Contro la dialettica dello scontro tra Sciiti e Sunniti
- 19 Giugno 2017

Contro la dialettica dello scontro tra Sciiti e Sunniti

Scritto da Jacopo Scita

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Il punto di vista storico-politico: un sistema complesso di relazioni tra stati

Come sottolineato in precedenza, le letture che riconducono i conflitti mediorientali alla dialettica Sciiti vs. Sunniti tendono a proporre una visione atomistica e compartimentale delle due correnti. Tuttavia è sufficiente abbracciare una visione storica per poter notare l’esistenza di categorie politiche che trascendo radicalmente questa configurazione bipolare e che evidenziano ancora più chiaramente una complessità ben maggiore rispetto all’immagine di un Medio Oriente contemporaneo diviso tra Sciiti, Sunniti e Israele.

A partire dagli accordi Sykes-Picot la categoria dello stato-nazione è stata trapiantata e lentamente assorbita dal Medio Oriente. Se tanto si può discutere sulla compiutezza e sui difetti intrinseci degli stati mediorientali, sarebbe miope non notare come negli ultimi 70 anni questi abbiano sempre espresso una politica estera strutturata e rispondente a logiche strettamente moderne. Durante la Guerra Fredda il Medio Oriente ha sperimentato forse più di ogni altra regione al mondo la spinta del terzomondismo sovranazionale, sia in chiave pan-Araba e socialista, sia in quella pan-Islamica. Su queste linee si è essenzialmente sviluppato il tormentato rapporto tra gli stati della regione e l’asse Stati Uniti-Israele: Egitto, Iran, Iraq e Arabia Saudita hanno alternato momenti storici di avvicinamento e allontanamento da Washington, talvolta supportandone gli interessi e la retorica, talvolta rigettandone duramente l’ingerenza.

In questi termini è certo che l’evento più epocale è stata la Rivoluzione Iraniana del 1979. Nello spazio di qualche mese gli Stati Uniti si ritrovarono privi di quello che era stato per più di vent’anni un fedele vassallo nella regione e nell’OPEC. Ventisei anni dopo il colpo di stato anglo-americano che aveva rimosso il nazionalista Mossadeq, gli Iraniani inondavano le piazze della propria nazione al grido di “né con l’Oriente, né con l’Occidente, solo la Repubblica Islamica”. Tuttavia è proprio in occasione della guerra tra Iraq e Iran (1980-1988) che emerge un apparentemente curioso riavvicinamento: nonostante l’Ayatollah Khomeini avesse apertamente definito Israele il “Piccolo Satana”, fu proprio lo stato sionista ad offrire aiuto logistico a militare a Teheran. Contemporaneamente, gli stati del Golfo Persico davano appoggio a Saddam Hussein.

È proprio negli anni della Rivoluzione che nasce quell’asse internazionale che oggi è sventolato dai commentatori come prova provata del disegno anti sciita. Anche se Re Abdallah II di Giordania ha dato all’alleanza tra Iran e Siria il fortunato epiteto di “Mezzaluna Sciita” rimane il fatto che le enormi differenze ideologiche tra Teheran e Damasco -l’una alfiere di un pan-Islamismo teocratico e rivoluzionario, l’altra repubblica socialista, secolare e pan-Araba- fanno pensare ad un recupero della identità sciita comune agli Ayatollah iraniani e agli Assad, e da questi ultimi semplicemente utilizzata come strumento di gestione e aggregazione del potere, in funzione di interessi politici condivisi e contingenti.

In fine a testimoniare la complessità della politica internazionale del Medio Oriente è fondamentale ricordare il cambio di postura avuto dall’Iran dopo la morte di Khomeini. La somma della fine della Guerra Fredda, lo scoppio della Seconda Guerra del Golfo e l’elezione di Khatami alla presidenza dell’Iran segnano una convergenza verso la messa in sicurezza del Golfo Persico, stimolata dalla crescente importanza dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC) e dal riavvicinamento culturale, politico ed economico tra Teheran e i paesi del GCC (Gulf Cooperation Council). Memorabile fu la storica visita del ministro degli interni saudita a Teheran nell’aprile del 2001.

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Scritto da
Jacopo Scita

Classe 1994. PhD candidate in Government and International Affairs alla Durham University. Le sue ricerche si concentrano principalmente sulla politica estera iraniana, il Golfo Persico e la questione nucleare in Medio Oriente.

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