Il futuro della cooperazione. Intervista a Paolo Venturi
- 08 Febbraio 2019

Il futuro della cooperazione. Intervista a Paolo Venturi

Scritto da Andrea Baldazzini

11 minuti di lettura

Pagina 2 – Torna all’inizio

Le sfide più urgenti per la cooperazione

In un articolo dell’estate scorsa scritto a quattro mani insieme a Flaviano Zandonai, ha affermato che la cooperazione sociale «è arrivata al suo terzo tempo». Potrebbe spiegarci cosa rappresenta questo terzo tempo? In che modo ciò si lega con quanto detto in precedenza e con le sfide che la cooperazione si troverà ad affrontare nell’immediato futuro?

Paolo Venturi: Il concetto di terzo tempo nasce dalla schematizzazione proposta da Henry Mintzberg relativa alle organizzazioni della società civile che si caratterizzano per la forte componente ideologico-valoriale.  Secondo Mintzberg la vita di queste organizzazioni conoscerebbe tre fasi. La prima è quella della nascita, in cui sono l’entusiasmo e la forte spinta motivazionale i fattori di traino (ed è qui che si realizza l’innovazione di prodotto, basti pensare all’origine del movimento cooperativo). La seconda fase è quella del consolidamento, in cui, nel caso specifico della cooperazione, l’organizzazione si afferma all’interno del contesto societario, legandosi per un verso al pubblico – l’esempio più chiaro qui è quello dell’esternalizzazione dei servizi – e per l’altro al mercato, arrivando a gestire intere economie. Purtroppo però questo l’ha spesso portata ad appiattirsi sul registro di queste due dimensioni rischiando di farla cadere in un isomorfismo con il quale verrebbe meno anche la sua funzione di alterità e terzietà. Il terzo tempo della cooperazione corrisponde dunque alla necessità del movimento cooperativo di riscoprire e rigenerare i suoi principi fondativi, ponendosi come attore capace di operare un’azione trasformativa sull’ambiente ed evitando qualunque subordinazione ad altre realtà o soggetti. Per entrare in questo terzo tempo è poi necessario compiere almeno tre passi:

1) Come già accennato il primo passo è la riscoperta degli elementi innovativi propri dell’origine del movimento cooperativo, per rilanciarli in un contesto totalmente nuovo come quello contemporaneo. Tra di essi i più rilevanti a mio avviso sono: la messa al centro dell’importanza del lavoro quale elemento fondativo della cooperazione, il che implica un impegno nel cambiare le sue logiche, nell’aprire le governance e nel vedere il socio come una persona con la quale non vi è una semplice relazione utilitaristica di scambio, ma la condivisione di una diversa idea di società, un impegno cioè a trasformare questa società unendosi con altri, collaborando e condividendo risorse e responsabilità. Se si parla con chi ha vissuto l’avvio del movimento cooperativo, il primo aspetto che viene alla luce è proprio la presenza di una motivazione originaria da tutti condivisa: quella di voler partecipare in maniera attiva, con il proprio lavoro, al processo di costruzione di una comunità diversa. Poi deve esservi la consapevolezza che l’innovazione non è fatta solo da nuove idee ma anche da nuove persone: la cooperazione necessita di aprirsi ai più giovani, al pensiero divergente, all’eterogeneità dei team, senza però nascondersi che ciò porterà alla luce nuovi conflitti, conflitti positivi e inevitabili se si vuole realmente fare un passo in avanti verso questo terzo tempo.

2) Il secondo aspetto riguarda la ridefinizione dei propri modelli organizzativi, accettando la sfida della cosiddetta open innovation, poiché la cooperazione di fatto è già una piattaforma plurale nella quale l’elemento tecnologico gioca un ruolo decisivo. Se non ci riuscirà faticherà a competere perché c’è bisogno di mettere in campo strategie ecosistemiche e uscire dai meri scambi mutualistici interni.

3) Il terzo aspetto riguarda l’educazione all’imprenditorialità. Occorre cioè riportare alla luce il valore di essere imprenditore e il significato del fare imprenditorialità sociale, aspetti questi oggi soffocati da un eccesso di managerialismo. Il cooperatore è di fatto un imprenditore che genera valore economico e relazionale, ma soprattutto che lo condivide con la comunità.

Una prima risposta dal versante istituzionale alle profonde trasformazioni che interessano i nostri sistemi di welfare nella loro complessità, nonché a quanto discusso in precedenza, e alle nuove esigenze più strettamente legate al mondo della cooperazione, sembra arrivata con la Riforma del Terzo Settore. Potrebbe darci un suo giudizio in merito?

Paolo Venturi: Il mio giudizio sulla riforma, ad oggi, è positivo, perché essa riconosce la terzietà di un mondo che prima aveva un riconoscimento solo di carattere socioculturale o tributario. Oggi invece è stato riconosciuto anche un suo diritto, quindi una sua identità, una sua autonomia e posizione all’interno del più ampio contesto societario. Questa riforma però di per sé non introduce alcuna rivoluzione, piuttosto la sua è una funzione di riconoscimento e accompagnamento di quelle trasformazioni e processi già in atto, che hanno interessato il terzo settore negli ultimi decenni. Per quanto riguarda più nello specifico la parte relativa alla cooperazione e all’imprenditorialità sociale, questa riforma ha costituito un risultato importante, perché in primo luogo dilata lo spettro delle opzioni imprenditoriali a finalità sociale, e tale pluralità sarà un fattore decisivo per l’evoluzione del movimento cooperativo nel prossimo futuro.

Purtroppo devo anche riconoscere che verso altri ambiti il soggetto pubblico dimostra ancora grande incertezza e speriamo non venga meno l’impegno dell’attuale governo a concludere l’attuazione della riforma. Non dobbiamo dimenticarci che il terzo settore eroga circa 22 milioni di prestazioni, coinvolge 7 milioni di utenti nella sola cooperazione sociale più altri 6 milioni di volontari, e bloccare una riforma del genere significherebbe creare un grave danno all’intero Paese. Ad ogni modo il vero passaggio verso un nuovo tempo della cooperazione, e più in generale del terzo settore, come già accennato anche in precedenza, lo faranno solo i comportamenti e le norme sociali messe in atto dalle organizzazioni e da tutti coloro che vi partecipano.

Continua a leggere – Pagina seguente


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora? Tutte le informazioni qui

Scritto da
Andrea Baldazzini

Classe 1992, laureato in filosofia contemporanea presso l'Università di Bologna, mi occupo di trasformazioni dei sistemi di welfare con particolare interesse per il Terzo Settore e il welfare di comunità. Presso la stessa università sono tutor del corso di alta formazione in Welfare Community Manager e collaboro con il Centro Servizi del Volontariato di Modena.

Pandora di carta

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]