La Corea tra crisi missilistiche e tensioni strategiche. Intervista ad Antonio Fiori
- 22 Maggio 2017

La Corea tra crisi missilistiche e tensioni strategiche. Intervista ad Antonio Fiori

Scritto da Lorenzo Cattani e Tiziano Usan

13 minuti di lettura

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Antonio Fiori sulle tensioni strategiche nella penisola Coreana

In aprile il vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence ha dichiarato che l’era della “pazienza strategica” (ovvero l’approccio alla Corea del Nord caratteristico dell’amministrazione Obama) è finita. Dato l’approccio molto più ostile e intransigente dell’amministrazione Trump, quali sono le prospettive per una distensione della crisi attuale e dei futuri rapporti tra Washington e Pyongyang.

Fiori: Questa è una domanda alla quale è ancora molto difficile rispondere. Prima di tutto a causa della natura incomprensibile ed erratica della postura americana, che rende a sua volta difficile, se non impossibile, prevedere quali saranno le mosse che Washington intende compiere nell’immediato futuro. Siamo passati da una presa di posizione iniziale molto rigida da parte della nuova amministrazione, che ha rischiato di condurre a un’escalation dagli esiti disastrosi, ad un secondo momento in cui Trump ha addirittura dichiarato di “comprendere” le difficoltà di Kim Jong-un, fino a prefigurare un incontro con il giovane leader. Queste oscillazioni riflettono, a mio parere, la mancata definizione da parte di Washington di una vera e propria linea politica nei confronti della questione. In questa situazione l’unica opzione praticabile è rimandare una risposta, qualsiasi essa sia, e non è da escludere che si prosegua di fatto sulla linea della pazienza strategica, in assenza di nuove prospettive. Quello di cui c’è bisogno è che Washington conferisca continuità alle sue azioni.

Nel corso degli ultimi colloqui informali tra le due parti poi, entrambi si sono detti disponibili al dialogo qualora sussistano alcune condizioni fondamentali. Il problema è che queste condizioni, che prevedono ad esempio la richiesta da parte degli USA dello stop ai test balistici e la rinuncia al programma nucleare di Pyongyang, continuano ad essere fortemente inconciliabili e pertanto destinate a strangolare nella culla qualsiasi negoziato.

Dal 2006 al 2016, la Cina ha sottoscritto 5 risoluzioni del consiglio di sicurezza fortemente sanzionatorie nei confronti dell’alleato nordcoreano, manifestando un crescente malcontento nei confronti delle azioni provocatorie del regime, che causa a Pechino non pochi imbarazzi e rappresenta una minaccia per la stabilità regionale, considerata dalla Cina come l’obiettivo primario di politica estera. Di fronte al suo nuovo ruolo globale, è possibile pensare che Pechino possa intraprendere un ruolo più attivo nell’influenzare il regime di Kim Jong-un? Pensa sia realistico immaginare una Cina pronta a lanciare un nuovo round di negoziati multilaterali, magari scavalcando gli Stati Uniti, qualora Washington dovesse mantenere l’intransigenza attuale?

Fiori: La domanda è molto complessa, tuttavia non ritengo credibile che la Cina possa ne voglia assumersi tale ruolo senza la presenza degli Stati Uniti. Questo perché seppure in espansione, la posizione della Cina nella comunità internazionale è ancora marginale rispetto a quella degli Stati Uniti, inoltre dato il ruolo fondamentale giocato da questi ultimi nel teatro coreano, sarebbe inutile lanciare un tavolo negoziale senza coinvolgerli. Il nodo fondamentale è che, nonostante sia vero che la Cina ha sottoscritto e, apparentemente, rispettato le pesanti sanzioni imposte dalle Nazioni Unite, Pechino rimane, di fatto, il cordone ombelicale che tiene in vita il regime, qui i dati parlano chiaro, con la Cina che rappresenta da sola quasi il 90% del commercio estero di Pyongyang. L’obbiettivo di Pechino di mantenere in vita il regime è sostanzialmente rimasto il medesimo nel corso dei decenni, tuttavia i Cinesi cominciano a mal sopportare i continui imbarazzi e le azioni destabilizzanti che provengono dallo “scomodo alleato”, e si trovano davanti ad un rebus: continuare a mantenere in vita il regime, che destabilizza il quadro regionale e rischia di portare gli americani alle porte del paese, oppure intervenire sulla situazione? Francamente non ritengo credibile un intervento da parte della Cina per scardinare il regime e assumere il controllo, poiché pagherebbero le conseguenze di un brusco crollo in prima persona (come ad esempio il grande flusso di rifugiati che si riverserebbero sulle regioni settentrionali della Cina).

Questo non significa però che nei rapporti tra i due paesi non ci siano stati dei cambiamenti. Al di là del fatto che Xi Jinping e Kim Jong-un non si sono ancora incontrati personalmente, quel che più colpisce è il fatto che il governo di Xi abbia dato il via libera ai media cinesi di criticare apertamente il regime di Kim Jong-un, al punto che oggi non è difficile imbattersi in giornalisti che paventano la possibilità di sganciarsi dallo “scomodo alleato” sulle pagine del Global Times o del People’s Daily. Dal canto suo, Pyongyang ha risposto con estrema rigidità, arrivando a definire i Cinesi come i “pifferai” degli Stati Uniti. Questi toni sarebbero stati impensabili prima delle transizioni di leadership in entrambi i paesi e segnalano senza dubbio un cambio di atteggiamento. Tuttavia penso che quanto appena detto rientri in uno strutturato gioco delle parti che non è, in ultima analisi, sufficiente a mutare il quadro strategico generale che sottende all’alleanza dei due paesi. Da parte nordcoreana c’è la necessità di flettere periodicamente i muscoli per mantenere un deterrente efficace pur senza danneggiare nessuno, Pechino desidererebbero invece una denuclearizzazione della penisola o quantomeno una riconversione a scopi civili del nucleare nordcoreano. Per il momento è difficile dire se queste due posizioni si concilieranno o se la loro coesistenza sia sostenibile, ma è un altro nodo che prima o poi verrà al pettine.

Nel suo ultimo libro, Il nido del falco, edito da Mondadori nel 2016, Lei riconduce il comportamento instabile e bellicoso della Corea del Nord a due cause principali, una, esterna, legata alla minaccia dell’annientamento da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati regionali, e l’altra, interna, riconducibile all’instabilità intrinseca nelle successioni. A che punto è secondo lei, il processo di consolidamento di potere di Kim Jong-un?

Fiori: Il mio parere, che non tutti condividono, è che il processo di consolidamento del potere di Kim Jong-un si sia già concluso, ed egli abbia ormai saldamente in mano le redini del regime. Va però operata una premessa necessaria per comprendere gran parte di quanto è successo, ovvero che la seconda transizione di potere del regime (da Kim Jong-il a Kim Jong-un) sia avvenuta con pochissima preparazione rispetto alla prima (da Kim Il-sung a suo figlio). Quello che sfugge ai più, è dunque che questo ragazzo senza alcuna esperienza politica si sia ritrovato investito di una responsabilità enorme che avrebbe potuto distruggerlo e sia invece riuscito a risollevare sensibilmente il regime, riuscendo consolidare efficacemente il suo potere attraverso una serie di fasi. Questo processo si innesca ancor prima della morte del padre, tra il 2008 e il 2011, anni in cui si fa una selezione accurata del gruppo che dovrà formare politicamente il futuro leader. Alla morte di Kim Jong-il, questo gruppo comincia ad accompagnare il ragazzo, fino ad un altro momento cruciale e cioè la condanna a morte dello zio del leader, Jang Song-thaek nel dicembre del 2013, figura di spicco della politica nordcoreana e responsabile dei rapporti con la Cina, che rappresenta l’epilogo di quella che molto probabilmente è stata una lotta tra fazioni interne. L’esecuzione dello zio rappresenta una presa di posizione fondamentale, anche in relazione al suo ruolo: ucciderlo significava infatti prendersi la responsabilità di quello che i cinesi avrebbero potuto pensare, cinesi che in Chang avevano un interlocutore assai gradito. Dopo la condanna dello zio, Kim Jong-un procede ad un sistematico allontanamento di tutti coloro i quali fossero considerati vicini alle posizioni dello zio, e alla loro sostituzione con figure politiche di grado minore ma fedeli al leader. Credo che molte delle inesattezze e dei fraintendimenti che emergono periodicamente sulla Corea del Nord e sul suo leader dipendano anche dal fatto che questi processi interni sfuggono ai più e che si tenda a percepire il regime come un blocco monolitico e a-conflittuale, dimenticandosi quanto pericoloso e cruciale sia per i regimi autoritari e totalitari il momento di successione della leadership.

A riprova del fatto che dopo i passaggi sopracitati la fase di transizione e consolidamento del potere può dirsi conclusa, durante il discorso del 1 gennaio 2017, i nomi del padre e del nonno praticamente non vengono mai citati; il discorso è un mezzo per ancorare una volta per tutte la legittimità del regime alla propria persona e accreditarsi come unico leader. Inutile dire che tale discorso può essere fatto solo da qualcuno che ha già saldamente in mano il potere e non si percepisce minacciato internamente.

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Lorenzo Cattani e Tiziano Usan

Lorenzo Cattani: Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Ricercatore tirocinante presso l'Osservatorio della Legalità gestito da Comune di Forlì e Università di Bologna. Tiziano Usan: Classe '92. Laureato magistrale in studi strategici presso l'Università di Bologna. Si interessa principalmente di strategia e geopolitica, con un focus sul continente Asiatico e sulla Cina in particolare.

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