“Dante” di Alessandro Barbero
- 10 Maggio 2021

“Dante” di Alessandro Barbero

Recensione a: Alessandro Barbero, Dante, Laterza, Roma-Bari 2020, pp. 368, 20 euro (scheda libro)

Scritto da Andrea Raffaele Aquino

6 minuti di lettura

Scrivere un libro che tratti, a mo’ di biografia, la sfaccettata figura di Dante Alighieri risulta essere impresa ardua. Renderlo digeribile ai non addetti ai lavori senza perdere in scientificità e rigore storico quasi impossibile. Sul Sommo Poeta sono state redatte, nei secoli, decine, forse centinaia, di migliaia di pagine di qualunque tenore e argomento, che hanno contribuito a generare un’immagine frammentata di Dante: il poeta, il politico, l’esule e il pellegrino mistico – per citare i tratti più noti del personaggio – faticano a convivere nel nostro immaginario collettivo di italiane e italiani, così plasmato dalle sembianze “mitiche” – e in certi ambienti quasi “sante” – che gli attribuiamo comunemente. A settecento anni dalla morte di Dante a Ravenna, Alessandro Barbero accetta la sfida di raccontarlo al grande pubblico anzitutto nella sua umanità, svincolandolo da stereotipi e cristallizzazioni di qualunque tipo, e poi restituendone la figura peculiarmente proteiforme, non indagabile per compartimenti stagni. L’approccio divulgativo del volume edito da Laterza (formato agile, capitoli tendenzialmente brevi, andamento cronologico) non deve trarre in inganno: come nelle sue popolarissime conferenze, lo storico piemontese sembra dialogare con il pubblico (lettore, in questo caso), illustrandogli le fonti con un linguaggio diretto e chiaro e sostanziando le proprie affermazioni mediante il ricorso a un’aggiornata e autorevole bibliografia e a un ricco apparato di note che coprono, insieme, circa ottanta pagine del libro, conferendo scientificità all’intero lavoro.

 

Anzitutto, un uomo

Quale ricorrenza migliore della presente per incensare l’immortalità del Poeta e della sua Commedia? Per raccontare Dante, Barbero sceglie, tuttavia, un’altra chiave di lettura, antitetica: quella della fragilità e, dunque, dell’umanità. In fondo, l’accademico sembra ricusare l’immagine agiografica di Dante per costituire un legame – anche affettivo, quasi tenero in alcuni passi – tra la contemporaneità e il poeta fiorentino, senza, naturalmente, ignorare le differenze storiche intercorrenti tra il secolo XIV e il XXI. Proprio come qualunque uomo, Dante, sulla scia della propria storia familiare, si batte per legittimare e accrescere la propria posizione in società, studia, vive il proprio quartiere – il Sesto di Porta San Piero –, ha degli amici e dei rivali, si innamora, si sposa, si trova a dover amministrare gli affari del padre, morto probabilmente durante l’infanzia o la prima adolescenza del Poeta, si prende cura dei propri figli.

Dunque, chi è Dante Alighieri? I primi capitoli del libro cercano di rispondere direttamente a questa domanda, facendo contestualmente acclimatare il lettore nell’Italia e, più specificamente, nella Firenze del Trecento, nelle sue usanze, nelle sue tradizioni e finanche contraddizioni, come quella relativa alla nobiltà, che tanto angustiò il poeta. Se durante il suo servizio “pubblico” in patria Dante aveva ricusato, nel Convivio, la propria presunta origine gentilizia, malvista e perseguita in una Firenze sempre più antimagnatizia e ossessionata dalla libertas, specialmente dalla promulgazione degli Ordinamenti di Giustizia del 1293, durante il periodo dell’esilio trascorso come ospite di vari principi e signori, tra cui Cangrande della Scala, rivaluterà, nella Commedia, i trascorsi del proprio trisavolo, il celebre cavaliere Cacciaguida. La nobiltà è, dunque, alla lontana giacché i “maggiori” di Dante successivi a tale illustre antenato esercitavano un’attività tutt’altro che cavalleresca: il prestito a interesse. Nel Medioevo tale azione era comunemente praticata, sia da coloro che venivano reputati boni mercatores, sia da quelli che erano detti usurai, uno stigma sociale e religioso piuttosto pesante da portare. La differenza risiedeva nei “modi” e nel linguaggio utilizzati dal singolo mercante, oltre che dal suo status sociale. Gli antenati di Dante non erano reputati usurai, ma proprio la differenza sottile tra le due categorie sociali rappresentava una potenziale insidia infamante per il Poeta, che di fatto preferì ricevere prestiti piuttosto che erogarli, mantenendo comunque una condizione di vita moderatamente agiata, prima dell’esilio, come racconta Leonardo Bruni.

Bisogna, a questo punto, quantomeno menzionare uno dei propellenti fondamentali dell’attività letteraria di Dante: Beatrice Portinari. Il rapporto tra i due giovani è raccontato da Barbero con gli ipotetici occhi del Dante bambino prima, “teen-ager” poi, e, infine, adulto, sulla base delle testimonianze che lo stesso protagonista ha lasciato ne La vita nuova. Contrariamente a quanto comunemente si crede, quello tra Dante e Beatrice fu un rapporto piuttosto “lontano”, principalmente per la rigida divisione tra uomini e donne nella vita quotidiana del tempo. Il giovane Alighieri racconta di aver visto la Portinari per la prima volta a nove anni e di essersene immediatamente innamorato; il successivo incontro “ravvicinato” tra i due si svolse però quasi un decennio più tardi, quando Beatrice, diciassettenne, era già sposata. Uno sguardo e un saluto bastano per instillare in Dante, probabilmente non ancora unito in matrimonio con Gemma Donati, un sentimento forte, spirituale e carnale, verso la giovane, sfogato nella produzione di sonetti scambiati con i suoi prestigiosi amici Cavalcanti, Donati e Cerchi. Il 19 giugno 1290, giorno della morte di Beatrice, rappresenta uno snodo cruciale per il Poeta. Da questa data promana l’interesse acceso per lo studio e la filosofia, da questo lutto si origina il progetto della Commedia.

 

La selva oscura della politica

«Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita». Tutti conoscono il celeberrimo incipit della Commedia e identificano la selva come metafora del male e di un indeterminato periodo di traviamento morale del Poeta, ma pochi sanno spiegare a quale episodio biografico facesse concretamente riferimento Dante. Bisogna preventivamente asserire che la “selva” racchiude un coacervo di significati che Barbero può trattare solo genericamente – sarebbe argomento che, da solo, potrebbe richiedere un’intera serie di studi –; l’autore si sofferma, con un taglio molto interessante, sulla sua dimensione politica. Sbaglieremmo, infatti, a considerare Dante un intellettuale disinteressato alle vicende della propria città. Già da giovane, nel 1289, l’Alighieri aveva partecipato alla battaglia di Campaldino, figurando addirittura tra i feditori, i cavalieri della prima linea incaricati, con grande rischio, di impattare l’esercito avversario. Le prime notizie di una sua partecipazione politica attiva risalgono al 1295 ma, con tutta probabilità, la sua carriera era iniziata già alcuni anni prima, forse dal 1290. Iscritto all’Arte dei Medici, Speziali e Merciai, Dante fu nominato nel novembre 1295 membro del Consiglio speciale del Capitano del Popolo, carica che mantenne fino alla scadenza, nell’aprile 1296, e appena un paio di mesi dopo, il 5 giugno, lo ritroviamo nel prestigioso Consiglio dei Cento. Sfortunatamente, le fonti disponibili non ci consentono di ricostruire l’attività del Poeta fino al 1300, data in cui egli raggiunse una posizione di prestigio in città, proprio alle soglie di una crisi caustica. Negli ultimi anni del XIII secolo i guelfi fiorentini si erano divisi in Bianchi, capeggiati dalla famiglia Cerchi e Neri, guidati dai Donati, generando uno stato di conflittualità diffuso ed estremo, che papa Bonifacio VIII aveva provato a mitigare mediante l’invio di un proprio legato, il cardinale Matteo d’Acquasparta. Proprio nei giorni in cui il porporato faceva il proprio ingresso in città, Dante fu eletto priore, in un collegio (15 giugno-14 agosto) estremamente eterogeneo a livello politico, probabilmente votato al raggiungimento di un compromesso tra le parti. I sei priori furono costretti a prendere decisioni difficili – come l’esilio di alcuni esponenti delle due fazioni (tra cui Guido Cavalcanti, intimo amico di Dante) e il successivo richiamo dei Bianchi –, a trattare con Lucca per assicurarsi la sua neutralità, a rabbonire l’Acquasparta, intimidito con un colpo di balestra scagliato contro il palazzo in cui risiedeva. Malgrado gli sforzi profusi, la situazione fiorentina non solo non migliorò, ma finì per degenerare totalmente con l’ingresso in città di Carlo di Valois e il colpo di stato dei Neri nel novembre 1301. Per i Bianchi, prostrati, si aprì un aspro periodo di processi (anche arbitrari) e condanne, che non risparmiarono lo stesso Dante, incolpato, non sappiamo se a torto o a ragione, di “baratteria” – ciò che oggi si chiamerebbe peculato, corruzione, concussione – e condannato (gennaio 1302) in contumacia prima a un’ammenda pecuniaria, poi, qualche mese dopo, direttamente al rogo. Torniamo all’incipit della Commedia, collocato cronologicamente nel marzo 1300. In quale “selva oscura” stava entrando Dante? In quella della politica, sostiene Barbero, che l’avrebbe portato, in pochi mesi, alla rovina.

 

L’altrui scale

Con la condanna e l’esilio da Firenze comincia l’ultima parte della vita di Dante, trascorsa costantemente in viaggio. “Dirigente” del partito dei fuoriusciti Bianchi, si unì con i suoi compagni ai ghibellini per muovere una guerra senza quartiere ai Neri padroni della città. Nel 1305, poi, scoraggiato dai continui fallimenti militari e dalla scarsa coesione del suo gruppo, Dante prese la decisione di allontanarsi definitivamente da Firenze. Negli ultimi quindici anni di vita, l’Alighieri sperimentò l’esilio più duro; le sue peregrinazioni, non registrate univocamente dalle fonti, hanno sollevato molti interrogativi, ai quali Barbero cerca di fornire risposta seguendo le tracce dantesche: da Verona a Bologna, da Parigi a Padova, il Poeta si sarebbe spostato in continuazione tra 1305 e 1310. Proprio a questa data risale l’ultima illusione del ritorno in patria: l’arrivo in Italia dell’imperatore Enrico VII che avrebbe dovuto liberare Firenze dal giogo dei Neri, venne seguito con entusiasmo da Dante, tornato in Toscana, ma la sua morte nel 1313 spense l’effimera speranza del Poeta, che sperimentò «quanto quell’arte pesa», come aveva fatto dire a Farinata degli Uberti nel canto X dell’Inferno: la complicata arte del ritorno dall’esilio. Dante trovò rifugio prima a Verona e poi a Ravenna, ospite di Cangrande della Scala e di Guido Novello da Polenta. Nella prima città ricevette notizia della crisi dei Neri e dell’amnistia concessa agli esiliati che fossero rientrati. Tornare, a quelle condizioni, avrebbe significato umiliarsi, riconoscere una pena che Dante riteneva di non meritare. L’asprezza di questi anni accompagnerà fino alla fine (1321) il Poeta nella redazione del suo capolavoro: la Commedia.

Quello di Barbero, in sintesi, è un testo dinamico e accurato, capace di incuriosire e divertire il lettore, ma anche di fornirgli gli strumenti per una comprensione profonda delle vicende che animarono la vita di Dante, ragguagliandolo, con un taglio comparativo, sulle teorie e interpretazioni, fino alle più recenti, che i maggiori dantisti hanno avanzato per provare a risolvere i tanti interrogativi rimasti aperti sul Poeta. Barbero, dal canto suo, risponde a uno di essi, forse il più banale, che abbiamo già menzionato: chi è Dante? Il responso è apparentemente scontato, ma non troppo e non per tutti: un uomo, per quanto straordinario. Del suo tempo.

Scritto da
Andrea Raffaele Aquino

Nato nel 1997, si è diplomato presso il Liceo Classico “Torquato Tasso” di Roma. Attualmente studia Scienze Storiche presso l’università “La Sapienza”, curriculum medievistico-paleografico e frequenta la Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica presso l’Archivio di Stato di Roma. È inoltre membro della Consulta Giovanile del Pontificio Consiglio della Cultura.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]