Democrazia e pandemia. Intervista a Leonardo Morlino
- 09 Giugno 2021

Democrazia e pandemia. Intervista a Leonardo Morlino

Scritto da Maria Elisabetta Lanzone

6 minuti di lettura

Questa intervista a Leonardo Morlino si inserisce in una serie curata da PerCorsi Associazione Culturale ai protagonisti della rassegna “Nel Mondo che cambia: sfide globali e nuovi attori internazionali”, organizzata nell’ambito del Festival delle Conoscenze. Leonardo Morlino è Professore emerito di Scienza politica presso la Luiss “Guido Carli” di Roma. Il 24 giugno 2021 è uscito il suo ultimo libro dal titolo L’illusione della scelta. Come si manipola l’opinione pubblica in Italia, curato insieme a Michele Sorice ed edito da Luiss University Press. Lo scorso maggio Morlino è stato per due volte ospite dell’Associazione Culturale PerCorsi e durante gli incontri ha affrontato prima il tema della crisi della democrazia e poi proprio quello della manipolazione digitale, oggetto delle sue ultime ricerche. Ai link indicati è possibile rivedere gli eventi, supportati da Fondazione Acos per la Cultura “Modelli di democrazia oggi”  e “Ripensare la rappresentanza”.


Ormai da alcuni decenni, diversi studiosi di politica fanno riferimento ad una generalizzata crisi delle cosiddette democrazie occidentali: di che tipo di crisi stiamo parlando e quale modello di democrazia, in particolare, risulta essere maggiormente colpito? 

Leonardo Morlino: Rispondo in ordine alle due domande, ricordando subito che il concetto stesso di crisi è un concetto normativo che fa riferimento ad attese di funzionamento della democrazia a favore dei cittadini. Va aggiunto che la pandemia ha immediatamente e profondamente modificato proprio le domande e le attese dei cittadini, evidenziando ancora di più certe divisioni sociali ed economiche, già esistenti da tempo. Così, da un lato, per tutti i gruppi sociali protetti da un impiego pubblico la domanda essenziale è stata di protezione della salute con le conseguenti politiche di distanziamento e un’assistenza medica efficiente; dall’altro, altri gruppi sociali, cresciuti in dimensioni anche per le politiche liberiste di questi anni, hanno espresso una domanda di protezione economica che facesse fronte a ricavi azzerati in molti settori, ad aziende in crisi e a rischio di chiusura e allo spettro della disoccupazione. Quindi, richiesta di attenzione ai ristori e spinta a riaprire le attività nei tempi più brevi anche a costo di rischiare nuove ondate pandemiche. Il risultato complessivo è stato l’emergere rapidissimo di un nuovo modello di democrazia post-pandemica con un forte ruolo dello Stato e una tendenza all’accentramento decisionale ed amministrativo. Le democrazie che hanno affrontato meglio questa drammatica situazione non si sono distinte per essere maggioritarie o consensuali, come siamo abituati a distinguerle, ma per essere più o meno amministrativamente efficienti. In ogni caso, una spinta alla ricerca di accordi tra tutte le parti sociali e il governo vi è stata soprattutto nei Paesi già consensuali o misti. Mentre quelli maggioritari come il Regno Unito oppure, per alcuni aspetti, gli Stati Uniti hanno ribadito le loro prassi decisionali. Uno degli esempi più evidenti di questa constatazione è dato dal Brasile dove al di là delle politiche, molto criticate, di Bolsonaro il problema di fondo era quello di un Paese poco preparato ed inefficiente rispetto alla cura della salute dei cittadini. Lo stesso si può dire dell’India, che pure configurerebbe un modello istituzionale ben diverso dal Brasile.

 

Che cosa è successo durante l’emergenza sanitaria? Anche quella è stata una crisi di carattere sistemico (ancora in corso): quali conseguenze è possibile individuare rispetto alla stabilità degli stessi regimi democratici? 

Leonardo Morlino: Forse a questo proposito gli aspetti nuovi, più rilevanti ed interessanti, sono stati due, entrambi collegati alla crisi degli anni precedenti alla pandemia. I drammatici eventi prodotti dal Covid-19 hanno invertito un trend che nelle nostre democrazie durava da tempo ed era in se stesso un evidente indicatore di crisi e anche di stallo decisionale: il Covid-19 ha rallentato, quando non ha bloccato, la tendenza alla polarizzazione delle opinioni pubbliche, spesso spinte dagli stessi leader politici. Il caso più clamoroso è stato dovuto alla coincidenza con le elezioni presidenziali americane. Grazie al sistema elettorale maggioritario, Trump stava vincendo le elezioni spingendo sulla polarizzazione/divisione tra gli elettori. La pandemia ha spostato l’attenzione degli elettori e li ha resi più attenti a soluzioni politiche moderate che facessero meglio fronte alle insicurezze di questo tragico evento. In breve, in diversi Stati contesi un piccolo gruppo di votanti moderati, che si sarebbero astenuti o avrebbero potuto anche votare Trump, si sono fatti attrarre dalle posizioni rassicuranti di Biden, ribaltando così il risultato complessivo. Ancora le elezioni americane evidenziano il secondo aspetto. Di fronte a una tragedia delle proporzioni che abbiamo vissuto, vi è meno spazio per le manipolazioni dell’opinione pubblica anche usando le reti sociali. I cittadini potevano giudicare con relativa maggiore chiarezza chi aveva affrontato bene la pandemia e chi no. Questo lo si è visto in tutte le elezioni tenutesi in questo periodo, e l’unico modo per convincere un cittadino recalcitrante era ricorrere alle fake news, ma su questo punto negli Stati Uniti vi è stato clamorosamente l’intervento dei proprietari dei grandi network che hanno visto mettere in pericolo il proprio business e, nel caso specifico, gli account Twitter o Facebook di Trump ed altri sono stati addirittura chiusi.

 

Da diversi anni, gli indicatori internazionali, come quelli prodotti da Freedom House, ci dicono che non siamo solamente di fronte ad una crisi della democrazia, ma ad un più generale arretramento (e regressione) di tutti i tipi di regimi. Cosa significa: che fine hanno fatto le ondate di democratizzazione teorizzate da Samuel Huntington?

Leonardo Morlino: Questo è un tema molto ampio e diverso che richiede il tornare indietro di diversi decenni. Molto in breve, dopo la caduta del Muro di Berlino (8 novembre 1989), gli Stati Uniti hanno visto con evidenza quello che avevano iniziato a intravedere in America Latina già a metà degli anni Ottanta del secolo scorso e che proprio Huntington aveva di nuovo segnalato su Foreign Affairs (1984), cioè che nel nuovo contesto di fine dell’URSS, le democrazie potevano assicurare maggiore stabilità degli altri regimi non democratici. E questo è stato inteso bene dalla stessa Unione Europea che ha anche visto la possibilità di una maggiore sicurezza sul suo versante orientale. Sono state, quindi, decise e realizzate politiche di promozione della democrazia da parte di questi due attori – con un aggiuntivo importante ruolo della Germania, non solo in Europa –. La svolta è avvenuta dopo l’invasione dell’Iraq (marzo 2003), conseguente all’attentato alle Torri Gemelle di New York (11 settembre 2001), dopo la stabilizzazione autoritaria della Russia con Putin e dopo l’allargamento del 2004. In sostanza, quelle politiche si sono esaurite. Sono emersi anche diversi regimi ibridi, bloccati nel loro percorso verso la democrazia. In breve, nel 2005/2006 è iniziata l’inversione e le cosiddette “primavere arabe” (2010/11) con i loro esiti “autunnali” hanno confermato questa inversione. Nel secondo decennio del XXI secolo l’andamento in senso democratico o autoritario è stato altalenante e dovuto spesso ad eventi casuali.

 

È possibile pensare a modelli di governance alternativi a quello della democrazia liberale, oppure “dopo la democrazia” ci sarà ancora la democrazia in un vasto numero di Paesi? Se vi sono, quali possono essere queste alternative?

 Leonardo Morlino: Se siamo realisti, possibilmente non normativi e minimamente lucidi, dobbiamo capire che una postdemocrazia non esiste, non può esistere. Come ricordato da altri autori – a cominciare da Popper, Sartori e Sen – la liberaldemocrazia di massa è l’unico regime politico, che siamo stati in grado di inventare, che presenta tre caratteristiche insuperabili. La prima: ha delle regole interne di adattamento e flessibilità. Quindi, una postdemocrazia semplicemente non ci può essere perché la democrazia è un regime capace di auto-trasformarsi in continuazione. Ovviamente, ad esempio, storicamente le democrazie pre-Seconda guerra mondiale erano ben diverse da quelle post-1945. La democrazia si era reiventata dopo quegli anni con l’aggiunta dei diritti sociali, la cui assenza era stata all’origine delle delegittimazioni con relativi crolli tra le due guerre. Secondo, è il regime che riesce a proteggere al meglio i cittadini da sofferenze e privazioni ingiustificate di libertà. Terzo, è il regime che permettendo la voice, la protesta, è in grado di segnalare, mostrare il disagio e le situazioni di sofferenza economica e di spingere i governanti a prendere decisioni conseguenti.

 

In alcuni suoi studi recenti si sta occupando del controverso tema della “manipolazione digitale”. Quali caratteristiche possono essere delineate e quali strumenti i cittadini hanno a disposizione per difendersi? 

Leonardo Morlino: La ricerca empirica, che uscirà il 24 giugno, con il titolo L’illusione della scelta (Luiss University Press), mostra le nuove possibilità che ci sono di influenzare e manipolare politicamente i cittadini. Usando dati tratti dai diversi media tradizionali e digitali, abbiamo fatto emergere le modalità principali di manipolazione dell’opinione pubblica. Però, da una parte, come affermavo precedentemente, con la pandemia, di fronte alle centinaia di morti ovvero alla capacità di risparmiare vite umane e curare e proteggere le persone, gli spazi di manipolazione sono stati oggettivamente più limitati. Le differenze nelle capacità di governo erano evidenti e sotto gli occhi di tutti. Dall’altra, vi sono stati i provvedimenti legislativi, sia dell’Unione Europea che di numerose democrazie, per fare fronte e smascherare più facilmente almeno le fake news. Purtroppo, va aggiunto che la difesa più effettiva il cittadino la può trovare solo in se stesso, ovvero nell’essere attento, critico e consapevole di quello che gli succede attorno, essendo anche capace di reagire. In breve, la migliore difesa sta nell’auto-difesa.

Scritto da
Maria Elisabetta Lanzone

Docente di Sociologia della Politica all’Università di Padova e Key-Staff Member all’interno del 2020 Jean Monnet Module “Europe in the Global Age: Identity, Ecological and Digital Challenges” dell’Università del Piemonte Orientale, dove ha tenuto anche corsi di perfezionamento sul Public Management. Ha partecipato a vari progetti internazionali a Nizza (UCA, ERMES-URMIS) Parigi (SciencesPo), Bruxelles (ULB e EP) e presso la Fudan University di Shanghai (2017 e 2018). Ha pubblicato articoli sulla Chinese Political Science Review (CPSR) sulla crisi delle democrazie consolidate europee ed è co-autrice del saggio “The Xi Jinping’s Era and the Evolution of Chinese Political System. Internal and External Effects” (2020, St. Kliment Ohridski Sofia University Press). Collabora con l’Associazione Cultura e Sviluppo e con Edizioni Epoké, per cui ha pubblicato due volumi. Dall’anno scolastico 2019/2020 è, inoltre, docente-formatore presso istituti superiori piemontesi, accreditati sulla piattaforma S.O.F.I.A. Ha fondato, insieme a Fabio Lavagno, l’associazione culturale PerCorsi, per la quale si occupa di formazione nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza, e dell’organizzazione di eventi culturali sui rapporti Oriente/Occidente e sulle relazioni internazionali.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici