Dalle piattaforme digitali estrattive alla produzione di valore pubblico. Intervista a Luigi Corvo
- 04 Marzo 2026

Dalle piattaforme digitali estrattive alla produzione di valore pubblico. Intervista a Luigi Corvo

Scritto da Daniele Molteni

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Il 26 e 27 febbraio si è tenuto a Genova l’evento “Filosofia, Estetica Cooperativa e Intelligenza Artificiale”, tappa nazionale della Biennale dell’Economia Cooperativa di Legacoop, dedicata a una riflessione critica sulle trasformazioni introdotte dall’economia digitale e dall’intelligenza artificiale. Due giorni di confronto, workshop e dialoghi tra filosofia, scienza ed economia per approfondire temi quali: la governance delle piattaforme digitali, la concentrazione del potere economico, la gestione e la proprietà dei dati, le forme cooperative di creazione del valore e il ruolo dell’economia sociale nel ripensare i modelli di sviluppo tecnologico.

Pandora Rivista è media partner dell’evento. Per approfondire i temi al centro del panel “Piattaforme digitali: tra proprietà privata e modelli cooperativi”, abbiamo intervistato Luigi Corvo – Professore di Economia aziendale all’Università di Milano-Bicocca, fondatore di Open Impact, startup che fornisce servizi per misurare e gestire l’impatto sociale, ambientale ed economico in un’ottica di sostenibilità integrata, e coordinatore del comitato scientifico della Fondazione Barberini. Il programma completo dell’evento è disponibile sul sito di Legacoop Liguria.


Le grandi piattaforme digitali hanno concentrato proprietà e gestione dei dati nelle mani di pochi, acquisendo così un notevole potere decisionale. Rispetto alla creazione di valore e alla successiva appropriazione di quel valore, in che modo la loro ascesa ha modificato, e sta modificando, gli equilibri tra Stato, mercato e società civile? E quale ruolo potrebbero giocare i modelli cooperativi?

Luigi Corvo: Quello attuale è un fenomeno di accelerazione rispetto ad altri momenti storici in cui le risorse chiave sono state detenute nelle mani di pochi: dalla prima fase di quello che chiamiamo capitalismo, in cui i mezzi di produzione e le risorse risultano concentrati, alla stagione dell’energia fossile, anch’essa segnata da forti concentrazioni di potere economico. Il capitalismo industriale manifatturiero, ad esempio, non aveva una reale capacità di distribuire in modo diffuso l’accesso ai mezzi di riproduzione. Il salto di qualità oggi riguarda però la natura delle risorse, che sono in buona parte intangibili, e soprattutto l’abbattimento quasi a zero del costo marginale. Questo elemento cambia radicalmente il quadro. Il costo marginale esprime la scarsità: se per ottenere un’unità aggiuntiva di un bene o di un servizio devo pagare sempre di più, significa che mi sto avvicinando alla frontiera del limite. Se invece ogni unità aggiuntiva costa meno, siamo in un paradigma di abbondanza. Questo è il punto che non abbiamo ancora pienamente compreso. Quando parliamo di grandi piattaforme digitali, limitarci alla dimensione della gestione dei dati è ormai riduttivo. Oggi queste piattaforme gestiscono il mercato dell’attenzione, in cui i dati sono la materia prima, mentre l’oggetto vero è il tempo delle persone, la loro attenzione, la loro reazione emotiva. Il filosofo Bernard Stiegler parlava di “industria delle emozioni”: il like, il cuore, l’emoticon monetizzano l’attenzione, e l’emozione diventa la leva che orienta anche la decisione d’acquisto e i consumi. Il paradigma che ha reso queste piattaforme nuovi soggetti monopolisti – capaci persino di condizionare la sfera pubblica – è quello del costo marginale decrescente.

In questo scenario entrano in gioco i modelli cooperativi che, però, attualmente scontano alcune debolezze. Dopo essere stati competitivi nel capitalismo industriale e poi in quello dei servizi, nel capitalismo digitale e dell’intangibile non hanno ancora prodotto un attore capace di competere su scala industriale. Esistono buone pratiche, ma non esiste un attore cooperativo centrale nel mercato dei dati o dell’intelligenza artificiale. Si può parlare di un limite sul lato dell’offerta. Tuttavia, nel modello cooperativo offerta e domanda non sono separabili: la cooperazione di consumo ha trasformato la domanda in soggetto produttivo; quella di produzione e lavoro ha unito capitale e lavoro. È un’impostazione strutturalmente diversa. La questione allora è se siamo in grado di creare cooperative di dati. Possiamo immaginare una sussidiarietà digitale, dopo quella orizzontale e verticale pensata per lo spazio fisico? Nel cyberspazio ha ancora senso dire che la governance debba stare il più vicino possibile alla persona, ad esempio in forma cooperativa? Questo passaggio non può essere imposto dall’alto. Rileggendo le esperienze di metà Ottocento, a partire dai Pionieri di Rochdale nel 1844, si vede che le prime cooperative non contestavano il profitto in sé, ma la sua concentrazione. Sostenevano che, se il profitto viene socializzato, se il dividendo è distribuito tra molti attraverso il ristorno, allora diventa uno strumento positivo. A monte inserirono due principi. Primo: nel capitale sociale e nella governance devono poter entrare i molti, seguendo la regola “una testa, un voto”. La democrazia entra nel capitale al posto del suo dispotismo. Secondo: l’approccio non è redistributivo ma predistributivo. Non si aspetta l’intervento fiscale ex post; si riscrive il codice dell’organizzazione produttiva prima che il valore venga distribuito. Questo è, a mio avviso, il quadro dentro cui collocare il dibattito.

 

Torniamo al tema dell’economia dell’attenzione, che sposta il focus dai dati alle dinamiche di attenzione ed emozione. Nel dibattito ricorrono spesso categorie interpretative come il “capitalismo della sorveglianza”, l’oligopolio e le asimmetrie generate dalle economie di rete, che tendono a produrre poteri quasi monopolistici. Tra queste chiavi di lettura, quale consente davvero di comprendere che cosa caratterizza il capitalismo delle piattaforme? E, oltre alla dimensione dell’attenzione e delle emozioni, ci sono altri elementi strutturali che ritiene decisivi?

Luigi Corvo: Questa domanda coglie un punto centrale. È vero che esiste una forte tensione verso forme oligopolistiche e talvolta monopolistiche. Tuttavia, va osservato che il soggetto dominante cambia con un orizzonte temporale sempre più breve. IBM e General Electric erano i grandi oligopolisti dell’elettronica; oggi sono marginali rispetto ai nuovi attori. Poi è arrivata la stagione della new economy, con l’emersione di soggetti diventati rapidamente dominanti, come Microsoft, Google i grandi social network. Oggi siamo già in un’altra fase dove sono cruciali OpenAI, NVIDIA, i data center, i grandi sviluppatori di intelligenza artificiale. Il dato interessante è che la sostituzione del soggetto oligopolista avviene sempre più velocemente e il ciclo di vita delle fasi di espansione del capitale si accorcia. Questo non elimina la concentrazione, ma la rende dinamica, instabile, soggetta a rapidi ricambi. A mio avviso, però, chi si occupa di economia sociale tende a concentrarsi soprattutto sull’analisi critica di ciò che non funziona in quel modello. Siamo meno capaci di individuare ciò che lo rende efficace, di comprenderne i meccanismi generativi e di reimpiegarli in un altro quadro valoriale. L’abbattimento del costo marginale, ad esempio, è un risultato straordinario. Con i miei studenti faccio un esempio semplice: la differenza tra un CD e Spotify. Con dieci euro, un tempo si acquistavano dieci canzoni; oggi, con la stessa cifra, si può accedere a miliardi di brani. In questo passaggio c’è l’intera rivoluzione del costo marginale. Trasformare paradigmi di scarsità in paradigmi di abbondanza non è, in sé, un errore.

Il problema è che, se questa potenza generativa resta nelle mani di chi mira esclusivamente alla massimizzazione del profitto, verrà applicata solo dove esiste una forte disponibilità a pagare. Per questo si sviluppa nell’entertainment, nell’accommodation, nei bisogni secondari e terziari, ma non nell’acqua, nella casa, nella sanità. Non nei bisogni primari. Perché i bisogni secondari sono sostenuti da redditi extra, e lì il profitto è più facilmente estraibile. La questione, dunque, non è rinnegare il modello, ma trasformarlo e portare quella stessa capacità generativa dentro un codice orientato all’impatto sociale. Per questo studio l’impatto sociale: non per un’ossessione tecnica, ma perché è lì che si può intervenire. Dobbiamo comprendere che cosa rende così potente questo meccanismo e inserire nel suo “codice genetico”, accanto al profitto, una finalità di impatto. Senza dimenticare che anche le cooperative devono generare profitto. La differenza non sta nell’assenza di utile, ma nella sua funzione e nella sua destinazione.

 

In relazione a quanto dicevamo sulla predistribuzione del valore, abbiamo chiarito cosa significhi intervenire a monte, non ex post attraverso la regolazione fiscale. Ma come dovrebbe avvenire, concretamente, questo intervento? Da un punto di vista istituzionale ed economico esistono esempi di questo approccio, anche in settori non direttamente legati all’economia delle piattaforme?

Luigi Corvo: Sì, esistono. Nel settore manifatturiero, ad esempio, c’è il caso dei Paesi Baschi con il consorzio Mondragon, dove è presente in modo strutturale un modello predistributivo. L’idea di fondo è che la mitigazione delle esternalità e delle distorsioni tipiche dell’economia del profitto non venga delegata a un soggetto terzo, cioè allo Stato. Qui si mette in discussione la dialettica classica Stato-mercato. Lo Stato dipende dalle tasse generate dal mercato, attraverso il lavoro e il capitale. Ma quando il mercato entra in crisi, lo Stato incassa meno risorse proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di intervenire. È una correlazione problematica. Lo abbiamo visto nel 2007-2008 e durante la pandemia: il PIL crolla, aumenta la richiesta di intervento pubblico, ma le entrate fiscali diminuiscono. Lo Stato interviene comunque, ma scarica il costo sulle generazioni successive tramite il debito. Il modello dell’economia sociale agisce diversamente, introducendo nel mercato un soggetto con una funzione obiettivo distinta da quella dell’impresa che massimizza il profitto. Non aspetta la leva fiscale per redistribuire; utilizza direttamente il mercato per creare valore in forma diversa, modificando la produzione a monte. Questo implica anche una critica al modello filantropico anglosassone del give back to society. Se parliamo di “restituire”, significa che prima qualcosa è stato sottratto. L’economia sociale propone invece un give first: il valore viene creato fin dall’inizio con un algoritmo di impatto sociale incorporato. Le cooperative nascono così. Possono essere contemporaneamente lavoratori e proprietari, percettori di un dividendo sociale e decisori sull’allocazione dell’utile, tra reinvestimento e patrimonio collettivo. Inoltre, nelle cooperative non esiste la logica dell’exit speculativa: non si può vendere una comunità, né delocalizzare senza danneggiare se stessi, perché i proprietari sono anche lavoratori. Questo le rende meno esposte al dumping geografico, fiscale e finanziario, e più radicate nei territori.

C’è poi un tema istituzionale più ampio. Le cooperative non dovrebbero misurare solo l’impatto dei progetti che realizzano, ma anche l’impatto del loro modo di stare nel mercato. Oggi in Italia l’economia sociale vale circa l’8% del PIL. Se invece fosse il 30% o il 40%, come cambierebbe il Paese? Questo sarebbe un vero esercizio di foresight. Occorre, però, anche uno sforzo di rinnovamento. Difendere il modello cooperativo esistente è necessario, ma ogni euro speso per conservare il passato dovrebbe essere accompagnato da almeno un euro investito per creare nuove forme cooperative, capaci di parlare alle nuove generazioni e di attrarre talenti. Le prime cooperative, quando nacquero, erano realtà inedite e, rispetto al senso comune dell’epoca, perfino scandalose. Se oggi una proposta non appare almeno un po’ spiazzante, probabilmente non è realmente innovativa. Penso, ad esempio, alle cooperative di droni nate a Genova: una tecnologia associata alla guerra viene utilizzata per monitorare argini fluviali e prevenire dissesti. Oppure alle cooperative di dati, in cui il capitale sociale sia costituito dai dati conferiti dai soci, i diritti sui dati vengano negoziati collettivamente e le grandi piattaforme, per accedervi, debbano remunerare la cooperativa. In questo modo la produzione sociale di dati – oggi non pagata – diventerebbe una risorsa collettiva. La cooperativa agirebbe come una meta-piattaforma, capace di proteggere, negoziare e valorizzare i dati per generare progetti a impatto sociale.

 

Che cosa servirebbe per diffondere questi modelli e renderli realmente competitivi in un contesto dominato da piattaforme estrattive?

Luigi Corvo: Per diffondere questi modelli servirebbe il coraggio di accettare la possibilità del fallimento, perché oggi, in questa partita, di fatto non stiamo giocando. Il rischio di non fare nulla però è maggiore del rischio di tentare. Le tecnologie digitali non stanno modificando solo gli stili di consumo, ma stanno influenzando il modo in cui pensiamo, interagiamo, prendiamo decisioni. C’è chi parla persino di effetti sul funzionamento cognitivo.

In questo contesto, avere coraggio significa scommettere sull’intelligenza collettiva e accettare che le soluzioni possano nascere ai margini del movimento cooperativo, forse in ambiti che oggi non definiremmo nemmeno economia sociale. Potrebbero emergere da startup che mettono in discussione il modello estrattivo dell’exit come unico obiettivo. Servono apertura, sguardo controintuitivo e formule di investimento diverse da quelle tradizionali.

 

Parlando di impatto sociale, spesso il tema della sostenibilità viene affrontato attraverso metriche come i criteri ESG e i report aziendali. Nel suo lavoro lei insiste molto sull’impatto sociale come categoria più profonda. Che cosa implica progettare piattaforme orientate direttamente alla produzione di impatto sociale?

Luigi Corvo: I criteri ESG (environmental, social, governance) mostrano già i loro limiti, perché sono stati concepiti per il mondo profit, per dimostrare che il profitto può essere compatibile con una certa dose di esternalità sociali e ambientali. Per la cooperazione, però, c’è un paradosso: la S e la G coincidono. La dimensione sociale e la governance non sono separabili, perché capitale e lavoro non sono distinti come nelle imprese tradizionali. I criteri ESG presuppongono una separazione tra capitale e lavoro che il modello cooperativo supera strutturalmente. In questo senso risultano concettualmente inadeguati come strumento tecnico-normativo, non radicato in un movimento di pratiche. Basta uno scossone politico o culturale perché il loro impianto vacilli. L’economia sociale, invece, ha attraversato due secoli, due guerre mondiali, numerosi periodi di profonde trasformazioni ed è radicata in comunità reali, in pratiche diffuse, in territori.

Il tema, allora, non è adattarsi agli standard ESG, ma dimostrare che un euro di utile generato da una cooperativa produce un valore sociale maggiore perché è democraticamente governato, socializzato, meno esposto a disuguaglianze retributive. La differenza cooperativa va spiegata in modo comprensibile, quasi divulgativo; serve una narrazione capace di parlare alle nuove generazioni. Con i miei studenti faccio sempre un sondaggio da cui emerge che solo il 2% conosce davvero il modello cooperativo. Eppure, è un modello che, pur promettendo meno arricchimenti estremi, offre mediamente maggiore stabilità, qualità del lavoro e benessere diffuso. L’idea che tutti possano arricchirsi individualmente è statisticamente fragile, mentre il modello cooperativo produce risultati mediani più solidi. Progettare piattaforme orientate all’impatto sociale significa incorporare questa logica fin dall’inizio. Non aggiungere una dimensione etica ex post, ma costruire modelli disegnati per generare valore sociale.

 

Open Impact, lo spinoff universitario di cui è Ceo, contribuisce a misurare la sostenibilità richiamando proprio il concetto di impatto sociale. Come nasce e quale impostazione metodologica adotta nella misurazione e nella gestione dell’impatto sociale?

Luigi Corvo: Open Impact nasce da una frustrazione accademica. All’università ci occupavamo di economia sociale e ci sembrava sempre più incoerente che questo mondo si confrontasse con il resto dell’economia utilizzando parametri definiti altrove, senza valorizzare i propri criteri distintivi. Ancora più paradossale era che, sul terreno dell’impatto sociale, che dovrebbe essere il suo campo naturale, la cooperazione si facesse imporre standard concepiti per il mondo profit, come i criteri ESG. Ci siamo chiesti perché lasciare questa riflessione solo sul piano teorico. L’università offre uno strumento per sperimentare, che è lo spinoff, e così abbiamo deciso di usarlo per costruire un’infrastruttura diversa.

Il punto di partenza è stato metodologico. Infatti, se la valutazione d’impatto viene fatta manualmente, progetto per progetto, con fogli Excel e report artigianali, i costi sono elevati e l’accesso resta limitato a pochi soggetti. Ogni nuova analisi richiede di individuare casi comparabili, studiare metriche analoghe, ricostruire parametri. È un processo lento e costoso. Abbiamo scelto dunque di utilizzare le stesse logiche delle piattaforme digitali e dell’accumulazione dei dati per abbattere i costi della valutazione. Ci siamo chiesti quante valutazioni d’impatto accreditate e robuste fossero già state realizzate nel mondo. La risposta è: moltissime. Ma nessuno aveva raccolto in modo sistematico le metriche, gli indicatori, i parametri tecnici e le evidenze prodotte. Abbiamo quindi costruito un database che aggrega la conoscenza generata globalmente sull’impatto sociale. È, ad oggi, l’unico archivio strutturato di questo tipo, che si propone di utilizzare l’intelligenza collettiva già prodotta per consentire a chiunque di misurare il proprio impatto, confrontarlo con benchmark internazionali, comunicarlo e integrarlo nella propria strategia. Su questa base abbiamo sviluppato una piattaforma, Impact Manager, che attualmente richiede competenze tecniche per essere utilizzata al meglio, ma che grazie a una nuova versione che integra l’intelligenza artificiale guiderà anche utenti non esperti, correggendo le domande formulate in modo impreciso e facilitando l’accesso ai contenuti del database. Parallelamente, abbiamo sviluppato una seconda piattaforma, Impact Call, che introduce una dimensione relazionale dell’impatto. Spesso si misura l’impatto dei progetti, cioè dei flussi di attività, ma si trascura l’impatto strutturale del modo in cui un’organizzazione opera e si relaziona. Quando una pubblica amministrazione o una fondazione pubblicano un bando, non c’è solo uno scambio di capitale. C’è uno scambio implicito tra capitale e impatto. L’ente erogatore offre risorse economiche e domanda impatto; chi si candida domanda capitale e offre impatto. Questo secondo flusso non è quasi mai tracciato in modo sistematico, mentre Impact Call lo rende visibile, introducendolo come variabile esplicita nel punto di equilibrio tra domanda e offerta di capitale. In questo modo, l’impatto diventa criterio di selezione e leva negoziale.

 

In fondo, potremmo dire che si tratta di un ribaltamento del paradigma classico della piattaforma: non dati utilizzati per massimizzare i ricavi, ma messi al servizio del benessere e della produzione di valore pubblico.

Luigi Corvo: Esattamente. È quello che intendevo quando dicevo che non dobbiamo rigettare in blocco quel modello, ma comprenderne le lezioni più efficaci e riappropriarcene. Non si tratta di replicarlo integralmente, bensì di selezionare ciò che funziona – ad esempio la capacità di accumulare e organizzare dati, di ridurre i costi marginali, di scalare rapidamente – e inserirlo in un quadro di finalità completamente diverso. Il punto non è imitare la piattaforma, ma ribaltarne il codice. Se utilizziamo le stesse infrastrutture tecnologiche per produrre valore pubblico invece che massimizzazione estrattiva, allora stiamo operando una trasformazione strutturale e non solo una variazione etica.

 

Restando sul capitalismo delle piattaforme, dal punto di vista finanziario parliamo di un modello fondato sul venture capital, sulla crescita esponenziale e su logiche “winner takes all”. I modelli cooperativi orientati all’impatto sociale richiedono una diversa configurazione proprietaria e, di conseguenza, anche un’alternativa nell’allocazione del capitale? Strumenti come la finanza sostenibile o l’impact investing possono sostenere questo tipo di piattaforme?

Luigi Corvo: Dipende da cosa intendiamo. La finanza sostenibile è, in genere, una finanza che accetta un rendimento leggermente inferiore in cambio del raggiungimento di alcuni obiettivi di sostenibilità. L’impact investing dovrebbe essere qualcosa di più: un modello in cui il rendimento è funzione dell’impatto generato. Nella finanza sostenibile l’impatto è un vincolo; nell’impact investing dovrebbe essere una variabile che condiziona il rendimento. Il ritorno non è più una linea fissa, ma uno spazio che varia in funzione dell’impatto sociale effettivamente prodotto. È un cambio di logica. Detto questo, nel caso delle piattaforme cooperative, il capitale non può essere l’epicentro del progetto. Una cooperativa nasce da una comunità che condivide rischio e responsabilità e questa non è solo una questione di quante risorse servano, ma di come viene distribuito il rischio. Se un grande investitore finanzia quasi interamente l’iniziativa, sarà inevitabile che pretenda un ruolo dominante nella governance. E sarebbe anche comprensibile, dato che sopporta la maggior parte del rischio. Per questo credo che il punto di partenza debba restare quello originario: un gruppo di persone che conferisce capitale sociale, costruendo una base comunitaria. Su quella base si possono attivare leve finanziarie, attrarre ulteriori risorse, ricorrere al debito o aprire a investitori esterni. Ma senza una comunità che rischia insieme, la cooperativa diventa un contenitore formale, privo di sostanza.

Un economista italiano dell’Ottocento, Ugo Rabbeno, spiegava bene la differenza: il capitalismo remunera il capitale e salaria il lavoro; la cooperazione, invece, remunera il lavoro e riconosce al capitale un interesse limitato. Il plusvalore ritorna così ai produttori, che sono al tempo stesso lavoratori e soci. È questo il nucleo del modello. In questo quadro, strumenti di impact investing possono funzionare soprattutto se provengono da soggetti coerenti con la logica mutualistica, ad esempio fondi legati al credito cooperativo o a strumenti mutualistici interni al movimento. Se invece il rischio è concentrato in pochi attori finanziari, inevitabilmente si concentrerà anche il rendimento. E con esso, il potere decisionale.

 

In conclusione, guardando al contesto europeo e al momento storico che stiamo attraversando, segnato da una forte dipendenza digitale da grandi player internazionali, quale ruolo può svolgere l’Unione Europea – e in particolare l’economia sociale europea – nella trasformazione delle piattaforme, dell’intelligenza artificiale e più in generale dell’ecosistema digitale?

Luigi Corvo: Il ruolo può essere decisivo. La dimensione politica ed europea è cruciale. Primo punto: il Piano Draghi. Nella sua impostazione l’economia sociale è sostanzialmente assente, ed è un’assenza significativa. L’attuazione del Piano passa anche attraverso iniziative come STEP – Strategic Technologies for Europe Platform – una piattaforma finanziaria promossa dalla Commissione Europea per ridurre la dipendenza tecnologica e rafforzare la sovranità digitale dell’Unione, con un riferimento geopolitico evidente. Finché la dipendenza dagli Stati Uniti era percepita come parte di un’alleanza stabile, non rappresentava un problema. Oggi lo è. Solo in Italia si parla di circa quattro miliardi di euro destinati alle imprese in questo ambito. Eppure, in questa partita strategica per la sovranità digitale europea, non si vede un protagonismo cooperativo. Non c’è, ad oggi, un attore cooperativo rilevante che partecipi alla costruzione di un possibile european digital champion. Secondo punto: la proposta del cosiddetto “28° Stato” o “28° regime”. Poiché armonizzare ventisette sistemi giuridici, fiscali e amministrativi è complesso, si ipotizza la creazione di un quadro giuridico unitario opzionale, già armonizzato. Anche qui, quale sarà il ruolo dell’economia sociale? Se non entra in quella cornice, rischia di trovarsi ai margini delle nuove regole del gioco. Terzo punto: l’European Social Economy Action Plan. È positivo che l’Unione Europea elabori un piano strategico per l’economia sociale, ma rimane una domanda di fondo: è normale che la strategia dell’economia sociale venga elaborata principalmente dalle istituzioni pubbliche? Confindustria non delega allo Stato la definizione della propria strategia; dialoga con lo Stato a partire da una visione autonoma. Se la strategia dell’economia sociale viene definita dall’esterno, significa che manca un protagonismo interno. E quando un vuoto strategico esiste, qualcuno lo riempie.

In passato la cooperazione ha rappresentato una sfida sia al capitalismo sia allo statalismo. Non chiedeva trasferimenti pubblici per fare welfare, ma proponeva un modo diverso di produrre e distribuire valore all’interno del mercato. Dal dopoguerra in poi, però, il linguaggio è cambiato: si è parlato sempre meno di cooperazione e sempre più di non profit e terzo settore. Non è solo un cambio terminologico, ma culturale. “Terzo settore” implica una gerarchia: prima il mercato, poi lo Stato, e infine un terzo ambito residuale. Se l’economia sociale vuole avere un ruolo nella trasformazione digitale europea, deve tornare a pensarsi come proposta economica primaria, non come complemento del pubblico. Solo così può incidere nella costruzione di modelli alternativi di piattaforma, di intelligenza artificiale e di governance dei dati, contribuendo alla coesione sociale e alla sovranità economica e tecnologica dell’Europa.

Scritto da
Daniele Molteni

Editor di «Pandora Rivista», si è laureato in Relazioni internazionali all’Università Statale di Milano e ha collaborato con diverse realtà giornalistiche, tra cui «Africa Rivista», «Lavialibera» e «Modern Insurgent». Si occupa di politica internazionale, questioni sociali e tecnologia. È membro del collettivo giornalistico “Fuorifuoco”.

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