essenzialmente politica sulla natura della successione di Maometto. Il percorso storico ha senza ombra di dubbio solidificato il potere dei Sunniti, relegando la minoranza sciita in uno stato di più o meno forzata marginalizzazione e irrilevanza politica, almeno fino alla Rivoluzione Iraniana del 1979.

Se fino al Novecento è possibile, seppur adottando una visione comunque semplificatoria, intravedere nella diatriba tra Sciiti e Sunniti il principale cleavage all’interno del mondo mussulmano, è fondamentale riconoscere come la dissoluzione dell’Impero Ottomano e l’importazione in Medio Oriente dello Stato-Nazione abbiano introdotto una serie di nuove categorie e tensioni che hanno ridimensionato la cogenza politica di quella frattura storica. L’emergere di riferimenti ideologici maggiormente contemporanei, il pan-Arabismo prima e il pan-Islamismo poi, così come la politica definitasi attraverso la categoria dello Stato hanno probabilmente marginalizzato la dialettica Sciismo vs Sunnismo, relegandola ad una dimensione identitaria più contingente e malleabile.

La lettura totalizzante di questa dialettica si basa proprio sull’idea che essa sia la dimensione ontologica del continuo rigenerarsi di tensioni e conflitti in Medio Oriente. L’ISIS si inserisce in queste interpretazioni come ultima degenerazione violenta del Sunnismo – ma andrebbe detto del Wahabismo. È proprio Daesh ad essere il punto di contatto tra le letture “mediorientaliste” e quelle “internazionaliste” dello scontro tra Sciiti e Sunniti, anche come elemento di biforcazione tra le teorie analitiche e quelle più demagogiche e sentimentali. Le prime, infatti, tendono a leggere la contrapposizione tra Iran e Arabia Saudita come risultato della dialettica di cui sopra, agitando la bandiera di un disegno regionale e globale che tramite pratiche sia diplomatiche che violente (ecco il ruolo dell’ISIS come grimaldello saudita) ha l’obbiettivo di destabilizzare e destituire i governi sciiti in Iran, Siria e Yemen. Lo strumento retorico è dunque quello di rappresentare le due correnti come fazioni impermeabili e monolitiche, facendone il perno attorno a cui si sviluppa la struttura del confronto politico mediorientale. L’artificio regge fin quando non si amplia lo sguardo in senso storico e, soprattutto, in senso politico.

Le visioni demagogico-sentimentali, pur prendendo forma dalla stessa interpretazione, si trovano a fare leva proprio sul ruolo dei governi sciiti, quello Iraniano in prima battuta e quello di Bashar al-Assad subito dopo, di oppositori dell’avanzata di Daesh, e dunque ultimo baluardo contro le conquiste dei Mori Sunniti. Al grido di “nessun terrorista è sciita”, la grammatica dello scontro buoni e cattivi, trova nella dialettica Sciiti vs Sunniti la propria linfa vitale. In questo caso, quindi, l’analisi assume una pericolosa dimensione etica che intravede nella salvaguardia dell’Occidente il fine ultimo e non ha problemi a giustificare e assolvere ogni attore e mezzo che si adopera più o meno coerentemente per questa causa.

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Scritto da
Jacopo Scita

Classe 1994. PhD candidate in Government and International Affairs alla Durham University. Le sue ricerche si concentrano principalmente sulla politica estera iraniana, il Golfo Persico e la questione nucleare in Medio Oriente.

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