Declino Italia. Intervista a Andrea Capussela
- 17 Marzo 2022

Declino Italia. Intervista a Andrea Capussela

Scritto da Giacomo Bottos

12 minuti di lettura

Perché l’Italia non cresce? In questa intervista Andrea Capussela offre una prospettiva e un contributo al dibattito sulle cause economiche, politiche e culturali del declino italiano.

Andrea Capussela ha guidato l’ufficio economico dell’International Civilian Office in Kosovo, ed è stato consigliere del Ministro dell’economia della Moldavia, per conto dell’Unione Europea. Scrive su «Domani», e suoi articoli sono apparsi sul «Financial Times», il «Guardian», «il Mulino», «Il Sole 24 Ore», «EUROPP». Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: The Political Economy of Italy’s Decline (Oxford University Press 2018; traduzione italiana: Declino. Una storia italiana, Luiss University Press 2019) e Declino Italia (Einaudi 2021). 


Quali sono le ragioni per cui, a suo avviso, il termine più opportuno per descrivere la tendenza della società italiana degli ultimi decenni è “declino”?

Andrea Capussela: La parola “crisi” designa un trauma o uno squilibrio momentaneo, magari violento, spesso decisivo. Il malessere dell’Italia dura da un trentennio, invece, e ha percorso una lunga, lenta traiettoria calante, interrotta solo da scosse esogene come questa pandemia. “Declino” descrive meglio questo fenomeno, purché si chiarisca che si tratta di un declino relativo e non assoluto: nel complesso, l’Italia non è regredita rispetto a come viveva prima della crisi del 1992–94; ma da allora ha perso terreno rispetto ai propri pari, e le sue prestazioni sono state peggiori – tenendo conto delle diverse condizioni di partenza – che nei quattro o cinque decenni precedenti.

 

La condizione di difficoltà di lungo periodo del nostro Paese ha intersecato diverse crisi che hanno coinvolto contesti più ampi – tra cui la crisi del 2007-2008, la crisi dell’eurozona, il recente shock pandemico –. Come questi eventi hanno interagito con la situazione pregressa?

Andrea Capussela: L’hanno aggravata e resa manifesta. La successione delle tre crisi che lei ha ricordato non ha precedenti nella storia del mondo occidentale dalla prima metà del secolo scorso. Tutti hanno sofferto, ma l’Italia è stata colpita con singolare durezza. La doppia recessione provocata dalla crisi finanziaria globale e dalla crisi del debito europeo è stata più profonda e duratura che nelle altre grandi economie del continente, e la ripresa molto più flebile. Infatti, alla vigilia della pandemia l’Italia era ancora distante dai livelli di attività economica osservati nel 2007, che tutti i suoi pari avevano già raggiunto e talvolta largamente superato. Anche la recessione causata dalla pandemia è stata più grave che altrove. Nel punto più basso il prodotto interno lordo era sceso al livello del 1993. Nessuna economia occidentale è regredita di trent’anni: al culmine della loro recessione, per esempio, gli Stati Uniti erano scesi al livello del 2014, la Germania al 2010, la Francia e la Spagna al 2002. La ragione è che in nessuna di queste economie la crescita è stata altrettanto debole nei tre decenni passati. È un dato impressionistico, ma voglio citarlo: si stima che nel primo decennio di questo secolo l’Italia abbia avuto il tasso di crescita reale più basso del mondo. Altrettanto singolari sono stati gli effetti nella sfera politica. Il 25% dei voti ottenuto dal Movimento 5 Stelle al proprio esordio non ha precedenti nell’Europa occidentale del dopoguerra. La volatilità elettorale è stata altissima, sia in quelle elezioni sia nelle ultime. E sebbene i partiti detti populisti siano cresciuti anche in altre democrazie consolidate del continente, solo in Italia hanno conquistato il governo, nel 2018. La ripresa dopo la pandemia è stata vigorosa. In parte ciò è dovuto all’eccezionale profondità della recessione: ma indubbiamente il segnale è incoraggiante, soprattutto a paragone del seguito della doppia recessione del periodo 2008-13. Purtroppo, la guerra in Ucraina minaccia di rallentare la ripresa, oltre a infragilire l’intero quadro delle relazioni politiche ed economiche nel quale l’Italia è inserita. Queste due ultime crisi potrebbero però favorire il progresso dell’integrazione europea, che giudico cruciale per l’Italia. La risposta alla pandemia ha rafforzato la coesione dell’Unione, incrinata dalle politiche del decennio precedente, e l’aggressione russa potrebbe ora spingerla verso una vera politica estera e di difesa comune, che, non meno dell’unione fiscale, implica un maggiore grado di unione politica. Il progresso sarà lento, verosimilmente, ma è la direzione di marcia che conta: anche perché esistono serie proposte per proteggere i debiti sovrani dal circolo vizioso delle crisi di fiducia dei mercati, che sono realizzabili subito perché non implicano la loro mutualizzazione. In questo quadro, il nostro debito non sarebbe più una minaccia per la sopravvivenza dell’unione monetaria, e la nazione guadagnerebbe spazio politico e fiscale per riformare sé stessa.

 

Un elemento centrale nella sua spiegazione della difficoltà dell’economia italiana è la dinamica del tutto insoddisfacente della produttività totale dei fattori. Quali sono le cause principali di questo stato di cose? Perché la capacità innovativa del sistema produttivo italiano nel suo complesso tende spesso a segnare il passo?

Andrea Capussela: Non credo si possa dubitare che l’anemia della crescita derivi soprattutto dal ristagno della produttività, e in particolare di quella sua componente, la produttività totale dei fattori, che riflette l’innovazione tecnologica e organizzativa. E la gravità del problema è illustrata da due dati citati nella premessa del PNRR: nei due decenni passati la produttività è cresciuta di neppure un quinto di quanto è cresciuta in Francia e Germania, mentre la produttività totale dei fattori, che nel resto dell’Unione cresceva, calava di oltre il 6 per cento. Al contrario dei suoi pari, in altre parole, che nonostante le crisi hanno continuato a progredire nell’efficienza complessiva dei loro sistemi economici, l’Italia ha regredito. La principale causa immediata sembra essere la scarsa propensione a crescere delle nostre imprese, troppo piccole per prosperare dentro l’attuale paradigma tecnologico. Si stima che in Italia metà del valore aggiunto dell’industria e dei servizi non finanziari sia generato dalle circa venticinquemila imprese che hanno più di cinquanta addetti, mentre l’altra metà provenga dalle quattro milioni e trecentomila imprese che non raggiungono questa soglia. Le prime impiegano quasi sei milioni di persone, le seconde sei milioni di dipendenti e poco meno di cinque milioni di lavoratori autonomi. Nella media, pertanto, la produttività di questa moltitudine di piccole e micro imprese è circa la metà delle poche più grandi: è soprattutto questa dispersione dei fattori di produzione in imprese piccole e improduttive che imbriglia le energie e i talenti della società. Le cause profonde riguardano le regole che governano l’economia. La crescita fondata sull’innovazione è un processo conflittuale, di “distruzione creatrice”, nel quale il nuovo incessantemente scalza il vecchio: se le regole non lo favoriscono gli innovatori avranno difficoltà a sfidare le élite e la crescita languirà. Questo è vero soprattutto per le economie avanzate. Quelle relativamente arretrate, come era l’Italia del dopoguerra, possono crescere rapidamente importando e adattando innovazioni generate nelle economie avanzate: le regole che allora avevamo erano compatibili con questo modello di crescita, e con esso l’Italia eccelse. Ma quando raggiunse il livello delle economie avanzate, attorno agli anni Ottanta, non seppe darsi regole capaci di favorire l’innovazione endogena, dentro un contesto radicalmente mutato dalla rivoluzione digitale, la globalizzazione, l’unione monetaria. Tuttora, l’Italia non ha modello di crescita pienamente adeguato a un’economia avanzata. I segni sono molti. A paragone dei nostri pari, per esempio, troppe imprese continuano a competere più sui costi che sull’innovazione, e il Paese investe troppo poco nell’istruzione e nella ricerca. Ma citerei anche la mobilità sociale, che è singolarmente bassa, e credo sia uno dei volti della difesa delle posizioni consolidate dalla distruzione creatrice.

 

La politica gioca un ruolo centrale nel suo modello esplicativo. Perché a suo avviso è così importante tenerla in considerazione? Quali sono i fattori che impediscono all’azione collettiva di dispiegarsi adeguatamente?

Andrea Capussela: La politica gioca un ruolo centrale perché definisce le regole che governano l’economia. È la politica che non è stata capace di accompagnare il progresso dell’Italia dall’arretratezza alla frontiera tecnologica con le necessarie riforme. E le ragioni sono da ricercare soprattutto nelle regole, formali e informali, che governano la sfera della politica. Esse hanno dato troppo spazio ai molti interessi particolari che temevano la distruzione creatrice, per difendere rendite grandi o piccole, e troppo poco spazio all’azione collettiva dei cittadini in difesa dei loro interessi comuni, come l’interesse a una crescita più elevata o a una maggiore diffusione delle opportunità economiche. L’inaridirsi dei partiti politici, sempre più vulnerabili agli interessi particolari e sempre meno capaci di organizzare l’azione collettiva, riassume bene questa deriva. Né sorprende, in questo quadro, che le élite politiche tendano ad arroccarsi dentro le autorità pubbliche e spesso colludano con le élite economiche avverse alla distruzione creatrice.

 

Il problema dell’adeguatezza dell’insieme di regole di una società è, dal suo punto di vista, centrale per spiegare le dinamiche di sviluppo. Per quali ragioni? Il concetto di regole a cui si fa riferimento ha un significato allargato, che non include solo le norme scritte. Come possiamo intenderlo?

Andrea Capussela: È un problema centrale perché sono le regole che governano sia l’organizzazione di un’economia, sia il funzionamento di un sistema politico. Mi riferisco alle regole che effettivamente incidono sulla realtà sociale, che non coincidono necessariamente con quelle scritte nelle leggi: dipende da come esse sono applicate, e da come si combinano con le norme sociali, ossia quelle regole informali, non scritte, che sono presenti in ogni società. Le regole che effettivamente governano un’economia – le “istituzioni economiche”, nella letteratura scientifica – sono la risultante della combinazione tra le leggi scritte, la loro prassi di applicazione, e le norme sociali. E spesso esiste un divario tra regole scritte e regole effettive: se l’evasione fiscale è di massa ed è pressoché costante nel tempo, per esempio, si può pensare che le regole effettive la tollerino, almeno in parte, benché le regole scritte la vietino. Questo, credo, è ciò che osserviamo in Italia. Ma lo scarso rispetto delle leggi non è un fenomeno statico. Se esso si radica, chi invece rispetta le leggi subirà spesso uno svantaggio competitivo, che indurrà altri a violarle, e innescherà un circolo vizioso che incrinerà sia la fiducia nelle autorità pubbliche sia la fiducia reciproca tra le imprese e tra i cittadini. Un economista molto autorevole, Kenneth Arrow, scrisse che «molta dell’arretratezza economica presente nel mondo può essere spiegata dall’assenza di fiducia reciproca». Questa è anche una delle ragioni del nostro declino, credo, e non deriva dalla cultura degli italiani, come talvolta si dice, magari per nascondere cause più aggredibili e meno pacificanti, ma dalla somma delle risposte collettivamente dannose, sebbene individualmente razionali, allo scarso rispetto della legge. Qui torna il ruolo della politica. Perché la lunga persistenza di questo stato delle cose, che è svantaggioso per la vasta maggioranza dei cittadini, suggerisce che oltre alla supremazia della legge è debole anche la responsabilità politica, ossia l’insieme di regole e prassi, formali e informali, che spingono eletti e governanti a perseguire l’interesse dei governati. Supremazia della legge e responsabilità politica tendono a ruotare assieme in circoli virtuosi o viziosi: per spingere l’Italia verso un equilibrio superiore a quello presente bisogna muovere entrambe.

 

Il tema delle “riforme” ricorre ciclicamente nel nostro dibattito pubblico da molti anni. Quali sono i limiti di questa discussione e le ragioni per cui non ha contribuito a una soluzione efficace dei problemi italiani?

Andrea Capussela: È difficile fare simili quantificazioni, ma direi che nello scorso trentennio nessuna grande economia occidentale abbia fatto tante riforme quanto l’Italia. Talune furono pessime, come le leggi elettorali che hanno spostato il potere di selezionare i parlamentari dai cittadini alla dirigenza dei partiti. Ma molte furono buone, come quelle del mercato dei capitali. Eppure, il declino avanzava. Una spiegazione è quella che ho appena menzionato: il divario tra le regole scritte e quelle effettive, che ha attenuato e distorto quelle riforme, e che dipende dal grado singolarmente basso di rispetto della legge che si osserva in Italia. Faccio un esempio che contribuisce a spiegare il problema della dimensione media delle imprese. In questo trentennio la disciplina del governo delle imprese è stata estesamente riformata, anche in ossequio alle regole europee, e ora spesso coincide con le norme che vigono in Francia e Germania. Ma se nella media i bilanci delle nostre imprese sono sensibilmente meno affidabili dei bilanci delle imprese francesi e tedesche, perché quelle regole sono troppo spesso violate, e se, per la medesima ragione, gli interessi degli azionisti di minoranza sono sensibilmente meno protetti, non sorprende che i nostri imprenditori siano poco inclini a fondere le proprie imprese, per crearne di più produttive e capaci di innovazione. Per fondere due imprese, o versare propri capitali nell’impresa controllata da altri, occorre fiducia reciproca. Un’altra spiegazione è che raramente queste riforme rispondevano a una chiara visione del futuro del Paese, nata nella discussione pubblica e nel conflitto politico. Per cambiare i comportamenti di milioni di imprese e cittadini le riforme devono essere credibili: altrimenti la razionalità individuale delle masse, che spesso è difensiva, continuerà a prevalere sull’interesse collettivo. E la credibilità delle riforme nasce nello scontro aperto tra idee diverse, quando esso produce un indirizzo riformatore definito, anche se di compromesso, e una maggioranza politica per sostenerlo. È soprattutto questo che manca al PNRR, tra l’altro, ma temo non potesse essere altrimenti.

 

Perché il dibattito pubblico nel nostro Paese spesso non appare all’altezza dei problemi e di un’efficace elaborazione di soluzioni? Come si potrebbe agire per creare una sfera pubblica più ricca e articolata? Quest’ultima potrebbe rappresentare una leva per il cambiamento?

Andrea Capussela: Non so rispondere alla prima domanda se non allineando i fattori che allontanano la discussione pubblica dai temi che abbiamo trattato sinora. I più visibili sono la debolezza dei partiti, la chiusura delle élite politiche, la loro collusione con le élite economiche, l’assetto proprietario dei principali media, e poi la personalizzazione e la spettacolarizzazione della politica. Fenomeni largamente comuni alle altre grandi democrazie occidentali, certo, ma in Italia più gravi e radicati, come già suggerisce il frequente parallelo tra Donald Trump e Silvio Berlusconi. A questi fattori ne assocerei uno che ha garantito diffuso sostegno all’equilibrio politico-economico sul quale l’Italia è adagiata: la singolare e capillare segmentazione delle classi medie e basse, provocata da una politica della protezione sociale che per mezzo secolo ha preferito all’universalismo la concessione di trattamenti differenziati per categorie. Molti avevano piccoli privilegi, di conseguenza, e un interesse nella stabilità dell’assetto politico che li aveva creati e ne garantiva la sopravvivenza, con l’effetto di nascondere l’interesse comune a pretendere un equilibrio più equo ed efficiente. Come il declino del fordismo ha disunito il tradizionale elettorato della sinistra, questa segmentazione ha indebolito ogni offerta politica che mirasse a una visione plausibile dell’interesse generale. Arricchire la sfera pubblica, che credo sia un obiettivo di questa rivista, è quindi decisivo. Il mesto percorso del Movimento 5 Stelle suggerisce che senza un’analisi seria dell’equilibrio presente e idee sensate su come migliorarlo si fallisce. Si deve partire dalle idee. E occorre una sfera pubblica più aperta proprio per dare maggiore spazio all’analisi di questo equilibrio, in modo accessibile ai più, e alle condizioni per muovere la società verso un equilibrio superiore. Ciò irrobustirebbe e allargherebbe la domanda di cambiamento, che prima o poi sarà abbracciata da migliori attori politici: la debolezza delle attuali offerte politiche, il livello dello scontento popolare, e il rischio che esso sia impugnato da demagoghi anche peggiori di quelli attuali suggeriscono che lo spazio per idee migliori sia vasto, e che sia urgente riempirlo. Come aprire e arricchire la sfera pubblica è una domanda ancora più difficile. Non so rispondere, se non dicendo che le potenzialità dei nuovi media potrebbero forse essere meglio usate. Anche per organizzare l’azione collettiva dei cittadini, aumentare la pressione che essi esercitano sulle autorità pubbliche, e innescare il circolo virtuoso tra la responsabilità politica e la supremazia della legge.

 

Ritiene che il deficit delle culture politiche giochi un ruolo significativo? Vede possibilità per una loro rigenerazione?

Andrea Capussela: L’estrema debolezza delle culture politiche deprime la democrazia interna dei partiti, confonde e scredita i loro programmi, e accresce la loro vulnerabilità all’influenza degli interessi particolari. Indebolisce la responsabilità politica, pertanto, e impoverisce la discussione pubblica. Non credo che questi partiti rigenereranno spontaneamente le loro culture politiche, né faranno le altre cose che, in controluce, ho indicato come necessarie. In varia misura, essi sono tutti figli e beneficiari dell’equilibrio presente: solo la pressione dal basso li spingerà ad aggredirlo. Di nuovo, però, una sfera pubblica più viva potrebbe preparare il terreno: anche nella discussione sui massimi sistemi. Ai miei occhi di dilettante, per esempio, sia la tradizione liberale sia la tradizione socialista paiono in affanno: non tanto per la frequente corresponsabilità dei partiti che le rappresentavano nella deriva neo-liberale, quanto per la natura spesso tolemaica dei rimedi che propongono: molteplici rimedi ad hoc, intendo, che non derivano da un chiaro ed esplicito principio organizzatore. Ma queste due tradizioni non sono le uniche alle quali possiamo attingere. Il pensiero politico repubblicano porterebbe una ventata d’aria fresca nel nostro dibattito, per esempio, soprattutto perché non separa i due valori della libertà e della democrazia, come fa il pensiero liberale, ma deriva il secondo dal primo; e insieme suggerisce che l’azione pubblica non è di per sé limitatrice della libertà individuale, ma è creatrice e garante della sfera protetta nella quale ciascuno possa essere padrone di sé stesso. Per esempio, è libero un lavoratore precario il cui intero reddito dipenda, mese per mese, dalla libera decisione del datore di lavoro sulla prosecuzione del contratto? Il liberale risponderebbe di si, presumo, perché si tratta di accordi tra adulti consenzienti; e poi si preoccuperebbe di alleviare le condizioni di quel lavoratore con rimedi svariati e, appunto, tolemaici. Il repubblicano risponderebbe diversamente, perché lo squilibrio di potere creato dalla precarietà del suo reddito rende quella persona dipendente dal datore di lavoro: e una dipendenza di questa natura può plausibilmente essere giudicata incompatibile con la libertà, nonostante derivi da un accordo nato senza coercizione. La nozione repubblicana di libertà, in altre parole, mi pare meglio capace di quella liberale di affrontare il problema del potere silenzioso, che riduce la libertà altrui per il solo fatto di esistere: e questo è un grande merito in un’epoca nella quale il ritorno delle grandi disuguaglianze suggerisce un parallelo aumento degli squilibri di potere tra cittadini.

 

Quali sono i limiti e gli elementi di verità delle principali spiegazioni alternative a quella da lei proposta del declino italiano?

Andrea Capussela: La più popolare è forse quella che incolpa l’euro, e l’argomento più rapido per confutarla è cronologico. I primi sintomi del declino risalgono agli anni Ottanta e sono resi manifesti dalle crisi del 1992, entrambe epocali: quella valutaria, di settembre, e quella che ha preso il nome di Tangentopoli. È vero piuttosto che l’adesione all’euro mirava anche a spingere l’Italia verso un diverso modello di sviluppo, e che, mancato questo obiettivo, il Paese si è ritrovato con un modello largamente inadatto al nuovo regime monetario. Non ne consegue che se ne debba uscire, tantomeno in un momento nel quale il progresso verso l’unione politica e fiscale sembra finalmente possibile.

 

Cosa può far pensare che una situazione di declino che ha radici così profonde possa essere reversibile? Come bisognerebbe agire per instaurare un equilibrio differente?

Andrea Capussela: L’equilibrio presente è reversibile proprio perché è relativamente iniquo e inefficiente. La razionalità individuale che spiega i comportamenti che lo preservano è di natura difensiva, infatti, ed è pienamente compatibile con l’aspirazione a un equilibrio superiore. Il parallelo più semplice è con la gradinata di uno stadio: al primo spettatore che si alzi, per l’emozione o per vedere meglio, chi ha la vista impedita subito si alzerà, e a cascata lo faranno tutti. Ma quando saranno stanchi di stare in piedi basterà che una voce gridi «sedetevi!» perché tutti lo facciano. Nel caso dell’Italia la stanchezza accumulata in questo lungo declino pare sufficiente, mentre mancano voci sufficientemente forti e credibili per coordinare le scelte di una massa critica di imprese e cittadini: perché nessuno si siederà se non crede che anche gli altri lo faranno. Una sfera pubblica più ricca è il luogo nel quale si può diffondere il vocabolario che permette di intendere queste voci, e può essere la loro cassa di risonanza.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

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