Crediti deteriorati: la spada di Damocle del sistema bancario
- 27 Settembre 2017

Crediti deteriorati: la spada di Damocle del sistema bancario

Scritto da Gianluca Piovani

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I crediti deteriorati delle banche italiane

A fine 2016 l’ammontare totale di crediti deteriorati delle banche italiane era pari a 349 miliardi; i crediti deteriorati netti (cioè al netto dei fondi svalutazione) erano invece pari a 173 miliardi. Di questi crediti deteriorati le sofferenze totali erano pari a 215 miliardi e quelle nette ad 81 miliardi. L’incidenza delle esposizioni deteriorate sul totale del monte prestiti erogati in Italia era del 15,3%; a livello europeo invece l’incidenza media è del 5,1%. Certo le banche italiane sono forse più “virtuose” negli accantonamenti poiché coprono con fondi svalutazione il 48,9% dei crediti deteriorati mentre la media europea è 44,6% ma chiaramente ciò non può compensare una zavorra che incide per circa il triplo sull’ammontare dei crediti erogati. Dai numeri di cui sopra[1] emerge chiaramente come il problema dei crediti deteriorati sia particolarmente rilevante per il nostro Paese.

Come mai il problema dei crediti deteriorati è diventato così rilevante in Italia? Il nostro sistema bancario non è certamente stato paragonabile in termine di rischi finanziari a quello di altri paesi che hanno causato la crisi. Le banche non si sono sbilanciate in cartolarizzazioni rischiose e complesse di mutui subprime e nemmeno hanno fatto incetta di derivati opachi. Le banche italiane si sono concentrate su una sana pratica bancaria di tipo tradizionale erogando credito all’economia reale… però in modo un po’ troppo allegro e talvolta clientelare. Gli istituti di credito italiani sono stati colpiti dalla crisi non tanto per il collasso dei mercati finanziari e della finanza globale ma per gli strascichi velenosi in termini di contraccolpi sull’attività economica reale e di aumento dei tassi di default.

In sostanza quando l’economia va bene è facile fare affari e le aziende in genere vanno tutte bene. Viene quindi spesso la tentazione di aumentare eccessivamente la quantità di prestiti, tanto in pratica nessuno fallisce e tutti pagano cospicui interessi, pecunia non olet. È come quando a tavola vediamo una torta troppo buona per non essere mangiata; prestare soldi a pioggia in periodi di crescita economica è un business fin troppo facile. Finché la crescita dura si incassano corposi interessi anche e magari soprattutto a fronte di clienti dalla posizione finanziaria precaria e instabile a cui quindi si richiede una remunerazione del credito maggiore a causa del rischio. La storia però insegna che prima o poi arriverà una crisi, l’unica incognita è quando ma prima o poi nel termine di qualche anno arriverà: e allora i portafogli crediti di banche la cui attività era eccessivamente sbilanciata in termini di rischi, vuoi magari perché legate a logiche politiche o clientelari o di espansione eccessiva, registrano perdite estremamente sostanziose e questa è la storia di banche come il Monte dei Paschi o di Banca Marche.

E cosa succede quando la crisi colpisce? In Italia, nel pieno rispetto della nostra tradizione artistica e operistica, è stato un crescendo rossiniano. Dapprima si compiono sforzi enormi per nascondere la polvere sotto il tappeto. Inutile, anzi possibilmente dannoso e mortale, far emergere i problemi nel momento di panico finanziario. Alcune perdite emergono, ma si tratta solamente la punta dell’iceberg, il grosso viene nascosto per farlo emergere poi; e tutto ciò anche con un po’ di consapevolezza dei vigilanti e dei regolatori, diciamo che non era una novità che Monte dei Paschi, tanto per fare un esempio, non navigasse in buone acque.

Mettendoci nei panni degli organismi pubblici aprire seriamente il caso Monte dei Paschi nel 2011 avrebbe fatto letteralmente esplodere lo spread con possibile fallimento della nazione e quali benefici se ne sarebbero tratti? Meglio non tirarsi la zappa sui piedi e attendere un momento più propizio. La prassi è quindi far emergere le perdite lentamente e sanare i bilanci con relativa registrazione di perdite solamente man mano che la situazione economica migliora.

Ciò è chiaramente mostrato dal grafico che segue e mostra che il picco dell’incidenza dei deteriorati è stato raggiunto nel 2015, non proprio l’apice della crisi. Davvero tutti quei crediti deteriorati sono riferibili proprio a quell’anno? Chiaramente no, è solo la polvere sotto il tappetto che emerge man mano che lo si solleva.

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Scritto da
Gianluca Piovani

Nato nel 1991, ha conseguito la maturità presso il liceo scientifico Augusto Righi di Bologna, quindi la laurea triennale in Economia e Finanza e la magistrale in Finanza Intermediari e Mercati presso l’Università di Bologna. Durante il periodo universitario ha fatto parte del Collegio Superiore dell’Università di Bologna. Ha collaborato con la rivista elettronica Il Chiasmo e ho svolto stage presso l’azienda bolognese Prometeia e in Banca di Bologna.

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