“Danimarca” di Paolo Borioni e Niels Christiansen

Danimarca

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La politica economica

Nel testo sono presenti anche alcune considerazioni sulla politica economica che mi preme segnalare, in quanto espressione di un certo pensiero socialdemocratico a mio avviso poco conosciuto alle nostre latitudini, o nel peggiore dei casi citate a sproposito. Meccanismo chiave è quello che viene qui definito “nesso competitività-welfare”: ossia la spesa sociale non come espressione di una mera “volontà etica di uguaglianza” o come stimolo (gli “stabilizzatori automatici” della letteratura economica), ma prima di tutto come elemento mirato all’accrescimento dell’occupazione e dei salari, in un’ottica di riforma del capitalismo nel senso della creazione di una condizione di parità tra capitale e lavoro.

Alti salari andavano mantenuti non tramite rivendicazioni unilaterali in settori protetti, ma rendendo possibile l’emergere di un forte settore produttivo privato, aperto alla concorrenza internazionale e spinto a intraprendere strategie competitive innovative, comunque non basate sulla depressione salariale. Al contempo, grazie alle elevate entrate fiscali (cosa che negli anni, indipendentemente dal colore politico dei governi, si tradurrà anche in notevole crescita dell’imposizione diretta e indiretta), sarebbe stato possibile mantenere un forte settore pubblico, largamente esentato da compiti produttivi, ma fornitore di servizi cosiddetti di “demercificazione”, in grado di sostenere il reddito anche dei lavoratori più poveri e creare occupazione a loro volta.

Gli autori usano una citazione (apocrifa?) dell’ex Ministro delle Finanze ed ex presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Mogens Lykketoft: “O si riducono i salari oppure si elevano le competenze al livello dei salari. […] La via che scegliamo è la seconda”. Risultato naturale sono elevati investimenti in ricerca e sviluppo (pubblici e privati), nell’istruzione obbligatoria e superiore, in politiche attive e formazione: obiettivi che troviamo stampati a lettere cubitali in documenti programmatici di istituzioni internazionali e partiti politici di ogni colore, e puntualmente ridefiniti ogni qual volta si sia dimostrato impossibile raggiungerli.

Si tratta senz’altro di una tesi affascinante che andrebbe quantomeno dibattuta in termini più seri. Questo libro ci mostra che simili argomentazioni, con il loro sentore sorprendentemente contemporaneo, sono presenti nel pensiero politico danese perlomeno dai tempi della Grande Depressione: la famosa flexicurity, insomma, non è qualcosa che è emerso dal nulla negli anni Novanta, ma un frutto di questa linea di pensiero pluridecennale. Gli elementi istituzionali che rendono la Danimarca tanto ammirata anche nelle cerchie liberali esistono da decenni [la famosa “libertà di licenziare” addirittura dal 1899], e le celebrate riforme del lavoro di vent’anni fa, con la loro particolare enfasi sulle politiche di attivazione, ad avviso degli autori non sono state elemento di rottura con le pratiche dei “Trenta Gloriosi” ma addirittura un ritorno a ricette più tradizionali dopo un decennio di governo conservatore.

Insomma, quando in un dibattito vengono fuori le catchphrases “modello danese” e “flexicurity”, è fondamentale far notare che l’accusa di “avere molto più a cuore la flexibility della security” non è una mera questione procedurale. Il modello danese semplicemente non esiste, e difficilmente avrebbe dato i risultati che conosciamo, senza un consistente elemento di sostegno al reddito da impiego: sia sul posto di lavoro, grazie a politiche volte al mantenimento di salari alti e crescenti; sia in mancanza di esso, grazie alla concessione di benefit di disoccupazione davvero generosi – e, notare bene, distinti da quei trasferimenti, su base universale e non assicurativa, rivolti a coloro che si trovino in condizione di serio disagio economico: questi ultimi sono molto meno generosi e certo non un’adeguata sostituzione di un reddito da lavoro – e l’offerta di concrete possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro o della formazione.

Una volta che accettiamo questi presupposti – ossia, che il modello danese non è “libertà di licenziare” più qualche imprecisato “sostegno al reddito”, ma una struttura “triangolare” che ha bisogno che tutte le sue giunture siano forti e stabili per stare in piedi – ci rendiamo conto che una buona parte del discorso politico contemporaneo sulle politiche sociali e del lavoro è nel migliore dei casi fragile, il più delle volte tendenziosa, e nel peggiore priva di senso. Concedere strumenti di flessibilità senza contrappesi sposta i rapporti di forza e può non assicurare ricadute positive in termini di investimenti e innovazione; d’altro canto, appare difficile immaginare che redditi da lavoro o da welfare che ammontino a semplice sussistenza siano davvero in grado di generare “sicurezza”.

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Classe 1993, studia Governo e Politiche alla Luiss di Roma e fa parte dei fondatori di Rethinking Economics Italia. Quando ha voglia di rilassarsi scrive di Scandinavia dove può.

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