“Contro-rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale” di Jan Zielonka

Zielonka

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La disfatta dei liberali secondo Zielonka

Del volume di Zielonka è bene evidenziare, a parere di chi scrive, più la prospettiva da questi suggerita – di cui abbiamo accennato qui sopra – che le analisi vere e proprie: in centocinquanta pagine, all’incirca la lunghezza del libro, risulta difficile affrontare con profondità tematiche di così alto rilievo senza cadere in approssimazioni e generalizzazioni. La prospettiva invece è singolare, soprattutto dal momento che si allontana da una letteratura sul tema vastissima e quasi unicamente orientata a deprecare i cosiddetti populismi: «Per tornare a splendere, i liberali dovrebbero ripensare la loro visione della democrazia, del capitalismo, e dell’integrazione europea. Non basteranno la semplice predicazione di astratti principi liberali e la stroncatura costante degli oppositori antiliberali. Per tornare al centro della scena, i liberali devono cambiare i loro leader, perché coloro che hanno pregiudicato – o addirittura tradito – il progetto liberale non possono essere incaricati del suo rinnovamento. Soprattutto i liberali devono ammettere i loro errori, non solo per riguadagnare credibilità fra gli elettori, ma anche per capire dove vanno operati i miglioramenti» (p.42). Negli ultimi trent’anni le disuguaglianze sono aumentate, il ceto medio dei paesi occidentali ha visto i propri redditi stagnare, lo stato sociale così come si era configurato nel secondo dopoguerra ha subito un notevole ridimensionamento. Globalizzazione e nuove tecnologie hanno contribuito al senso di smarrimento e sradicamento territoriale che caratterizza la nostra epoca. Per comprendere la portata di questi processi bisogna anzitutto maturare un nuovo pensiero critico e, per quanto concerne i protagonisti degli ultimi trent’anni, anche autocritico, come suggerisce Zielonka.

La suggestione da cui muove l’analisi dell’autore è che siamo di fronte ad una «contro-rivoluzione», una reazione volta a smantellare quell’ordine che si è cristallizzato dopo la caduta del Muro di Berlino. La rivoluzione – termine usato da Ralf Dahrendford, autore delle Riflessioni sulla rivoluzione in Europa e maestro intellettuale di Zielonka, nonché destinatario della lettera nella cui forma si manifesta questo volume –  contro cui muovono queste forze è quella culturale, economica e geopolitica dal cui grembo è stata partorita l’Europa attuale, impietosamente tratteggiata dal professore come patria del neoliberismo, della deregolamentazione, di una politica sempre più configurata «come un’arte di ingegneria istituzionale anziché come arte di negoziazione fra élites e l’elettorato», di cittadini che «[devono] essere educati, piuttosto che ascoltati». Il nuovo ordine, continua Zielonka, si è instaurato in modo pacifico ed è stato sostanzialmente disegnato attraverso patti tra le vecchie e le nuove élite. È una critica di per sé condivisibile, anche se poggia più su intuizioni intellettuali che su solidi argomenti; interessante invece è l’immagine della contro-rivoluzione, che trascende i diversi colori e le diverse istanze dei partiti o movimenti che ne fanno parte, ma che poggia su un denominatore comune ben identificabile: il rifiuto delle persone e delle istituzioni che hanno guidato l’Europa nell’ultimo trentennio. «Sotto attacco non è solo l’Unione Europea, ma anche altri simboli dell’ordine attuale: la democrazia liberale e l’economia liberista, la migrazione e una società multiculturale, “verità” storiche e correttezza politica, partiti politici moderati e media tradizionali, tolleranza culturale e neutralità religiosa» (p.5). Solo in questo modo è possibile sintetizzare l’anti-austerity di Syriza in Grecia con l’anti-immigrazionismo della Le Pen in Francia, e così via, in un mosaico che ricopre gran parte della mappa politica europea.

Zielonka non vuole con questa aspra critica sdoganare i movimenti che definisce contro-rivoluzionari, anzi, nell’introduzione lascia intendere tutta la sua avversione verso l’ordine che potrebbero costruire queste forze una volta smantellato quello attuale. Il suo messaggio è rivolto ai liberali: innanzitutto, a seguito delle trasformazioni, anche tecnologiche, che stiamo vivendo, è necessario per un nuovo progetto credibile riconsiderare la relazione fra demos, telos e kratos, anche attraverso lo strumento di Internet e comunque considerando l’importanza delle regioni e delle città nell’articolazione del potere delle reti globali. Vi è poi la necessità, sostiene Zielonka, di un cambiamento radicale che poggi sulla riconquista di tre termini: uguaglianza, impossibile da perseguire senza uscire dall’attuale gabbia del sistema neoliberista, comunità, perché è imprescindibile una narrazione volta a tutelare il bene comune e non solo l’individuo nella sua singolarità, e infine verità, intesa come capacità critica e onestà intellettuale per capire il presente, la complessità e gli interessi dei cittadini, nonché per trovare soluzioni concrete alle sfide del ventunesimo secolo.

In particolare, la sfida più importante è quella contro l’attuale sistema neoliberale, nato negli anni Ottanta e responsabile, secondo l’autore, della lenta e inarrestabile erosione del tessuto sociale: «La disuguaglianza sta aumentando […] il denaro pubblico è usato principalmente per aiutare grandi banche multinazionali, e non invece i piccoli imprenditori in fase di decollo o i ricercatori che inventano nuove tecnologie […] I governi sembrano determinati a dare un giro di vite sulle indennità di disoccupazione, ma non sugli enormi bonus di amministratori delegati o Ceo» (pp. 67-68). Dinanzi a questo drammatico scenario, Zielonka invita i liberali ad uscire dall’idea – portata avanti da quelli che il professore battezza come politici, giornalisti e banchieri mainstream – che non vi sia alternativa al dogma del libero mercato, mentre tutto il resto è stigmatizzato come irrazionale ed irresponsabile; con questa continua stigmatizzazione «i neoliberisti hanno potuto definire la nozione di normalità, che è la definizione perfetta del predominio ideologico sopravvissuto al crollo finanziario senza significative alternative in vista» (p.74) e che va, secondo l’autore, combattuta proponendo valide alternative.

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Classe 1997, di Udine. Studia giurisprudenza presso l'Università degli studi di Trieste. Su Pandora scrive soprattutto di teoria politica e trasformazioni socioeconomiche, con particolare attenzione alle anomalie del capitalismo contemporaneo, all’impatto delle tecnologie nel mondo del lavoro e nella società e ai problemi socioculturali della globalizzazione.

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