D-Day. L’alba di un nuovo ordine mondiale
- 05 Giugno 2017

D-Day. L’alba di un nuovo ordine mondiale

Scritto da Alberto Prina Cerai

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La grande vigilia. Tutto è pronto per lo sbarco

A fine aprile del 1944 tutto era già pronto per l’attacco alla «fortezza europea». Il progetto primitivo dello sbarco in Normandia prevedeva l’impiego di sette divisioni, più due di riserva, nella zona compresa fra la foce dell’Orne e la Pointe du Hoc. Come avevano contestato i vertici del Comando Supremo, tali forze non erano sufficienti; il 24 marzo fu stabilito che dei 6500 mezzi la metà sarebbe stata fornita dagli Stati Uniti in attesa che venissero messe a disposizione le navi da guerra. Inoltre Montgomery insistette anche sull’aumento delle divisioni aviotrasportate: circa 200.000 uomini particolarmente addestrati il giorno «D» sarebbero stati lanciati in mezzo alle linee del nemico, tra Caen e Sainte-Mère-Église, per aprire un varco al grosso delle forze che sarebbero giunte dal mare. Le località e le zone di sbarco furono contrassegnate e mascherate con definizioni convenzionali: la zona di sbarco degli inglesi fu denominata «Sword», la spiaggia riservata ai canadesi «Juno», mentre «Gold», «Omaha» e «Utah» furono le zone predefinite per le forze statunitensi. Lo sbarco fu fissato inizialmente per il 1º maggio del 1944, ma venne ritardato di oltre un mese per le preoccupazioni di Eisenhower il quale era addirittura schernito dai suoi collaboratori, che ritenevano fosse afflitto dalla sindrome dell’Invencible Armada di Filippo II; Stalin, con molta meno dose di ironia, temeva che fosse un pretesto per ritardare il più a lungo possibile l’apertura del secondo fronte. D’altro canto non si poteva biasimare l’atteggiamento di “Ike”, le cui responsabilità erano davvero enormi. Nessun condottiero della storia aveva mai avuto in comando un esercito così imponente come quello che si accingeva ad attraversare la Manica. In pochi mesi forze colossali avevano invaso l’isola britannica, 133 nuovi aeroporti furono allestiti per sistemare i bombardieri e i caccia della US Air Force, 1.750.000 soldati britannici, 175.000 provenienti dai territori imperiali, 44.000 volontari europei e oltre un milione e mezzo di americani furono sistemati e raggruppati nelle caserme: in totale, un esercito di tre milioni e mezzo di uomini con a disposizione 20 milioni di tonnellate di materiale bellico, quasi tutto di produzione statunitense. Come avrebbero potuto avvicinarsi alle coste francesi un tale numero di soldati? La rivoluzione tattica che permise di superare un dilemma di non facile risoluzione, nell’operazione di sbarco più imponente della storia, fu offerta dall’intuizione e dalla genialità del generale inglese Sir Percy Hobart. Gli originali LCT (Landing Craft Tanks, progettati da Andrew Higgins), mezzi da sbarco convenzionali, avrebbero dovuto esporsi alla potenza di fuoco nemica trincerata lungo la spiaggia prima di avvicinarsi sulla terra ferma; Hobart riuscì a garantire l’immediato supporto dei carri armati “Sherman” americani dotandoli di una tecnologia anfibia in grado di ovviare a tale problema e di imprimere all’operazione, grazie ad altre innovazioni belliche (quali i carri “Crocodiles” per demolire le fortificazioni, i porti artificiali prefabbricati “Mulberry” e un sistema di oleodotti mobile) un carattere quasi fantascientifico per l’epoca, che consentì di acquisire un vantaggio decisivo rispetto alle misure difensive tradizionali organizzate dai tedeschi. La situazione della Wehrmacht sul fronte occidentale, che avrebbe dovuto opporsi alle forze anglo-americane, era piuttosto drammatica; qui erano confluite le forze più logorate dalle sanguinose battaglie in Russia, con un forte abbassamento degli standard fisici e militari, poiché spesso si ricorse al reclutamento di soldati inesperti e piuttosto anziani, oltre a rimpolpare le file dell’esercito con truppe locali richieste dai territori occupati. Circa l’armamento, l’industria bellica tedesca subiva da mesi l’assalto quotidiano delle forze dello United States Strategic Bombing Survey (USSBS); tuttavia, in seguito alla nomina di Albert Speer a ministro degli Armamenti, la produzione tornò a salire fino a toccare le cifre più alte dall’inizio del conflitto. Nonostante ciò, la sproporzione di forze con gli Alleati, con le continue perdite sul fronte orientale, rimaneva incolmabile, ma non intaccò la fiducia sulla tenuta difensiva da parte delle alte cariche naziste, da Hitler passando per Rommel e von Rundstedt il quale, alla vigilia inaspettata dell’invasione, dichiarò ai soldati: “State tranquilli, non passerà un topo”.

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Scritto da
Alberto Prina Cerai

Dopo le lauree all’Università di Torino e all’Università di Bologna, ha svolto un periodo di ricerca presso il King’s College di Londra. Ha completato in seguito un Corso Executive in Affari Strategici presso la LUISS School of Government, una PhD Summer School con Politecnico di Milano-EIT Raw Materials su materiali critici ed economia circolare ed un Master con la Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale (SIOI). Attualmente svolge attività di consulenza e analisi, oltre a collaborare con Luiss University Press. Si interessa dell’intersezione tra materie prime, tecnologia, ambiente e geopolitica.

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