La Corea tra crisi missilistiche e tensioni strategiche. Intervista ad Antonio Fiori
- 22 Maggio 2017

La Corea tra crisi missilistiche e tensioni strategiche. Intervista ad Antonio Fiori

Scritto da Lorenzo Cattani e Tiziano Usan

13 minuti di lettura

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Antonio Fiori su elezioni a Seul e rapporti Nord-Sud

Passando alla Corea del Sud, Cosa rappresenta l’elezione di Moon Jae-in per il futuro delle relazioni inter-coreane? È possibile pensare al ritorno di una distensione come quella sperimentata con la Sunshine Policy di Kim Dae-jung e Roh Moo-hyun?

Fiori: Purtroppo sono piuttosto convinto che non sarà così. Moon Jae-in ha semplicemente imparato la lezione quando era a capo dello staff di Roh Moo-hyun, introiettandone i concetti, tuttavia la sua è una posizione molto diversa. Ritroviamo senz’altro l’elemento dell’engagement, tuttavia si tratta di un engagement condizionale (e cioè una disponibilità al confronto solo dietro la soddisfazione di alcune condizioni) e non di uno costruttivo, come quello che caratterizzava la Sunshine Policy di Kim Dae-jung. Moon ha ribadito più volte che è disposto a riallacciare i colloqui con il Nord, ma solo a fronte di uno stop ai lanci di missili e ai test nucleari. In ogni caso il nuovo presidente rimane un enigma che bisognerà decifrare da qui in avanti, è troppo presto per trarre conclusioni. La posizione di partenza è per ora molto condivisibile e positiva, soprattutto dopo dieci anni di vuoto sulle relazioni intercoreane. Dico questo perché Lee Myung-bak ha di fatto chiuso con Pyongyang, e la Trustpolitik dell’ultima inquilina della Casa Blu, Park Geun-hye, era solo una serie di fantasie autoreferenziali prive di qualsiasi riverbero concreto.

Devo però ammettere che nonostante Moon Jae-in parta da premesse positive ne sono spaventato in quanto ha dimostrato di saper essere un ottimo cerchiobottista. Questo è stato evidente rispetto al suo comportamento nei confronti degli Stati Uniti, laddove il candidato Moon prometteva di sollevare polemiche rispetto a questioni controverse come ad esempio l’installazione del THAAD o la posizione nei confronti di Pyongyang, solo per assumere, una volta eletto, posizioni molto più concilianti. L’esempio di quello che dico lo si è avuto sia riguardo il THAAD, che è sto installato senza particolari problemi, che nei confronti della Core del Nord, dove Moon e Trump hanno concordato sul fatto che pur partendo da considerazioni diverse, vogliono giungere allo stesso obiettivo: denuclearizzare la Corea del Nord e metterla nelle condizioni di non nuocere. Come analista questa è una posizione che non mi soddisfa affatto e che considero destinata al fallimento in quanto totalmente inaccettabile per Pyongyang. Il risultato è che rischiamo di perdere anche i 5 anni della presidenza di Moon Jae-in dal punto di vista delle relazioni tra le due Coree. A mio parere l’elemento che serve a Moon Jae-in ora è la chiarezza riguardo la sua politica verso il Nord: se vuole ricostruire una Sunshine policy che sia suscettibile di crollare al primo test missilistico del Nord, saremo di fronte ad un passo indietro di molti anni, con conseguente chiusura del Sud, ed un Nord sempre più aggressivo e meglio armato. Il punto di rottura prima o poi arriverà, che sia ora o tra quarant’anni, ma a queste condizioni sarà una rottura conflittuale, oppure un crollo dei Kim (che allo stato attuale non è neanche lontanamente ravvisabile). Gli si può ancora dare il beneficio del dubbio in quanto appena eletto, ma Moon Jae-in deve essere chiaro e tagliare nettamente con l’ultimo decennio di relazioni intercoreane, altrimenti la sua linea rischia di essere semplicemente una riproposizione della fallimentare politica di Park Geun-hye.

La gestione condivisa Nord-Sud del complesso industriale di Kaesong, chiuso nel 2013, rappresenta forse il simbolo più importante del periodo di interazione positiva fra le due Coree. Cosa rimane oggi di quell’esperienza?

Fiori: Drammaticamente nulla, adesso come adesso è passato così tanto tempo da poter dire che il complesso è andato in malora sia materialmente che per quanto riguarda il suo valore come simbolo politico. Oggi Kaesong è sì un simbolo, ma è il simbolo del fallimento della politica intercoreana dell’era Park, nonché pietra tombale di quel che rimaneva della Sunshine Policy. Purtroppo oggi si imputa la chiusura del complesso al comportamento di Pyongyang, scordandosi di una realtà fondamentale e cioè che Kaesong è stato chiuso prima di tutto perché si sono fatte delle esercitazioni militari sulle coste nordcoreane, ben conoscendo l’ostilità che atti del genere suscitano nel regime, che infatti decise di chiudere il complesso nell’aprile 2013. Dopo alcuni mesi, in cui si si tennero colloqui mandati a monte per ragioni francamente assurde (delegati del Nord furono respinti poiché di grado non sufficientemente alto), Kaesong riapre in agosto e si firma un documento in cui si stabilisce che il complesso non potrà più essere chiuso unilateralmente. Nel 2016 il ministro dell’unificazione di Seul chiude definitivamente Kaesong in risposta ai test nucleari e missilistici del Nord.

Il complesso di Kaesong venne aperto con la fondamentale contribuzione economica della Hyundai. In Corea del Sud, i grandi conglomerati aziendali sono noti con il nome di Chaebol, potrebbe chiarire meglio quali sono le caratteristiche, e quale il ruolo che queste corporation hanno giocato e giocano nella vita politica sudcoreana e nei rapporti tra società e Stato?

Fiori: Senza bisogno di fare una cronistoria delle origini, le Chaebol hanno sempre costituito la spina dorsale del sistema economico sudcoreano. Con l’arrivo di Park Chung-hee, figura chiave dello sviluppo economico del paese, ci si rende conto che non si può fare a meno di questi conglomerati che costituiscono il vero e proprio motore del sistema produttivo sudcoreano. Quel che più conta è che le Chaebol hanno sempre avuto una relazione perversa con lo Stato, come dimostra il fatto che nessun presidente eletto dopo la transizione democratica del 1987 sia mai uscito pulito dal suo mandato, spesso a causa di problemi di corruzione. Questo dà una misura di quanto corrotto sia il sistema e quanto marcata sia la sovrapposizione tra l’elemento politico e quello economico che nel tempo ha generato esiti disastrosi per una democrazia, come ad esempio la crisi economica del 1997-98, il suicidio del presidente Roh Moo-hyun e la serie di scandali che hanno segnato la fine politica di Park Geun-hye. Quello di cui c’è bisogno ora è stabilire un confine chiaro e limitare i contatti tra le due sfere. Tale necessità è stata al centro del dibattito politico sudcoreano ed è ciò che ha spinto molti (soprattutto nelle fasce anagrafiche centrali) ad appoggiare Moon Jae-in, che ora farebbe bene a prendersi la responsabilità di provare a scardinare questo sistema.

Nel panorama politico-sociale della Corea del Sud i movimenti sociali hanno sempre avuto un ruolo importante, quale posizione potrebbero ricoprire secondo Lei nella soluzione della questione sopracitata? È possibile pensare ad un tipo e ad un livello di mobilitazione paragonabile per intensità a quelli visti in occasione della riforma sanitaria?

Fiori: Senza dubbio un ruolo importantissimo, molti sono stati i gruppi formatisi esclusivamente intorno al tema dell’equità economica e della legalità. Per quanto riguarda il paragone con i tempi della riforma sanitaria non direi poiché stiamo parlando di attori diversissimi. Tuttavia si potrebbe presentare una situazione di maggiore tolleranza nei confronti dell’azione politica dei movimenti sociali simile a quella esercitata sotto Kim Dae Jung e Roh Moo-hyun, (ricordiamo che Moon Jae-in è un avvocato per i diritti umani).Quel che è certo è che al momento l’attenzione dell’opinione pubblica è molto elevata; ricollegandomi a quanto dicevo prima sulla responsabilità di Moon Jae-in, penso che il suo banco di prova cruciale risulterà proprio quello di riuscire a dare ascolto agli umori, alle preoccupazioni ed ai problemi che emergono dalla società civile e di cui i movimenti sociali sono spesso il megafono. Onestamente, conoscendo la rapidità con cui i tassi di approvazione possono calare a picco in Corea del Sud io penso che Moon Jae-in si organizzerà per raccogliere tali istanze quanto prima, magari istituendo una posizione ad-hoc nel governo, poiché da questo potrebbe dipendere la sua sopravvivenza politica. Tornando ai movimenti sociali, personalmente non ho mai fatto mistero del fatto che ne apprezzo molto i metodi di lotta politica, metodi che spesso raggiungono risultati molto importanti. In tempi non sospetti scrivevo che la democrazia in Corea del Sud fosse passata dall’azione di questi movimenti, i cui membri spesso pagavano con la vita la loro militanza, più che dall’influenza americana e dal gioco delle élite cui essa soprintendeva. Tuttavia i movimenti sociali sudcoreani, nel tempo, hanno perso alcune caratteristiche storiche come ad esempio la forte assertività (e spesso la violenza) delle forme di protesta. Questo non è necessariamente un fenomeno negativo, dal 2000 in poi l’azione si è semplicemente riposizionata, assumendo modalità molto più pacifiche (come nell’esempio delle candlelights campaigns) e per questo più accessibili a diverse fasce di popolazione.


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Scritto da
Lorenzo Cattani e Tiziano Usan

Lorenzo Cattani: Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Ricercatore tirocinante presso l'Osservatorio della Legalità gestito da Comune di Forlì e Università di Bologna. Tiziano Usan: Classe '92. Laureato magistrale in studi strategici presso l'Università di Bologna. Si interessa principalmente di strategia e geopolitica, con un focus sul continente Asiatico e sulla Cina in particolare.

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