“Che cosa resta del ’68” di Paolo Pombeni

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Il ’68 non è stato che l’inizio?

La riflessione dell’autore prende in considerazione almeno altri tre o quattro fenomeni emblematici generatisi in quella stagione, la cui forza dirompente mise a dura prova gli schemi consolidati. Si tratta di fenomeni la cui gestazione e i cui sviluppi risultano sensibilmente intrecciati fra loro. Primo fra questi, l’emersione della cosiddetta questione di genere. Fondandosi sulla rivalutazione del ruolo della donna nella società, finì per sfidare in maniera travolgente i rapporti con l’altro sesso, ponendo la questione della parità come prioritaria.

Secondo, quello che nella letteratura politologica di riferimento viene indicato come il progressivo scollamento dei partiti politici dalla società e la loro conseguente perdita di centralità come principale corpo intermedio che aveva dato linfa alla democrazia italiana. Seppur, potremmo dire, ancora in fase di gestazione, questo fenomeno, testimoniato da un progressivo calo degli iscritti che si è protratto sino ad oggi, viene fotografato nelle pratiche sempre più visibili di un diffuso familismo e di un clientelismo soffocante, introiettate dalla politica e ben descritte anche nell’opera Una Comunità del Mezzogiorno (1958) con cui l’autore, Edward C. Banfield, aveva tratteggiato alcune tendenze ormai dominanti nella società. Il disancoramento dei partiti politici e, ancora una volta, l’avversione al principio d’autorità, furono tra le cause che generarono spinte verso il comunitarismo, come scoperta di un senso di comunità (quasi “sub-culturali” o contro-culturali quali, ad esempio, gli hippie) che offriva una risposta significativa alla domanda d’identità. Un fenomeno che, tuttavia, non ridusse le spinte contrarie verso un più esacerbato individualismo. La tensione fra queste due tendenze contrastanti diede origine ad altri due atteggiamenti che misero in discussione la legittimità di due principi consolidati: a) la promozione del merito, suggellata dalla pratica dell’esame di gruppo e del “trenta politico”, la cui rivendicazione portava allo svilimento del lavoro del singolo; b) il rispetto delle regole, attraverso l’affermazione di una più serrata competizione senza esclusione di colpi in tutti i settori del mondo del lavoro.

L’ultimo fenomeno passato in rassegna da Pombeni è quello di un ritrovato interesse per alcune questioni esterne all’ambito domestico. La strutturazione bipolare dei rapporti internazionali si era già riprodotta attraverso il rigido schema dominante sulla scena politica nazionale. Furono eventi come la guerra del Vietnam e alcune rivolte “socialiste” nell’America Latina (emblematiche divennero l’immagine e la biografia stessa di Che Guevara) a rendere popolari anche nel nostro Paese alcune parole d’ordine già descritte in precedenza quali una certa sintonia con il terzomondismo, una speculare affezione per concetti come la decrescita felice e un parallelo antagonismo nei confronti di uno dei principali “nemici” della cultura del Sessantotto, l’imperialismo americano.

Pombeni conclude il suo pamphlet riprendendo l’idea con la quale lo aveva cominciato. Il Sessantotto, proprio come il Quarantotto del secolo precedente, si era annunciato come momento di rivoluzionaria rottura rispetto al passato. In realtà, ammette Pombeni, proprio come la Rivoluzione europea del 1848, il 1968 porta sotto i riflettori una serie di fenomeni sociali che, invero, non si originano in quella data ma, al contrario, rappresentano il frutto di una «lunga incubazione» (p. 118), di un processo avviatosi diverso tempo addietro.

Eppure, è stato proprio il Sessantotto ad aver incanalato le forze che hanno prodotto un ripensamento radicale della società (in tutte le sue dimensioni, politica, economica, della sfera religiosa, del lavoro) mettendo in crisi quel solido approccio improntato alla razionalità che aveva caratterizzato il passaggio alla modernità. È in questa fase che viene seminato il germe di quella contestazione della stessa conoscenza scientifica, in quanto ritenuta non soltanto emanazione di un principio d’autorità che si intendeva contestare, ma addirittura «schiava del “potere”, lo si definisse capitale, interesse politico o manipolazione autoritaria» (p. 126).

L’invito che Pombeni rivolge alle odierne generazioni di giovani è quello di non lasciarsi «irretire da quelli che li vorrebbero ingabbiati in un culto magari inconsapevole di quel passato, trasformandoli in ripetitori aggiornati dei vecchi slogan che continuano a circolare» (p. 128), bensì di sforzarsi nel tentativo di recuperare un approccio per quanto possibile razionale per tentare di afferrare il senso della grande transizione in cui siamo immersi e tentare di dominarla per traghettare la nostra società verso lidi ove i sessantottini non stati in grado di condurla.

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Dottore di ricerca in Scienza Politica e Relazioni Internazionali all’Università di Torino con una tesi sull’impatto delle percezioni dei decisori sulla politica mediorientale della Turchia durante i governi dell’Ak Parti. Cultore della materia in Scienza Politica presso l’Università degli Studi di Padova. Si è occupato di fondamentalismo islamico e di teoria politica internazionale.

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