Contro la dialettica dello scontro tra Sciiti e Sunniti
- 19 Giugno 2017

Contro la dialettica dello scontro tra Sciiti e Sunniti

Scritto da Jacopo Scita

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Tra Siria, crisi diplomatica nel Golfo e ricerca dell’egemonia: per una lettura politica

Questo breve excursus storico mette in luce un sistema regionale che interagisce attraverso dinamiche articolate e sicuramente non sempre dipendenti da contrapposizioni religioso-settarie. Insomma, è importante rendersi conto una volta per tutte che avere una visione naïf del Medio Oriente come un sistema medioevale costruito sul paradigma della guerra di religione e sul tribalismo sia assolutamente distante dalla realtà. Gli eventi degli ultimi anni sono effettivamente una prova chiara di questa affermazione.

L’insurrezione prima, e devastante guerra civile poi, siriana si è rapidamente trasformata in una guerra per procura in cui le potenze regionali e quelle globali si sono inserite con lo scopo di confrontarsi più o meno direttamente per affermare la propria egemonia regionale. Così da un lato l’Iran (e la Russia) sostengono le milizie di Bashar al-Assad per non arretrare le proprie posizioni di influenza diretta; dall’altro Arabia Saudita e Turchia (e Stati Uniti) armano i ribelli anti-Assad. A monte di questo confronto c’è indubbiamente la rivalità egemonica tra Iran e Arabia Saudita, reminiscenza dal punto di vista internazionale della dottrina Neo-Con, oggi rilanciata e legittimata dal discorso di Trump a Riad. Nel dramma siriano si inserisce poi l’ISIS che ha senza alcun dubbio le proprie radici ideologiche (e probabilmente non solo quelle ideologiche) nel Wahabismo saudita. È proprio la guerra a Daesh, priorità apparente di tutte le fazioni in Siria, ad essere il terreno di scontro di questa lotta tra potenze regionali e globali: dietro alla narrativa ufficiale sembra sempre più chiaro che l’ISIS sia lo strumento più adatto per perpetrare una strategia del caos che in questo momento di riassestamento storico giova a tutti gli attori.

La lotta per la supremazia regionale è essenziale anche nel comprendere la crisi diplomatica nel Golfo Persico. Qatar e Arabia Saudita non condividono solo l’unico confine terrestre della penisola qatarina ma anche la stessa ideologia religiosa, il Wahabismo. Nonostante queste affinità il Qatar si è sempre contraddistinto per una certa autonomia nella gestione dei propri affari esteri, uscendo dall’ombrello saudita soprattutto su due fronti fondamentali (tra i tanti che caratterizzano l’eclettica politica estera degli al-Thani): il sostegno alla Fratellanza Mussulmana e i buoni rapporti con l’Iran. La prima chiave di lettura è quella che spiega il coinvolgimento dell’Egitto di al-Sisi nella crisi diplomatica del Golfo: Doha ha sempre sponsorizzato la Fratellanza, anche tramite il network mediatico sempre più globale di Al-Jazeera, ed in particolare è noto come gli al-Thani fossero il principale finanziatore estero di Mohammed Morsi prima che venisse destituito dal colpo di stato dei militari egiziani. Il fardello dell’appoggio alla Fratellanza era indubbiamente il casus belli utile per unire un al-Sisi sempre più filo-USA e i Sauditi, i quali si sono sempre e senza troppi misteri proposti come alfieri di un Islam politico contrario e competitivo rispetto a quello dei Fratelli Mussulmani. Insomma, una lotta tra governi.

La congiuntura che ha reso il Qatar l’obbiettivo prevedibile di un’azione guidata dall’Arabia Saudita (per altro già vista nel 2014) tiene sicuramente conto dei buoni rapporti tra Doha e Teheran, indubbiamente favoriti dalla sostanziale condivisione tra i due paesi di uno dei maggiori giacimenti marittimi di gas naturale nella regione. Nonostante ciò resta problematico immaginare una lettura della crisi diplomatica al di fuori del regolamento di conti tra stati del Golfo e della richiesta saudita di una politica estera qatarina meno eclettica e indipendente: il Qatar ospita importanti basi militari americane sul proprio territorio, agisce in concerto con l’Arabia Saudita in Siria e, come fa notare il professor Arshin Adib-Moghaddam (Direttore del Centro di studi iraniani della SOAS, University of London), nell’ottica di una minaccia diretta di Riad a Teheran sarebbe stato più logico muovere contro l’Oman, sultanato storicamente molto più direttamente legato economicamente, culturalmente e politicamente all’Iran. 

Conclusioni

L’istantanea che si dovrebbe ottenere guardando il Medio Oriente contemporaneo è quella di un coacervo di stati che competono nel nome di una propria interpretazione della realpolitik. Gli aspetti identitari sono si fondamentali ma rimangono funzionali al perseguimento di interessi economici, politici e soprattutto di potere. Ecco che allora l’espressione dominante del politico nella regione non è quella dello scontro tra Sciiti e Sunniti, o tra Mussulmani e Sionisti, ma è lo scontro e la competizione tra stati. Stati che, a seconda dei casi, agiscono per massimizzare la propria sicurezza o per costruire ed esportare il proprio modello identitario. Questa configurazione è replicata a livello globale attraverso la costruzione di alleanze e strategie variabili che non hanno come oggetto il sostegno della corrente sciita o di quella sunnita in quanto tali, ma piuttosto la convergenza degli interessi contingenti dei governi coinvolti. In questa logica intravvedere in una fazione piuttosto che in un’altra una missione etica, soprattutto nella dialettica dello Scontro tra Civiltà, rischia di dare luogo a visioni distorte e analiticamente improduttive.

Uscire dal terreno della dialettica Sciiti vs Sunniti significa fare un passo verso l’ignoto, abbandonando il porto sicuro di una semplificazione affascinante e rassicurante, comprensibile e maneggiabile anche senza conoscenze approfondite, chiara e netta. Significa mettere da parte una visione etica distorta costruita sul bisogno di definire continuamente chi è buono e chi è cattivo: nello spazio di qualche anno l’Iran è passato dall’essere (ancora in modo semplificatorio) lo spauracchio dell’Occidente a diventare il mito/vittima di chi si oppone alle aberrazioni dell’americanismo in Medio Oriente. Così la Siria, così l’Arabia Saudita; così Israele, per alcuni alfiere della lotta a Daesh, ma anche alleato dei sauditi il cui legame con l’ISIS appare sempre più evidente. In sintesi, restituire complessità alla politica internazionale del Medio Oriente è il passo essenziale per comprenderne proficuamente le dinamiche.


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Scritto da
Jacopo Scita

Classe 1994. PhD candidate in Government and International Affairs alla Durham University. Le sue ricerche si concentrano principalmente sulla politica estera iraniana, il Golfo Persico e la questione nucleare in Medio Oriente.

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