“Costituzione italiana: articolo 2” di Maurizio Fioravanti
- 02 Gennaio 2018

“Costituzione italiana: articolo 2” di Maurizio Fioravanti

Scritto da Jacopo Mazzuri

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Archeologia costituzionale e Assemblea Costituente

Nel primo capitolo l’autore tenta quindi una “archeologia della Costituzione” (p.16) in chiave comparata, da cui emergerebbe che essa rappresenta il (momentaneo) punto di approdo di una linea evolutiva le cui radici affondano in due grandi tradizioni: da una parte quella anglo-sassone, da cui sono ricavati il garantismo e l’inviolabilità dei diritti, dall’altra quella europeo-continentale di matrice francese, che invece è fonte di ispirazione per quanto riguarda la dimensione progettuale, di indirizzo politico, della legge fondamentale. Ovviamente si tratta di schematismi, ma è difficile negare che quel principio di anteriorità dei diritti rispetto al comando politico, di cui si sente l’eco nell’articolo 2 quando esso predica la loro inviolabilità (nel senso di “indisponibilità da parte del potere politico”, che è diretta conseguenza, appunto, della loro anteriorità), sia più riconducibile alla Magna Carta del 1215 e al Bill of Rights del 1689 che al costituzionalismo rivoluzionario francese della fine del XVIII secolo. Mentre infatti questi documenti, per tacere dell’esperienza americana, rivendicano spazi intangibili di libertà in opposizione a poteri considerati dispotici, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 delega interamente la disciplina di quelli stessi diritti al legislatore sovrano, senza apparentemente curarsi della possibilità che egli possa abusarne. È questo il significato delle numerose “riserve di legge” che la costellano, mentre la dimensione costituzionale del limite, del freno al potere, è confinata nel celeberrimo articolo 16.4

Ora, secondo Fioravanti i nostri costituenti mossero sì da questa seconda tradizione (a cui, in misura diversa, apparterrebbe anche lo Statuto del 1848), ma attinsero con abbondanza anche alla prima. In altre parole, pur riconoscendo il “valore della legge [quale espressione, anche se mediata, della volontà popolare, NdR] come valore costituzionale primario, insostituibile strumento di affermazione e di tutela dei diritti” (p. 30), essi convennero sulla necessità di non fare di essa un mezzo onnipotente e di sovra-ordinarle una fonte normativa superiore, la Costituzione (fortissima qui è l’influenza americana), in cui inserire un espresso riconoscimento dei “diritti inviolabili” (cfr. anche l’articolo 13 in materia di libertà personale)5: ecco che viene a definizione il primo lato di un nuovo costituzionalismo, quello “democratico”, grosso modo ibrido di tutta la tradizione giuridica occidentale.

D’altra parte, il lato della “solidarietà” oggetto dei “doveri inderogabili”, quello da cui invece originano i diritti sociali, sarebbe da ricondurre all’esperienza di Weimar e ad alcuni celebri precedenti francesi risalenti al periodo giacobino, ossia la seconda Dichiarazione dei diritti, (1793) e l’Atto costituzionale che la seguì. La nostra Costituzione così prende corpo come atto contenente un indirizzo politico di fondo (costituzione-indirizzo) volto alla trasformazione di lungo periodo dei rapporti politici e socio-economici, distanziandosi dall’ideale “anglo-americano” della garanzia delle libertà dall’ingerenza degli apparati statali (costituzione-garanzia) ma senza negarne il contenuto, bensì arricchendolo.

Nel secondo capitolo, Fioravanti si cala nel contesto italiano e indaga il modo in cui l’indivisibilità dei diritti civili, politici e sociali è stata elaborata nel dibattito che portò alla redazione dell’articolo 2. In questo contesto emergono, fra tutte, le figure di Dossetti, Basso e Togliatti, espressione delle tre anime maggioritarie della Costituente, i quali riscrissero la bozza inizialmente proposta da La Pira depurandola da ogni riferimento ad un ordine “naturale” e giusto precedente al patto costituzionale. Ad accomunare i Padri Costituenti fu, piuttosto, la necessità di edificare il catalogo dei diritti su di un fondamento storico-materiale (p.49; sarebbe quindi fuori luogo ogni interpretazione della legge fondamentale in chiave giusnaturalistica), il quale impedisse di scinderli privilegiando gli uni a scapito degli altri. Una base simile sarebbe stata rappresentata proprio dalla Carta repubblicana, espressione diretta non di una qualche natura, bensì della società in cui questi diritti (intesi come necessità, aspirazioni, bisogni materiali, spazi di libertà…) hanno concretamente origine e che solo in questo senso li “riconosce” come anteriori e superiori alla politica “ordinaria” e alle sue leggi, vale a dire “inviolabili”. Tutto questo, stando all’autore, avrebbe però una portata che va oltre il “compromesso costituzionale” nazionale, di cui comunque Fioravanti riconosce la grandezza (cfr. p.78): contribuirebbe anzi a quella ridefinizione (avvenuta sia in Italia che all’estero fra il Primo e il Secondo Dopoguerra) dell’idea stessa del soggetto titolare dei diritti, che lo ha mutato da individuo in persona. Ciò, con duplici effetti: da una parte scompare l’individuo astratto “liberale” immaginato nelle costituzioni e nei codici sette-ottocenteschi (quello, per intenderci, che non aveva bisogno dello Stato sociale); dall’altra, proprio la proclamazione dei diritti come attributi universali eleva chi li porta sullo stesso piano, ossia lo denazionalizza e apre la strada ad un nuovo riconoscimento giuridico dello straniero.

Ovviamente, tutte queste conquiste sarebbero costantemente messe a repentaglio senza l’irrigidimento della Costituzione (costituto, come si sa, da un procedura aggravata per la sua modifica nonché dalla presenza di un nucleo che sfugge in ogni caso ad essa) previsto dagli articoli 138 e 139 e meglio definito dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale (su tutte, sent. 1146/1988, sulla dottrina dei “principi supremi”)6.

Fin qui, già chiaramente contaminati dall’ideale solidaristico, i diritti; ma che dire dell’indirizzo, della dimensione progettuale? Proprio in ciò sta uno degli aspetti più interessanti di questo passaggio storico: si potrebbe dire che essi stessi ricevano una carica formidabile proprio dalla rivalutazione della Costituzione come atto pienamente giuridico, col conseguente riconoscimento del carattere prescrittivo delle sue norme (anche di quelle “di principio”) e quindi della inevitabilità di una “applicazione” giurisdizionale del programma politico solidaristico (a cui alludono i “doveri di solidarietà”) contenuto in esse anche qualora il legislatore appaia disinteressato alla loro “attuazione” in via legislativa (e alla conseguente attività amministrativa).

Rifondata su inviolabilità e solidarietà, la costituzione dunque muta e con essa muta lo Stato (diventando da legislativo-amministrativo, costituzionale), e muta il soggetto di diritto: è davvero il tempo, per usare un’espressione cara all’autore, della “trasformazione costituzionale” 7, di un cambiamento che nei decenni successivi avrebbe investito anche la forma di governo del Paese. In questo senso, si può affermare che l’intera nostra Carta, nella sua forza dirompente, sia già contenuta in nuce nel suo secondo articolo.

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Scritto da
Jacopo Mazzuri

Nato a Bagno a Ripoli nel 1992, è dottorando in Scienze Giuridiche (curriculum: Diritto Pubblico) presso l’Università degli Studi di Firenze, città dove ha sempre vissuto. Dopo la laurea in Giurisprudenza presso l’ateneo fiorentino, ha frequentato il Seminario di Studi e Ricerche Parlamentari “Silvano Tosi” e svolto il praticantato forense presso l’Avvocatura Distrettuale dello Stato. I suoi principali interessi di ricerca riguardano l’ordinamento giudiziario (anche in chiave storica, europea e comparata) e il sistema delle fonti normative.

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