D-Day. L’alba di un nuovo ordine mondiale
- 05 Giugno 2017

D-Day. L’alba di un nuovo ordine mondiale

Scritto da Alberto Prina Cerai

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D-Day: il «giorno più lungo» è arrivato

Terminati i preparativi e le esercitazioni, non restava che fissare il giorno esatto dell’inizio delle operazioni. Era indispensabile conciliare diversi fattori: luce lunare per l’aviosbarco dei paracadutisti, marea per facilitare le operazioni dello sbarco e consentire alla prima ondata (200.000 uomini e 20.000 mezzi) di prendere piede in Normandia. Si optò per la prima settimana del mese, tra il 5-6-7 giugno. Dopo l’iniziale convinzione di Eisenhower per il 5 giugno, il peggioramento progressivo delle condizioni meteorologiche lo convinsero a ritardare di 24 ore l’inizio delle operazioni, quando la situazione si sarebbe stabilizzata. I tedeschi erano completamente all’oscuro di quanto si stava preparando aldilà della Manica; Rommel continuava ad insistere testardamente nell’idea che gli Alleati sarebbero sbarcati al passo di Calais, che in quei giorni era stato sottoposto ad intensi bombardamenti mentre le ricognizioni aeree tedesche si erano concentrate solo nel settore di Dover, ovvero il punto più vicino alla costa francese. Tutto era dunque tranquillo lungo la linea del fronte che nel giro di poche ore avrebbe ricevuto l’urto del più potente corpo di spedizione della storia. La notte che precedette il 6 giugno 1944 la più formidabile armata di tutti i tempi era in navigazione verso la Francia. Schierate su un fronte di 35 chilometri, 4216 navi da trasporto, protette da 13.000 aerei e scortate da 702 navi da guerra, traghettavano verso la Normandia la prima ondata delle forze da sbarco. La flotta procedeva lentamente lungo la Manica in direzione di Calais poi, improvvisamente, invertì la rotta verso l’obiettivo. Nel frattempo 20.000 paracadutisti si stavano preparando per il grande salto. Il piano era il seguente: le due divisioni aviotrasportate (la 6ͣ divisione britannica, la 101ͣ americana coadiuvata dalla 82ͣ) dai bimotori C47 “Dakota” si sarebbero dovute impadronire di due teste di ponte, a est e a ovest, tra Caen e Carentan per proteggere i ponti sui fiumi Orne e Vire e in seguito allargarle il più possibile per garantire condizioni di sbarco più favorevoli. Poco dopo l’alba, i battelli da sbarco carichi di truppa e mezzi si distaccavano dalle navi da trasporto per dirigersi verso la costa. Nonostante la contraerea tedesca avesse in parte intercettato l’invasione aviotrasportata, i comandi tedeschi – su tutti Rommel e von Rundstedt – erano convinti che si trattasse di un diversivo. La prima ondata d’invasione aveva conquistato senza registrare perdite la spiaggia di Utah; nella spiaggia di Omaha, al contrario, si scatenò l’inferno. Le batterie tedesche incalzarono per ore i mezzi anfibi e le truppe di fanteria scese a terra: fu il peggior bagno di sangue di tutta la spedizione. Nonostante l’obiettivo principale, Caen, non fosse stato raggiunto, la sera del 6 giugno le forza anglo-americane si erano affermate su tutte le spiagge ed avevano avanzato verso l’interno, con le sole eccezioni delle truppe aviotrasportate che combattevano ancora isolate. Nei comandi tedeschi, tuttavia, regnava ancora una sensazione di vago ottimismo, proprio nel momento in cui l’esercito alleato allargava a ventaglio il fronte d’invasione. In quel momento, 75.215 britannici e 57.050 americani, più le divisioni aviotrasportate, avevano piede in territorio francese. Le altre forze del corpo di spedizione erano in fase di sbarco. La prima battaglia era vinta. Dalle alture i tedeschi osservavano sgomenti la grande macchina bellica che gli alleati stavano dispiegando lungo un fronte di ottanta chilometri. La «grande crociata contro il nazismo», citando Eisenhower, aveva avuto inizio. La potenza marittima per eccellenza, gli Stati Uniti d’America, era riuscita nell’impresa di penetrare nella Fortezza Europa, sconvolgendo tutte le convinzioni geopolitiche e geostrategiche del nazionalsocialismo. La più grande democrazia del mondo era diventata, nella necessità, una perfetta macchina da guerra, pronta a colpire il Terzo Reich stretto a tenaglia da Est e a Ovest e pronta a partecipare alla corsa verso Berlino.


[1] Nel suo libro Dawn of D-Day (1959), nel primo capitolo ricostruisce l’ascesa del Generale Eisenhower fino all’assunzione nel Quartier Generale Supremo delle Forze di Spedizione Alleate (SHAEF).


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Scritto da
Alberto Prina Cerai

Dopo le lauree all’Università di Torino e all’Università di Bologna, ha svolto un periodo di ricerca presso il King’s College di Londra. Ha completato in seguito un Corso Executive in Affari Strategici presso la LUISS School of Government, una PhD Summer School con Politecnico di Milano-EIT Raw Materials su materiali critici ed economia circolare ed un Master con la Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale (SIOI). Attualmente svolge attività di consulenza e analisi, oltre a collaborare con Luiss University Press. Si interessa dell’intersezione tra materie prime, tecnologia, ambiente e geopolitica.

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