Covid-19 e crisi europea. Intervista ad Alessio Lo Giudice
- 05 Agosto 2020

Covid-19 e crisi europea. Intervista ad Alessio Lo Giudice

Scritto da Nicola Dimitri

17 minuti di lettura

L’epidemia di Covid-19, i cui impatti sono stati esaminati sotto diversi aspetti nel numero 2/2020 di Pandora Rivista, ha anche rimesso al centro le molteplici questioni legate al processo di integrazione europea. La crisi, infatti, non sta solo causando sofferenze umane e gravi difficoltà economico-finanziarie in tutta l’Unione Europea, ma ha anche riattualizzato tensioni antiche (riguardanti il nodo dei confini, le politiche finanziarie, la questione dell’immigrazione) e nuove rivalità, tanto tra Stati membri – con specifico riferimento alla distribuzione delle risorse necessarie per fronteggiare l’emergenza tra i Paesi del Nord Europa e quelli dell’area Mediterranea –, quanto tra cittadini europei. In un tale contesto, pertanto, è necessario interrogarsi sulle sfide future che l’Europa dovrà affrontare in uno scacchiere globale di crescente complessità, per evitare che questa crisi possa diventare fattore politico interno destrutturante, in grado di alimentare correlati fenomeni di ulteriore disgregazione sociale. Su queste tematiche verte questa intervista ad Alessio Lo Giudice, Professore Ordinario di Filosofia del diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Messina, che si è a lungo occupato, da un punto di vista filosofico-giuridico, della tematica della regolazione sociale in ambito post-nazionale ed europeo. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo La democrazia infondata. Dal contratto sociale alla negoziazione degli interessi (Carocci 2012).


Nel corso dell’incontro organizzato ad Atene nel 1955 dall’Union Culturelle Greco-Francaise, dal titolo “Il futuro della civiltà europea[1]” un gruppo di intellettuali chiese ad Albert Camus quali fossero gli elementi che in quel momento storico minacciavano la stabilità e la sopravvivenza dell’Europa. Interrogato, lo scrittore francese, rispose che il futuro dell’Europa era minacciato dal fatto che questa non era che una tiepida e asfittica confederazioni di Stati priva di un indirizzo politico unitario realmente votato all’interesse generale, che costringeva l’essenza stessa del progetto europeo «in un quadro rigido all’interno del quale non riesce a respirare». A distanza di 65 anni, le questioni poste a Camus attorno al futuro dell’Unione Europea sono tutt’altro che sopite. Alla luce dell’attuale crisi dovuta al Covid-19, infatti, i termini solidarietà e cooperazione, con specifico riferimento alla gestione della crisi entro l’Eurozona, hanno invaso il discorso pubblico e sono tornati al centro dell’attenzione. Gli Stati membri, infatti, come emerso almeno in un primissimo momento, non hanno perseguito un programma politico comune e si sono impegnati, in maniera autonoma, in una gestione domestica dell’emergenza sia dal punto di vista fiscale, mediante misure generalizzate di alleggerimento del carico, che sanitario e previdenziale, mediante incentivi e sussidi. Si può pertanto sostenere che lo Stato, in Europa, è ancora il primo garante dei diritti sociali e si afferma come unico spazio legittimo ove esercitare pratiche e politiche solidaristiche? Può l’attuale crisi economico-sanitaria porre le basi per estendere oltre la sfera nazionale, quindi a livello post-nazionale, un modello di convivenza che produca in maniera efficace le prassi solidaristiche, finora, garantite (o, relegate) entro i confini statali?

Alessio Lo Giudice: Albert Camus, nel colloquio ateniese del 1955 appena citato, sosteneva come l’Europa avesse bisogno di modi di pensare che non fossero provinciali, e che, per superare il provincialismo culturale dei Paesi europei, fosse necessario l’intervento degli intellettuali. Rivolgendosi a se stesso e agli intellettuali europei, affermava come fosse comunque necessario «affrontare il problema, dare un contenuto ai valori europei, anche se l’Europa non si farà domani». Oggi, a distanza di 65 anni dall’incontro di Atene, possiamo dire che l’Europa si è fatta, a prescindere dal giudizio che ciascuno di noi è in grado di esprimere sulle scelte compiute in questo lungo percorso e sugli esiti attuali. Tuttavia, la questione indicata da Camus rimane centrale: «dare un contenuto ai valori europei». Si tratta, a ben vedere, di un’operazione non riducibile all’affermazione di tali valori nei Trattati, sebbene ciò, come è avvenuto ad esempio nel Preambolo al Trattato di Lisbona, sia assolutamente importante. Dare un contenuto ai valori europei significa, più precisamente, testimoniarli e praticarli nei momenti cruciali. Soltanto l’esperienza dei valori contribuisce, nel tempo, ad attribuire a tali valori contenuti pratici radicati nella coscienza civile. Ebbene, rispetto al valore della solidarietà, la questione va posta esattamente nei termini nei quali la pone Camus. In particolare, l’emergenza da Covid-19 ha mostrato proprio quanto possa essere profondo lo scarto tra l’affermazione di un valore identitario nei documenti “costituzionali” e il suo contenuto pratico nelle prassi politiche e sociali. Del resto, nel caso della solidarietà, la questione è ulteriormente complicata dall’impasse operativa che viviamo ormai da anni. Da una parte, infatti, i sistemi istituzionalizzati di solidarietà, tradizionalmente governati a livello nazionale secondo i dettami del modello sociale europeo, soffrono di una crisi strutturale data dalle condizioni materiali delle interdipendenze globali che hanno reso, di fatto, insostenibile il Welfare State in un solo Paese. Dall’altra, la competenza nazionale sulle politiche sociali è stata la vera prerogativa sovrana degli Stati europei a partire dal secondo dopoguerra. E per questa ragione, ancora oggi, gli Stati membri oppongono una strenua resistenza rispetto all’ipotesi di un’autentica devoluzione all’Unione Europea delle competenze effettive in materia di politica sociale. L’esito di questa impasse è sotto gli occhi di tutti. Coincide con la progressiva erosione dei sistemi di protezione sociale su basi solidaristiche a livello nazionale senza che lo spazio sociale europeo, quale unico ambito entro il quale sarebbe possibile contrastare una tale erosione, sia stato veramente attivato. Lo Stato, in Europa, è dunque solo virtualmente il primo garante dei diritti sociali. Ciò che in questi quarant’anni è venuta gradualmente a mancare è la garanzia effettiva dei diritti sociali. Una mancanza a cui, sino ad oggi, si è reagito con deboli contromisure. Una mancanza che è, allo stesso tempo, tra le cause endemiche degli anacronistici sovranismi di matrice populista in voga oggi soprattutto, anche se non solo, in Europa. Certamente, l’attuale crisi economico-sanitaria potrebbe determinare un’inversione di tendenza. L’esito positivo delle trattative europee sul Recovery Fund deporrebbe a favore di questa lettura. Manterrei, però, una certa cautela. Proprio perché la solidarietà sociale non può essere letta quale semplice esito di deliberazioni politiche o di meccanismi giuridico-istituzionali di protezione sociale. Naturalmente, determinate scelte politiche, determinati dispositivi istituzionali, sono indispensabili per incentivarla, ma occorre anche un processo di coesione in fieri che, consolidandosi, in qualche modo giustifichi la scelta di una politica sociale, pur essendo, tale coesione, a sua volta ridefinita dalla prassi stessa di una solidarietà istituzionale. In altre parole, un processo operativo di costruzione del legame sociale è tanto condizione dei meccanismi di protezione collettiva quanto esito della loro realizzazione. La dinamica sociale, a questo livello, non accetta semplificazioni, non è cioè del tutto utilizzabile lo schema del nesso causale, sebbene il livello delle condizioni di possibilità non possa essere disatteso.

 

L’emergenza ha posto in evidenza che nessuna economia a livello europeo (e a livello globale) può dirsi esente da shock economico-finanziari recessivi di questo tipo. Ogni Stato membro, infatti, è stato investito da questa inedita e imprevista turbolenza. È dunque ragionevole pensare che questa emergenza, che rappresenta una minaccia tanto simmetrica quanto trasversale, se incanalata entro i binari della condivisione, sia occasione per accelerare il processo di integrazione europea e costruire una sfera pubblica realmente informata all’interesse generale, in grado di coinvolgere i cittadini nella vita politica europea?

Alessio Lo Giudice: Il rapporto tra il processo di integrazione e la costruzione di una sfera pubblica europea, quale condizione per una partecipazione dei cittadini alla vita politica dell’Unione, non è affatto indipendente dalla possibilità di riconfigurare un Welfare State su scala continentale. Per rendersi conto di quanto ho appena sostenuto basta soffermarsi sui meccanismi che hanno governano il modello sociale europeo negli Stati nazionali. Nel cosiddetto trentennio glorioso, lo Stato sociale, in gran parte dei Paesi europei, ha approntato, a vantaggio dei cittadini, una serie di reti di protezione contro i rischi dell’economia capitalistica. Si può dire, quindi, che all’individuazione di una molteplicità di problemi, che il cittadino deve affrontare se partecipa attivamente alle relazioni sociali sviluppatesi in un’economia di mercato, lo Stato sociale abbia fornito altrettante soluzioni, o comunque forme di compensazione riequilibratici (si pensi ai cosiddetti ammortizzatori sociali quali la cassa integrazione). In questo contesto, il potere politico-istituzionale ha tratto chiaramente legittimazione dalla sua capacità di prendersi cura delle sorti del cittadino attraverso il meccanismo della socializzazione dei rischi. È la tutela contro la vulnerabilità e l’incertezza umana che si pone alla base del potere politico dello Stato sociale volto a fronteggiare le inquietudini del cittadino europeo che teme di essere relegato tra gli “scarti”, gli elementi “ridondanti”, dello sviluppo capitalistico. Non bisogna quindi stupirsi dinanzi agli evidenti tentativi contemporanei di “costruire” e veicolare una comune, e quanto più generalizzata, percezione del rischio per l’incolumità personale (che sia criminale, legato, ad esempio, all’immigrazione clandestina o, nel recente passato, terroristico, e a prescindere dal grado di effettività delle minacce in questione). A ben vedere, tutto ciò corrisponde al tentativo di riannodare il legame tra governati e governanti, fondandolo adesso sui rischi, a volte presunti, per la sicurezza personale, in un contesto che non sembra poter più tutelare gli individui dai rischi sociali ed esistenziali. Sappiamo però bene come, nella tradizione del modello sociale europeo, alla protezione contro i rischi sociali, e all’obiettivo della piena occupazione, si accompagnava la piena titolarità dei diritti politici di cittadinanza. In altre parole, lo Stato sociale si fondava certamente sui meccanismi di protezione collettiva, ma allo stesso tempo promuoveva una partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica. In questo senso, lo Stato sociale ha rappresentato un significativo fattore di democratizzazione sostanziale delle società europee all’indomani del secondo conflitto mondiale. Esiste, infatti, un nesso di funzionalità reciproca tra gli strumenti di protezione collettiva e quelli di promozione e tutela della partecipazione democratica. Non solo la protezione dai rischi sociali mira a consentire il pieno svolgimento dell’attività politica tra soggetti sostanzialmente, e non solo formalmente, uguali. Il processo si articola infatti anche in un senso diverso: la rimozione degli ostacoli materiali alla libera e uguale partecipazione alla vita democratica permette, attraverso i rapporti intersoggettivi mediati dalle formazioni sociali, la costruzione di quel senso di solidarietà che giustifica gli interventi istituzionali di natura protettiva e anche redistributiva. Permette, in particolare, la costruzione di una sfera pubblica entro la quale il senso di solidarietà possa essere praticato e vissuto. Si comprende bene, dunque, la portata della crisi del modello sociale su base nazionale. Il punto è che la crisi dello Stato sociale democratico e della forma rappresentativa da esso proposta coincide con la crisi delle forme istituzionali di protezione sociale di stampo solidaristico. Se lo Stato si occupa effettivamente dei bisogni materiali dei cittadini attraverso interventi deliberati dalle istituzioni democratiche, i cittadini saranno tendenzialmente incentivati in misura maggiore a contribuire alla formazione della volontà pubblica usufruendo dei meccanismi e delle infrastrutture della democrazia rappresentativa (voto, sindacati, associazioni, partiti). Ma se tutto questo è vero, al netto delle differenze nei processi storici dei diversi Paesi europei, bisogna allora porre una questione specifica. Cosa accade se i meccanismi di legittimazione e democratizzazione del modello sociale non sono più garantiti, non sono più effettivi a livello nazionale? Cosa accade, in particolare, se una tale crisi non è colmata dall’intervento del livello della cooperazione solidaristica sovranazionale? Cosa accade, in altre parole, se l’UE, come purtroppo è avvenuto in passato, non prova a incidere politicamente sui processi di globalizzazione orientandoli ma, al contrario, ne esalta e asseconda la fase espansiva senza comprendere che la globalizzazione del capitalismo finanziario avrebbe comportato la globalizzazione delle disuguaglianze? Accade, come oggi è del tutto evidente, che si esauriscono le risorse, anche simboliche, di legittimazione dell’UE come soggetto politico. In questo senso, l’emergenza sanitaria, i cui effetti sono profondamente determinati dal contesto ineludibile della globalizzazione, non ha fatto altro che acuire e rendere visibile tanto l’incapacità degli Stati nazionali di governare questioni di portata globale, quanto l’impotenza dell’Unione Europea, ancora oggi priva di quelle autonome dotazioni istituzionali ed economiche che possono trasformarla in un soggetto politico operativo nello scenario globale. La strada tracciata dalle scelte sul Recovery Fund può essere promettente soltanto se si tramuta in un modello di azione comune che prescinda dalle contingenze delle emergenze, altrimenti rischia di ridursi ad una, pur importante, misura una tantum. Se, invece, verrà intesa quale punto di partenza per la costruzione di uno spazio sociale europeo, allora potrebbe innescarsi, su base continentale, quel processo di democratizzazione che ha caratterizzato i Paesi europei nel secondo dopoguerra e che sarebbe in grado, nel quadro dell’Unione, di determinare le condizioni materiali, oltre ogni retorica, per la costruzione di una sfera pubblica europea.

 

Ormai da tempo, in conseguenza anche di scelte che hanno portato a politiche di austerità che prescindevano spesso dalla considerazione della dimensione sociale, la percezione dell’Europa presso i cittadini è quella di un’entità burocratica gestita da un’indistinta élite di tecnocrati incapaci di leggere i reali bisogni dei cittadini. Vi è la percezione da parte della comunità di una carenza di rappresentanza. La dimensione politica viene talvolta vista come incapace di farsi carico, al di fuori di una logica meramente finanziaria, delle istanze sociali dei singoli individui. Ci si può aspettare che una corale gestione delle criticità dovute all’epidemia possa essere il pretesto per riorientare l’idea di solidarietà verso un’impostazione redistributiva e correttiva delle disuguaglianze sociali e reddituali, superando l’attuale cifra competitivo-produttiva che la relega entro i recinti degli egoismi nazionali?

Alessio Lo Giudice: L’epidemia può rappresentare un drammatico “pretesto”, per declinare in senso politico-solidaristico il progetto europeo, soltanto se si coglie nella prospettiva dell’Europa come spazio sociale non una semplice opzione settoriale, non una scelta puntuale riducibile alla devoluzione tecnica di ulteriori competenze specifiche all’Unione, ma una vera e propria vocazione. Soltanto se si coglie nell’Europa sociale lo spirito dell’Unione nel terzo millennio. Soltanto se si coglie in tale prospettiva l’unica possibilità per uscire dal guado dell’attuale ibridità politica dirigendosi verso il compimento del progetto politico immaginato a Ventotene. Bisogna tenere conto di quanto l’individuo appaia strutturalmente debole nel contesto globale; le sue risorse personali, adesso che è privo delle reti di tutela e dei legami sociali tradizionali atti a garantire un mutuo soccorso, sono chiaramente inadeguate. L’esclusione, il fallimento, in un contesto di precarietà endemica, sono una prospettiva reale che attraversa vecchie divisioni di classe prescindendo dai tradizionali fattori di produzione della disuguaglianza sociale. Tutto ciò contribuisce a mostrare come i legami solidaristici, promossi all’interno dello Stato sociale, abbiano subito in questi decenni innumerevoli attacchi da parte del globalismo economico, sostenuto o assecondato dalle politiche finanziarie dell’UE, da parte delle forme estreme di precariato e flessibilità nel lavoro e da parte delle privatizzazioni indiscriminate, indotte anche dal quadro istituzionale dell’Unione Economica e Monetaria dell’UE. Il risultato è stato la privatizzazione stessa dei problemi sociali legati alle condizioni di vita dei cittadini. Si sono, di conseguenza, esautorate le ragioni di un impegno politico individuale, di una cittadinanza sociale funzionale all’autogoverno di questioni ritenute di interesse comune. La reazione politica a livello europeo dovrebbe invece oggi passare, necessariamente, dall’investimento su un modello di welfare istituzionalizzato nella dimensione politica unitaria europea. Un investimento che consentirebbe, potenzialmente, di affrontare e compensare le spinte deregolative e disgreganti della globalizzazione. Tutto ciò sarebbe sostenuto dalla possibilità di combinare le diverse competenze europee che hanno generato sistemi di protezione sociale notevolmente differenziati in base ai contesti di destinazione. La prospettiva dell’Europa sociale potrebbe determinare quindi l’attivazione di adeguati meccanismi di protezione collettiva in grado di salvaguardare la tenuta esistenziale dei cittadini europei contro le destabilizzazioni riconducibili alle mutate condizioni economiche e sociali, e in grado altresì di rimuovere gli ostacoli materiali che inibiscono la partecipazione egualitaria dei cittadini alla vita politica. Si potrebbe saldare, quale fondamento di legittimazione dell’istituzione europea nel suo complesso, il nesso strutturale tra solidarietà sociale e partecipazione democratica. Non si tratterebbe di una semplice traduzione sovranazionale di un’idea di Stato sociale che sconta anche una crisi di tipo endogeno. Bisognerebbe anzi evitare la riproduzione di meccanismi protettivi chiaramente inidonei a fronteggiare una mutata realtà sociale. Si tratterebbe allora di pensare a questa idea di modello sociale europeo quale espressione di una sfera d’azione condivisa che non corrisponda a uno Stato sociale in senso classico, quanto piuttosto a un quadro istituzionale di solidarietà extranazionali affidate alla politica comune dell’Unione. Un modello sociale europeo istituzionalizzato comporterebbe una devoluzione effettiva all’Unione Europea delle competenze giuridiche, politiche ed economiche in materia dei diritti sociali, in funzione di una politica comune, e per rendere così la politica sociale a livello europeo autonoma dai bilanci nazionali. Da ciò deriverebbe la possibilità concreta di articolare una forma di solidarietà postnazionale, volta a garantire un significativo coinvolgimento dei cittadini stessi nella vita politica europea, e diretta a giustificare gli stessi interventi di protezione sociale. In questo modo si affronterebbe sia il deficit di legittimità democratica a livello nazionale, trasponendo le condizioni per colmarlo entro una dimensione postnazionale, sia il medesimo deficit a livello europeo.

 

La concezione che tramite la sola o preminente attività di mercato sarebbe stato possibile raggiungere in Europa la piena integrazione sociale e l’affermazione concreta di valori condivisi (uno su tutti, la solidarietà) a livello individuale e di comunità ha dato prova di non essere sufficiente e ha fatto sì che nel tempo si sia addivenuti ad un vero e proprio allentamento del legame sociale europeo. L’agire solidale è ancora fondamentale per l’affermazione del processo di integrazione europea e per ristabilire i nessi di fiducia dei cittadini con le istituzioni? È corretto affermare che alla base dell’inefficacia delle pratiche solidaristiche europee ci sono le forme di regolazione neo-liberale del welfare incoraggiate dalla stessa UE?

Alessio Lo Giudice: L’ispirazione neo-liberale che ha segnato alcuni passaggi fondamentali del percorso europeo ha, senza dubbio, rappresentato un ostacolo determinante rispetto al compimento sociale e politico del processo di integrazione. All’origine del percorso istituzionale che ha prodotto l’attuale assetto europeo, il fondamento di legittimazione del cammino europeo è stato certamente garantito dalle inedite condotte degli Stati europei in netta controtendenza rispetto al passato. Infatti, dopo i totalitarismi e le guerre mondiali, il fatto stesso che gli Stati sovrani europei avviassero forme stabili, e per definizione pacifiche, di cooperazione economica e politica rappresentava, e ha rappresentato, un solido fondamento per giustificare progressive cessioni della sovranità statale e la conseguente produzione di norme giuridiche di rango sovranazionale, con i relativi obblighi per gli Stati membri e per i loro cittadini. D’altra parte, il processo di pacificazione compiutosi è stato, nei fatti, ispirato da un orientamento economico di stampo comunque neo-liberale che, come è noto, attribuisce alla dinamica relazionale innescata dalla logica del libero mercato la capacità di costruire le condizioni di possibilità per una convivenza pacifica. Un orientamento che, nei primi decenni del processo di cooperazione europea, ha comunque incontrato il freno sociale rappresentato dalla forma stessa dello Stato sociale democratico quale principale matrice costituzionale degli Stati europei. Per questa ragione, si potrebbe sostenere che, in realtà, l’impronta neo-liberale abbia prodotto un serio impatto sulle politiche europee soltanto dopo il crollo del Muro di Berlino, e quindi dopo la fine della contrapposizione e, allo stesso tempo, dell’equilibrio socio-politico generato dalla guerra fredda. Equilibrio sul quale si è fondata la forza della socialdemocrazia in Europa. Del resto, l’impatto neo-liberale, non a caso, ha trovato un immediato riscontro normativo con i noti parametri economico-finanziari sanciti nel Trattato di Maastricht del 1992. In ogni caso, una peculiare concezione di politica economica, volta ad esaltare il nesso tra cooperazione e integrazione economica da una parte, e relazioni pacifiche tra gli Stati dall’altra, era già presente quale impronta genetica del processo europeo. Anzi, si potrebbe sostenere che l’orientamento specifico dell’ordoliberalismo di matrice tedesca abbia ispirato sin dall’inizio il percorso europeo. Secondo tale orientamento, l’obiettivo principale delle istituzioni comunitarie non poteva che essere quello di garantire uno spazio di autentica e disciplinata concorrenza economica quale unico mezzo per ottimizzare lo sfruttamento e la distribuzione delle risorse. Per l’ordoliberalismo, infatti, a differenza della classica concezione liberista, non bisogna affidarsi alla mano invisibile e spontanea del mercato. Le istituzioni sono tenute a organizzare la concorrenza, costruendone le condizioni giuridiche, sociali e culturali. L’Ordnungspolitik, questa peculiare e sui generis concezione liberista che richiede l’intervento delle istituzioni, si consolida negli anni Trenta a Friburgo grazie all’opera di noti economisti come Walter Eucken e Franz Böhm. La costituzione economica che gli ordoliberali hanno in mente deve assicurare le strutture per il funzionamento del mercato senza che sia previsto l’intervento dello Stato nel processo economico in senso stretto. Di conseguenza, Eucken insisteva sul primato della politica monetaria sottratta alle variabili politiche attraverso l’istituzione di banche centrali autenticamente indipendenti votate a garantire l’obiettivo della stabilità monetaria. Una teoria, quella ordoliberale, che ha ottenuto importanti riscontri politici in Germania proprio nel dopoguerra grazie a un illustre seguace di questo orientamento, Ludwig Erhard, che prima è responsabile dell’amministrazione economica della zona occupata da Stati Uniti e Regno Unito, poi ministro dell’economia sotto Adenauer e infine cancelliere. In sintesi, possiamo quindi sottolineare come, da una parte, l’orientamento ordoliberale abbia condizionato sin dalla nascita il processo di integrazione europea e, dall’altra, come abbia generato un impatto e un’influenza significativa soprattutto nel nuovo scenario internazionale determinato dal crescente peso dei processi di globalizzazione economica. Come detto, il principio ispiratore ordoliberale della costituzione economica europea si è trovato a convivere, nel trentennio successivo alla fine della seconda guerra mondiale, con l’istituzione del modello sociale europeo a livello nazionale, fondato sulla tutela del lavoro e dell’occupazione e sulla progressiva realizzazione di un ampio sistema di protezione sociale. La tenuta di questo modello a livello nazionale, quale fattore principale di legittimazione democratica dello Stato nazionale nel dopoguerra, ha garantito un punto di equilibrio rispetto alle disciplinate spinte liberiste della neonata cooperazione europea. L’equilibrio viene però a mancare quando, per ragioni endogene ed esogene, lo Stato sociale nazionale vacilla, si ridimensiona e in alcuni casi si sgretola sotto i colpi del mercato globale e della concorrenza di scala che ne deriva. La mancata compensazione, rappresentata nel trentennio glorioso dallo Stato sociale nazionale, ha lasciato dunque, negli ultimi decenni, campo libero all’originaria matrice ordoliberale che si è realizzata compiutamente a partire dall’istituzione dell’Unione Economica e Monetaria dell’Unione Europea nel 1990 e, seguendo un’evoluzione grosso modo coerente, sino all’assetto determinato dal Trattato di Lisbona. Tutto questo mostra come la crisi delle pratiche solidaristiche in seno all’UE sia riconducibile, innanzitutto, alla scelta di rinunciare al modello sociale europeo contribuendo, del resto, alla sua crisi con politiche economiche mirate. Si tratta, però, di una scelta che deriva da presupposti profondamente radicati nei modelli culturali che hanno orientato il processo di integrazione europeo. Presupposti che oggi sono ben presenti nonostante la crisi finanziaria globale del 2008 e quella sanitaria del 2020. Ciò non toglie che tali presupposti, a partire dalla matrice ordoliberale, considerati gli effetti destrutturanti che hanno prodotto sulla tenuta politica e sociale dell’UE, vadano totalmente ripensati per poter pensare nuovamente l’Europa.

 

All’inizio di luglio è iniziata la presidenza semestrale tedesca dell’Unione Europea. L’agenda strategica europea, pertanto – almeno nelle premesse – sembra dare priorità a tutte quelle politiche in grado di irrobustire l’Europa di fronte alle oscillazioni politico-economiche dovute alle ormai consolidate strategie protezionistiche messe in atto dalle maggiori potenze mondiali. Per garantire un futuro all’Unione Europea è opportuno costruire una sovranità sanitaria dell’UE e, al contempo, promuovere una capacità fiscale europea istituendo nuove tasse (ad esempio la digital tax)?

Alessio Lo Giudice: Credo che tutte le modifiche istituzionali, volte ad attenuare quella che ho prima definito come ibridità politica dell’UE, vadano accolte con favore. Soprattutto se, come nel caso delle auspicabili riforme in tema di competenza sanitaria o di capacità fiscale, dovessero essere in grado di irrobustire il côté federale dell’Unione. Ritengo, infatti, che sia necessario, senza giungere necessariamente all’istituzione di una struttura autenticamente federale, farsi ispirare maggiormente dagli ideali che, in contrapposizione a quelli ordoliberali, condizionarono comunque il progetto europeo a partire dal Manifesto di Ventotene. Si tratta di ideali, quelli condensati nella prospettiva federalista, che, sin qui, sono stati prevalentemente accantonati a favore della concezione economico-politica ordoliberale. Oggi però, di fronte alla necessità di dettare un cambio di passo nel percorso europeo, rappresentano una risorsa valoriale e culturale inestimabile. Rappresentano una fonte da cui ripartire per poter dare, attraverso l’esperienza, contenuto ai valori identitari dell’UE.

 

La crisi pandemica ha reso anzitutto evidente la crisi strutturale dell’UE, quale soggetto politico ed economico che difficilmente riesce a far valere un proprio peso specifico nello scacchiere globale al cospetto delle altre grandi potenze. Al tempo stesso va sottolineato come, in questo momento di difficoltà globale, ad essere entrato in crisi – almeno apparentemente – sia lo stesso processo di globalizzazione. L’emergenza, infatti, non solo ha evidenziato la fragilità di un sistema basato sull’esasperazione delle interdipendenze (basti pensare alle difficoltà, registrate in tutta l’UE nel recuperare medicinali e DPI a causa della dipendenza da forniture provenienti da Paesi terzi) ma ha anche svelato la necessità di una vera e propria riscrittura di alcuni meccanismi che alimentavano queste stesse interdipendenze: quali le catene del valore, le abitudini lavorative, l’accesso ai servizi digitali. Occorre allora chiedersi: che ruolo dovrà assumere l’UE per incidere politicamente sui processi di globalizzazione che vanno riorientandosi?

Alessio Lo Giudice: Affinché l’UE possa incidere efficacemente sui processi di globalizzazione è necessario un chiarimento politico e identitario ispirato dalla prospettiva sociale a cui più volte ho fatto riferimento. Altrimenti l’UE, pur essendo una sorta di istituzione della globalizzazione, continuerà ad essere un non-soggetto nel contesto globale. Più in generale, questo chiarimento, fondativo o rifondativo, dovrebbe condurre a cogliere la misura del soggetto europeo e il modello a cui ispirarsi per la sua collocazione globale. Io penso che il modello postnazionale sia, da questo punto di vista, in grado di cogliere in pieno le prospettive di una dimensione globale che non rinunci al suo radicamento locale. E penso che in questo modello debba consistere la misura europea poiché esso non conduce né a rinchiudersi entro un’angusta dimensione localistica, né entro gli schemi di un’illusoria profezia globalista. Il modello postnazionale comporta, allo stesso tempo, il rifiuto dell’eurocentrismo e la necessità di un processo di unificazione politica che superi lo schema della nazione, per riassumere così la prospettiva di un’azione unitaria nello scenario globale. Si potrebbe allora pensare al modello postnazionale come espressione di una sorta di federalismo moderato che non sia immediatamente rivolto alla costruzione di uno Stato europeo e che, per converso, non sia rivolto alla mera proiezione, sul piano di un’astratta cornice istituzionale federale, degli interessi particolaristici degli Stati nazionali europei. Si tratta, in realtà, della costruzione di una dimensione istituzionale europea denazionalizzata e autonoma, articolata intorno a sfere di intensa, sebbene non totalizzante, unità politica. La semantica del postnazionale, a differenza di quella del sovranazionale, implica in maniera più immediata (anche rispetto alla tradizionale prospettiva del federalismo) un superamento paradigmatico e metodologico del riferimento nazionale. A ben vedere, il modello sovranazionale, che ci consente di leggere aspetti fondamentali dell’attuale assetto europeo, non supera, infatti, il carattere sintetico della nazione in quanto tende più che altro a riprodurre, su una scala geopolitica differente, un livello nazionale sui generis. La postnazionalità, invece, potrebbe essere in grado di descrivere la prospettiva stessa dell’UE e quindi il suo futuro politico. Mi riferisco cioè a un quadro istituzionale entro cui si consumi un effettivo superamento del principio nazionalistico che comporti, ad esempio, una differenziazione tra nazionalità e cittadinanza europea in modo che la pluralità nazionale sia compatibile con l’unità politica. Ma superamento del paradigma nazionalistico non equivale a destrutturazione degli Stati nazionali, né tanto meno equivale all’ideale istituzionale di un Superstato. Il postnazionale implica invece la costruzione di uno spazio istituzionale di unità politica che superi l’elemento nazionale come esclusivo fattore di coesione sociale. Per queste ragioni la dimensione postnazionale potrebbe rinviare alla costruzione di uno spazio pubblico entro cui articolare e sperimentare forme di solidarietà sociale denazionalizzate. Per le medesime ragioni, la scelta dell’istituzione del Recovery Fund potrebbe essere interpretata, in potenza, come il primo gesto dell’UE quale soggetto postnazionale. Del resto, è proprio questa la sfida posta dalla crisi delle politiche sociali e di partecipazione democratica a livello statale. Occorre cioè pensare alla costruzione di una cornice istituzionale che, al di là del livello statal-nazionale, attivi forme di protezione sociale coinvolgendo i cittadini nella gestione democratica delle istituzioni stesse. Si tratta cioè di volgere lo sguardo al postnazionale, distogliendo la nostra attenzione dall’esclusività dello sguardo nazionale. Se pensata, dunque, come soggetto postnazionale, l’UE potrebbe giocare un ruolo decisivo nello scenario globale. Potrebbe, in particolare, recuperare una leadership culturale fondata sulla capacità di interpretare il contesto globale, a differenza delle altre potenze come gli Stati Uniti e la Cina, con una posizione (postnazionale) e una prospettiva politica (sociale) davvero adeguate per affrontare le sfide poste dalle interdipendenze innescate dalla globalizzazione. Proprio oggi, nel tempo dei populismi sovranisti e dell’emergenza sanitaria globale, bisognerebbe fronteggiare un nazionalismo che, prima ancora di essere politico o ideologico, è soprattutto metodologico, in quanto la fede nello sguardo nazionale condiziona tanto lo studioso quanto il politico o il cittadino. La tentazione di leggere la realtà attraverso coordinate sociali e politiche di tipo nazionale è, infatti, ancora troppo forte. Ma il compito dell’Europa nello scenario globale consiste proprio nel testimoniare l’alternativa metodologica del modello postnazionale. Si tratta di una sfida letteralmente epocale. Una sfida, però, che coincide, a mio parere, con la possibilità stessa, riprendendo le parole di Camus da cui abbiamo tratto ispirazione, di dare contenuto al valore in sé del progetto europeo. Temo che l’alternativa sia, prima o poi, un inesorabile ritorno alle piccole patrie, prive di potere e assetate di giustizia.


[1] A. Camus, Il futuro della civiltà europea, Castelvecchi Editore, 2012.

Scritto da
Nicola Dimitri

Dottorando in filosofia del diritto presso l’Università degli studi di Genova, cultore della materia in sociologia del diritto presso la stessa Università, è borsista presso l’Istituto Italiano di Studi Filosofici di Napoli, IISF. È membro di Società Italiana di Filosofia del Diritto, SIFD; Società Italiana Diritto e Letteratura, ISLL; Centro per l’Eccellenza e gli Studi Transdisciplinari, CEST.

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