Il futuro della cooperazione. Intervista a Paolo Venturi

Paolo Venturi cooperazione innovazione

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Cooperazione e innovazione secondo Paolo Venturi

I temi affrontati fin qui portano a far emergere un’altra questione di grande rilevanza che è strettamente legata sia alle macro trasformazioni del contesto societario contemporaneo, sia alle modalità di riconoscimento messe in campo dalle istituzioni verso le nuove soggettività e dinamiche che popolano il mondo del welfare. Qui sto pensando al tema dell’innovazione. Rispetto alla dimensione della cooperazione, da alcuni anni a questa parte, si è cominciato ad esempio a parlare di minoranze profetiche o di avanguardie riferendosi a forme cooperative sperimentali come le ormai famose cooperative di comunità, ma non solo. Ultimamente sono apparse ricerche anche rispetto a sperimentazioni di workers buyout, fondazioni di comunità e start-up sociali. Come descriverebbe lei la frontiera dell’innovazione nell’ambito della cooperazione? Chi sono i ‘nuovi imprenditori sociali’?

Paolo Venturi: Per risponderle vorrei fare alcune osservazioni riprendendo gli esempi da lei citati: workers buyout, fondazioni di comunità, cooperative di comunità e start-up sociali. Ebbene queste forme di imprenditorialità cooperativa agiscono e producono innovazione là dove c’è un fallimento dello stato o del mercato. Il primo esempio rappresenta un caso molto chiaro del fallimento dei meccanismi di fare impresa, al quale si è risposto con una riorganizzazione dei lavoratori, che recuperano il proprio TFR, si uniscono, cambiano le logiche di potere, passando dall’essere dipendenti all’essere imprenditori e grazie alla condivisione di una finalità comune e all’aiuto dell’ecosistema in cui sono inseriti rigenerano l’impresa. Se invece prendiamo il caso delle cooperative di comunità qui il punto d’inizio è il fallimento di un luogo, nel quale i servizi pubblici faticano ad arrivare e in cui anche le piccole imprese non trovano ragioni economiche per l’insediamento; allora si assiste all’autoattivazione delle comunità, che mettono in campo economie incentrate sulla valorizzazione di quegli stessi luoghi apparentemente poco attrattivi, ma che invece nascondono risorse e potenzialità. Dalla rigenerazione di un luogo nascono anche nuove relazioni tra chi li abita, il che innesca una catena virtuosa di produzione di valore, di condivisione, di nuovi investimenti che produce una concreta trasformazione nelle comunità. Le start-up sociali rappresentano poi un risposta a bisogni rimasti insoddisfatti, ai quali tentano di dare risposta i più giovani unendosi e realizzando un progetto imprenditoriale dove la componente tecnologica e digitale svolge un ruolo di primo piano e dove si punta molto sull’innovazione di prodotto. Tutti questi esempi ci dicono chiaramente che il ruolo della cooperazione deve essere anche quello di produrre un’innovazione di metodo che guardi tanto ai mezzi, quanto alle persone e alle forme organizzative, marcando la propria differenza precisamente rispetto alle modalità o ai metodi di trasformazione dei legami sociali in economie. Oggi ci siamo abituati a pensare che le economie nascano o da altre economie, come il sistema finanziario, oppure da logiche che poggiano sul mero interesse per profitto, mentre la cooperazione dimostra che ci possono essere altre motivazioni alla base dei meccanismi che generano valore, in primis economico, ma anche relazionale, culturale, ambientale e così via. È dunque importante avere ben chiaro che questo tipo di innovazione sociale deve essere trasformativo, deve cioè puntare a cambiare le regole del gioco mettendo in discussione i meccanismi e le logiche oggi presentate come le uniche possibili, dimostrando che un’alternativa è possibile.

Il tema dell’innovazione presenta però anche un lato più critico che non può essere omesso, soprattutto quando dietro la maschera dell’innovazione si nascondono vecchie forme di estrazione di valore. Restando ovviamente nell’ambito della cooperazione, vorrei dunque chiederle di affrontare brevemente i caratteri di ambiguità di certi casi che solo in apparenza risultano come innovativi.

Paolo Venturi: La discriminante che separa un’innovazione reale e positiva dal suo contrario, va ricercata nella distinzione fra dimensione inclusiva ed estrattiva della produzione. Nel caso di logiche realmente inclusive i soggetti partecipanti sono inseriti in processi capacitanti che riconoscono in primo luogo un valore alla persona in quanto portatrice di una propria identità e risorse, quindi non poggiano su una logica di mero scambio dove magari il servizio erogato è funzionale poi all’acquisizione di un qualcosa di ulteriore, come nel caso delle piattaforme sono i dati e le informazioni personali, che servono all’azienda per ottenere ulteriori profitti sfruttando l’utente-cliente e non condividendo con lui alcun vantaggio. È dunque importante prendere consapevolezza del fatto che il solo gesto di inserire principi di carattere cooperativo all’interno di progettualità già costituite non le rende necessariamente innovative. Riprendendo il caso delle piattaforme, dove le ambiguità e criticità sono chiare, il percorso da intraprendere a mio avviso non parte dall’inserire principi cooperativi all’interno di strutture tecnologiche, quanto piuttosto il contrario, ovvero abilitare l’opzione tecnologica a partire dai principi cooperativi. Di conseguenza il platform cooperativism lo vedo come un aumentare i principi cooperativi attraverso il digitale e non il contrario. Soprattutto in Italia dobbiamo prendere atto che la cooperazione è già una piattaforma, un’infrastruttura sociale, che deve trovare la forza per diventare piattaforma digitale, evitando di partire dal prodotto tecnologico ultimato, finendo così per spostare l’interrogativo sulle finalità sociali al termine del processo di creazione, quando invece dovrebbero essere le finalità sociali a orientare e fondare lo sviluppo di una struttura tecnologico-digitale. Per dirla ancora con altri termini, mi sento di affermare che è il principio mutualistico a dover precedere l’opzione digitale, nonostante oggi non possa esservi alcuna progettualità mutualistica efficace e impattante senza una forte componente tecnologico-digitale. Accettare dunque la sfida che il digitale pone, nel nostro caso specifico alla cooperazione, significa anche impegnarsi in una democratizzazione di interi spazi di mercato che altrimenti finirebbero nelle mani di grandi soggetti interessati esclusivamente al profitto. Innovazione dunque di mezzi, di prodotti, di fini, senza mai venire meno all’impegno di adoperarsi per trasformare le logiche di sistema e le macro strutture, pensare infatti al bene comune e disarticolarlo dalle scelte di democrazia economica è una follia.

Un’ultima domanda: tenendo conto di tutto quanto è stato detto fin qui, ritiene ancora valida l’affermazione di Alfred Marshall che nel 1889 scrisse «La finalità ultima della cooperazione è dunque quella di civilizzare il mercato attraverso il cambiamento del carattere dell’uomo»? Ritiene insomma che la cooperazione possa realmente rappresentare un veicolo e un motore per innescare processi di sviluppo economico in grado di incidere concretamente sulle dinamiche produttive di un Paese come il nostro, e allo stesso tempo generare una trasformazione nel «carattere dell’uomo» mostrando una valenza che si potrebbe addirittura definire come ‘politica’ nel senso più generale di responsabilità per l’intera collettività?

Paolo Venturi: In precedenza ho accennato alla centralità del tema del lavoro per la cooperazione, ebbene, vorrei riprendere questo aspetto poiché ritengo che la cooperazione abbia certamente un ruolo politico e che esso si giochi proprio attorno al tema del lavoro. Il compito della politica per me risiede anche nel dare valore sia a ciò che dalla società emerge come domanda, sia a ciò che emerge come offerta, ovvero nel riuscire a combinare quanto è già disponibile e manifesto con quei vuoti che ancora vanno colmati e quelle difficoltà ancora da risolvere. In questo la cooperazione ha grande competenza e responsabilità. Un tale discorso, tuttavia, non può essere compreso appieno se non si parte dalla premessa che il lavoro, prima di essere un diritto, è un bisogno insopprimibile dell’uomo: è ciò attraverso cui l’uomo si realizza, è qualcosa in più della semplice fonte di reddito, è un elemento che, per riprendere Marshall, ne cambia sicuramente il carattere.

Impegnarsi dunque, nel ripensare le forme del lavoro, i suoi modelli organizzativi, nel democratizzare le economie, nel rigenerare le relazioni, i luoghi, condividendo il valore prodotto, significa assumere anche una funzione politica di primaria importanza alla quale il movimento cooperativo non può sottrarsi.

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Classe 1992, laureato in filosofia contemporanea presso l'Università di Bologna, mi occupo di trasformazioni dei sistemi di welfare con particolare interesse per il Terzo Settore e il welfare di comunità. Presso la stessa università sono tutor del corso di alta formazione in Welfare Community Manager e collaboro con il Centro Servizi del Volontariato di Modena.

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