“Declino. Una storia italiana” di Andrea Capussela
- 11 Settembre 2019

“Declino. Una storia italiana” di Andrea Capussela

Recensione a: Andrea Capussela, Declino. Una storia italiana, LUISS University Press, Roma 2019, pp. 424, 23 euro (scheda libro); originariamente The Political Economy of Italy’s Decline, Oxford University Press, 2018

Scritto da Giacomo Gabbuti

7 minuti di lettura

Anche il più appassionato lettore della pubblicistica sul declino italiano non potrà fare a meno di chiedersi se Declino. Una storia italiana di Capussela, uscito a maggio per Luiss University Press, aggiunga qualcosa alla già ricca letteratura recente. La risposta sembra decisamente positiva. Capussela offre al lettore una narrazione ben strutturata e bilanciata, che inquadra il declino dell’economia italiana in un quadro chiaro e coerente. Oltre a tenere insieme teoria e fatti (senza, tuttavia, mischiarli, ed esplicitando ogni riferimento), il volume ha il pregio di trattare unitariamente due insiemi di “fatti” raramente considerati assieme – la crisi più generale della società italiana (di cui gli avvenimenti di questi giorni danno plasticamente la misura), oggetto della storiografia politica e della pubblicistica; e la storiografia economica, che ha di recente imposto nel dibattito una lettura “declinista” di preoccupanti fenomeni della nostra economia (dal calo di produttività e reddito, al riacutizzarsi degli squilibri territoriali). Il Political Economy del titolo originale rende giustizia a questa attenta sintesi di storia politica ed economica.

Proprio la prefazione di un politologo come Gianfranco Pasquino (una delle poche aggiunte dell’edizione italiana, aldilà di maggiori dettagli e riferimenti recenti, e un breve post-scriptum sugli eventi del 2018) mostra lo scarto reso possibile dal considerare contemporaneamente la storia economica e quella politica. Il testo di Pasquino, in primo luogo, rivela sorpresa per la scelta “di usare la parola declino” – evidente anche nella prima domanda di Corrado Stajano in una intervista al Corriere della Sera. In secondo luogo, osserva Pasquino, l’approccio adottato nel testo rende possibile considerare non tanto le scelte “di singoli esponenti politici e dei loro partiti”, ma “la loro appartenenza a quelle che [Capussela] chiama «coalizioni distributive»”; e così evitare di attribuire tutte le colpe “quasi esclusivamente alla classe politica”, rappresentandola come “una specie di casta”, tanto corrotta e irredimibile quanto separata da quella candida “società civile” fatta di illuminate borghesie produttive e riflessivi ceti medi (p.12). La domanda retorica che Pasquino muove agli “editorialisti del Corriere della Sera” – come poterono credere che “un duopolista” come Berlusconi potesse “trasformarsi in portatore e artefice di una rivoluzione liberale?” (p.14) risuona bene, mentre osserviamo lo stesso Corriere incoronare improvvisamente Giuseppe Conte, e raccontarci intanto di una borghesia “disinteressata” e “distante” dalla crisi politica. È proprio la rimessa al centro delle categorie interpretative economico-politiche proposte dal volume – e l’abbandono di letture auto-orientaliste, come quel “familismo amorale” che invece proprio Pasquino riterrebbe “utile aggiungere, dandogli più peso” – che rende il volume di Capussela un ausilio utile a raccapezzarci delle improvvise ma non imprevedibili folgorazioni, di ieri quanto di oggi.

Come spiega nell’intervista a Stajano, Capussela compie infatti “un tentativo di legare le dinamiche economiche di lungo periodo con tutta la storia politica del Paese e di inquadrarle in un’interpretazione complessiva. Non ho cercato di scavare nell’inconscio della comunità, ma di raccontare piuttosto i fenomeni che solitamente vengono attribuiti alla cultura o all’inconscio degli italiani”. Dominik Leusder sull’LSE Review of Books osserva come la causalità suggerita da Capussela vada nella direzione contraria al senso comune (soprattutto oltralpe): sono la qualità dell’amministrazione pubblica e il carattere delle istituzioni e delle politiche pubbliche a produrre e rafforzare una cultura di “familismo amorale”, opportunismo e sfiducia; “è l’ordine sociale italiano che indebolisce l’azione collettiva”, e non viceversa, come sostenuto da Banfield e poi, con sfumature diverse, da Robert Putnam, su cui è utile il contributo di Gabriele Cappelli. A queste spiegazioni, che nonostante alludano a fenomeni storici, negano alla storia e alla politica la possibilità di superare ritardi e divari, Capussela preferisce un quadro teorico basato su concetti di grande fortuna nella letteratura economica recente (riflettendo bene, nota Leusder, un cursus honorum che lo ha visto a capo dell’Ufficio per gli affari economici e fiscali della missione internazionale di supervisione del Kosovo, e tra i consiglieri europei del ministro dell’economia della Moldavia). Focus della ricostruzione sono le istituzioni (secondo il Nobel per l’economia Douglass North, “i vincoli prodotti dall’uomo che strutturano l’interazione politica, economica e sociale”) e l’ordine sociale (“l’allocazione del potere nella società e la sua contendibilità”, p.40) – due concetti illustrati in dettaglio nel capitolo 2; il capitolo 3 è dedicato invece al “problema dell’azione collettiva”, al “ruolo della fiducia, del senso civico e della cultura”, e alla “economia politica delle idee” – espressione che riprende esplicitamente i lavori di Dani Rodrik. La trattazione di Capussela ha il pregio di riassumere in modo accessibile tanta letteratura economica: provando a sintetizzare, il quadro di fondo è che, se le istituzioni spiegano la crescita economica, quelle che funzionano in determinati contesti possono non funzionare, o addirittura diventare un peso, in fasi successive. La loro evoluzione, sicuramente desiderabile per la maggioranza, può però non convenire a élite di rentier; queste riusciranno a prevenirla in un ordine sociale chiuso, “che piega la società ad accettare la persistenza di istituzioni che deprimono il benessere collettivo” (p.99). Da un equilibrio subottimale si può uscire con l’azione collettiva, ma questa richiede che si riescano a organizzare coalizioni larghe e credibili: come ha teorizzato per primo Mancur Olson, tuttavia, mentre élite ridotte e coese riescono facilmente ad organizzarsi in “coalizioni distributive” e mantenere lo status quo, in gruppi sociali numerosi (come le classi popolari) “nessuna persona che persegua razionalmente il proprio interesse individuale contribuisce a perseguire l’interesse comune del gruppo. Premessa all’organizzazione di coalizioni più larghe è anche la percezione che lo sforzo non sia inutile, e che l’azione possa effettivamente portare a un cambiamento – e qui sta il ruolo delle idee e delle convinzioni, e in fondo, la motivazione che spinge Capussela a scrivere il volume: rompere la “spirale” negativa di cui siamo ostaggio (spiegata e illustrata nel capitolo 4).

In questo senso, se la tesi di fondo del volume (che i “vincoli” storici e classici dell’Italia “siano divenuti più stringenti – a partire, all’incirca, dagli anni Ottanta – perché i loro effetti sono generalmente deboli o trascurabili in un’economia ancora distante dalla frontiera della produttività, ma aumentano d’intensità man mano che essa ci si avvicina”) è largamente sovrapponibile con quella di gran parte degli studi di storia economica, a essere nuova è l’individuazione delle cause ultime. L’attenzione di Capussela non è rivolta alle scelte errate, i treni persi, l’inadeguatezza della politica, ma al “modo in cui il potere è ripartito nella società e nel grado in cui esso è limitato dalla supremazia della legge ed esposto alla concorrenza”. Nonostante il movimento verso un ordine sociale più aperto, in particolare con la cesura della Seconda guerra mondiale, la società italiana è infatti ancora organizzata in un modo “che rende difficile chiedere, discutere, adottare, e poi attuare le riforme necessarie” (p.42). In particolare, nei decenni repubblicani, ampi segmenti del Paese sono stati cooptati, con politiche e privilegi particolaristici, il cui valore – anche nell’ininterrotta crisi degli ultimi tre decenni – rimane abbastanza elevato da rendere preferibile trincerarsi “individualmente” nello status quo, anziché coalizzarsi con gli esclusi e i “meno privilegiati”. L’impianto teorico può essere discusso, ma il risultato evita quella “sorta di Sonderweg tutta fatta di deviazioni e anomalie, ingannevoli scorciatoie, voli del calabrone, occasioni mancate”, che Bruno Settis in una recente rassegna nota in altri “declinisti”: più che concentrarsi sulla (scarsa) qualità e sulla (mancanza di) visione delle classi dirigenti, il volume permette di inquadrarne il ruolo pienamente “razionale” e strategico, volto a massimizzare interessi particolari.

Sul lato più propriamente storico economico, l’elemento di novità sta nelle tempistiche: nel capitolo 1, oltre a passare in rassegna la letteratura principale e a sintetizzare i tratti fondamentali del declino, Capussela propone infatti una datazione diversa del declino del contributo della produttività totale dei fattori (PTF) alla crescita. Il “ristagno della produttività”, soprattutto quella “che riflette l’innovazione tecnologica e organizzativa”, è infatti per l’Autore la “principale causa prossima dei nostri problemi economici”: ‘spacchettando’ la tradizionale periodizzazione della prima repubblica (1950-1973, 1974-1992) in tre sotto-periodi (1950-63, 1964-79, 1979-92), l’Autore mostra come fino agli anni Settanta si osservi un miglioramento: è solo col decennio successivo che prende avvio il declino. Le cause sono per Capussela da individuarsi in un mix di scarsa concorrenza sui mercati interni, e dalla debolezza dello stato di diritto, che favorisce le rendite e scoraggia gli innovatori.

Ciò detto, il contributo più apprezzabile rimane lo sforzo, portato avanti nella seconda e ultima parte del volume – i capitoli dedicati al periodo dall’Unità alla Seconda guerra mondiale (5), alla “formazione delle istituzioni repubblicane” (6), al “miracolo economico” e al primo centrosinistra (7), al periodo 1964-79 (8), e infine agli ultimi quattro decenni (9) – di mettere insieme fatti normalmente tenuti distanti. Tra questi, un ruolo importante hanno quelli criminali (dalla corruzione, alla mafia, passando per le trame di colpo di Stato della Prima Repubblica), che come nota Capussela, “gli scritti di economia politica tendono a lasciare agli studi criminalistici o alla letteratura di più ampia diffusione, le cui interpretazioni sono raramente utili” (p.45). Lasciando da parte approcci moralisti e antipolitici, come quelli denunciati su Jacobin da Benjamin Fogel analizzando la criminalizzazione di Lula e del PT brasiliano, Capussela pone l’attenzione proprio sulle “cause profonde” della persistenza di corruzione e mafie – per Fogel “il potere delle élite e le disuguaglianze”, e che possiamo ritrovare nell’“ordine sociale chiuso” discusso dal volume. Sicuramente – in un momento in cui a sinistra si torna a considerare centrale il ruolo dello Stato – il volume ci ricorda come, preliminare a qualsiasi tentativo di cambiare il Paese, rimanga la completa transizione a un moderno stato di diritto, per molti versi ancora incompleta o precaria. Lungi dal dipendere da cause culturali o magari genetiche, Capussela mostra come lo stato insoddisfacente delle nostre istituzioni dipenda dalla storia italiana, e in particolare dall’intreccio tra la transizione dal fascismo alla democrazia, e l’avvio della Guerra fredda, che spinse nuovi e vecchi gruppi dirigenti conservatori a saldarsi sulle linee di faglia della politica internazionale, e a contenere le spinte al rinnovamento per mezzo appunto della cooptazione di gruppi sociali specifici (come gli artigiani o i coltivatori diretti), o appunto tollerando o scendendo a patti con poteri criminali. Se i trenta gloriosi europei furono anche il frutto dell’indebolimento dei vecchi gruppi di interesse determinato dalla guerra, in Italia questo fenomeno rimase largamente sulla carta (inclusa quella costituzionale). La Repubblica ereditò non solo, come documentato dalla storiografia, gran parte delle burocrazie, polizia e magistratura; ma anche quei “padroni del vapore” denunciati da Ernesto Rossi, che dovettero sì adattarsi al nuovo assetto delle istituzioni politiche, ma mantennero le mani salde sul timone. La riforma agraria – con cui la Democrazia Cristiana al governo stoppò quello che Capussela individua come uno dei più efficaci episodi di azione collettiva della storia repubblicana – è forse il caso più emblematico, ma il libro ricostruisce anche gli episodi più inquietanti (come il Piano Solo) e mostra la loro influenza sulla “contendibilità”, reale e percepita, della democrazia italiana.

Oltre all’analisi, rigorosa e per molti versi condivisibile, della crisi attuale, gli episodi storici rievocati da Capussela sono importanti, per chi volesse provare a raccogliere “da sinistra” la sfida di invertire il declino economico italiano, e interrogare onestamente i fallimenti del progressismo italiano. Soprattutto, in tempi in cui è sempre più frequente incedere sulla condanna di chi vota partiti “populisti”, è utile e doveroso ricordare che, a rendere l’Italia un Paese “non normale”, non sono un popolo o una cultura “di destra” e arretrati, ma la feroce capacità di resistenza dimostrata dalle forze reazionarie nella nostra storia. Alla domanda di Stajano su quali “mali antichi” persistono nella società italiana, Capussela risponde con “la riluttanza delle élite del Paese, nelle varie epoche, ad accettare limiti al proprio potere e ad accettare la concorrenza di altre forze sociali, nella sfera economica e in quella politica”. L’intreccio di economia e politica di Declino, e l’enfasi dell’Autore sull’importanza delle idee e delle organizzazioni, lascia alla fine del volume un dubbio paradossale: che il più drammatico bivio di “politica economica” (o almeno di economia politica) sia stato il veloce smantellamento, dopo Tangentopoli, di quelle macchine di democrazia e partecipazione lasciate in eredità al Paese dal movimento dei lavoratori. Con il loro radicamento “pesante”, la capacità di stimolare le intelligenze di militanti e ricercatori, e la forza di mobilitare vasti strati della società in battaglie di ordine generale, nonostante i loro evidenti limiti, quei partiti resero possibile immaginare piani di riforma che minacciarono l’ordine sociale chiuso sopravvissuto al fascismo: nonostante le dure sconfitte, contribuirono (in modo forse anomalo per la teoria economica) a renderci un Paese più normale e civile.

Scritto da
Giacomo Gabbuti

Dottorando di storia economica presso l'Università di Oxford, e redattore di Jacobin Italia.

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