“Che cosa resta del ’68” di Paolo Pombeni

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Il ’68 e la delegittimazione delle istituzioni fondamentali

Si potrebbe trattare a lungo della crescente delegittimazione di altre istituzioni fondamentali della società, quale ad esempio il partito politico, divenuto sempre più autoreferenziale e personalistico. Ed effettivamente la disamina di Pombeni corre lungo questa direzione, affrontando il disarcionamento che i tradizionali soggetti deputati alla formazione e all’organizzazione della vita associata subiscono per opera di nuovi fenomeni radicalmente ostili alla conservazione.

Altra critica, strettamente legata alla messa in discussione del principio d’autorità, è quella rivolta al consumismo, inteso come manifestazione più diretta del capitalismo. Nel Sessantotto, l’Italia, oggetto esclusivo della riflessione dell’autore, usciva effettivamente dall’epoca d’oro del cosiddetto “boom economico” che aveva rivoluzionato gli stili di vita quotidiani degli individui. L’introduzione della tecnologia nelle case degli italiani aveva permesso una certa liberazione dai ruoli tradizionali. Eppure, nonostante gli indiscutibili benefici apportati dalla diffusione del capitalismo – quale, ad esempio, l’aumento generalizzato della ricchezza che, a sua volta, andava ad alimentare la crescita dei consumi – il modello rivendicato dai sessantottini era quello visibilmente fallimentare delle “società anticapitalistiche”, che cionondimeno non riuscivano a soddisfare la nuova domanda di consumi. Siffatta rivoluzione dei consumi, indotta dalla diffusione del capitalismo, era stata accolta con scetticismo da costoro che in essa vedevano una «situazione come frutto di bisogni indotti e manipolati, ovviamente ad opera del perverso capitalismo» (p. 49). Ancor oggi, è la mesta osservazione di Pombeni, vi sono soggetti che non accettando le pur innegabili storture del capitalismo, ormai divenuto finanziario, si ostinano a proporre e propugnare improbabili ricette economiche fondate sulla cosiddetta “decrescita felice”.

Un ulteriore elemento di lacerazione del tessuto sociale investe i rapporti con la fede e il ruolo stesso della religione all’interno della vita associata. Già da tempo si assisteva a quel processo di secolarizzazione della società che rappresenta il tratto distintivo della modernità. Per tentare di recuperare un po’ del terreno perduto, a vantaggio di nuovi paradigmi interpretativi, l’istituzione ecclesiastica aveva cercato di accettare la modernità stessa, non intendendola più quale elemento che mette a repentaglio un nucleo consolidato di valori tradizionali, bensì accogliendone le sfaccettature in maniera positiva. Fu anche per tale motivo che Papa Giovanni XXIII convocò il Concilio Vaticano Secondo e, in linea con questo nuovo atteggiamento, Papa Paolo VI emanò l’enciclica Populorum progressio, con cui venivano espressi un interesse e simpatia per i popoli del Terzo mondo, condannando contestualmente le iniquità prodotte dal capitalismo. Eppure, i semi della relegazione della fede religiosa alla mera sfera privata, così come la perdita del condizionamento che la Chiesa poteva vantare fino a poco tempo prima sugli atteggiamenti pubblici, erano ormai stati gettati. I suoi frutti più maturi si poterono raccogliere in occasione dei due referendum sul divorzio nel 1974 e sull’aborto nel 1981.

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Dottore di ricerca in Scienza Politica e Relazioni Internazionali all’Università di Torino con una tesi sull’impatto delle percezioni dei decisori sulla politica mediorientale della Turchia durante i governi dell’Ak Parti. Cultore della materia in Scienza Politica presso l’Università degli Studi di Padova. Si è occupato di fondamentalismo islamico e di teoria politica internazionale.

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