Democrazia senza partiti? Prospettive, interrogativi e intelligenze artificiali

democrazia senza partiti

Se è vero che la democrazia rappresentativa e i partiti sono in crisi, essi devono cercare un modo per rinnovarsi anche se i modelli proposti negli ultimi 70 anni non sembrano essere particolarmente soddisfacenti


E’ possibile immaginare una democrazia senza partiti? La risposta d’istinto è un fermo no, perché i partiti servono a mettere in contatto cittadini e istituzioni ed e attraverso la loro organizzazione che le domande che arrivano dall’esterno arrivano dove vengono prese le decisioni. Eppure, se c’è una cosa che stiamo imparando in questi ultimi anni è che i partiti tradizionali in Europa contano sempre meno e vengono progressivamente sostituiti da altro, da movimenti di estrema destra o da partiti antisistema.
Certo, vengono sostituiti da organizzazioni che sono comunque partiti. Il problema di questi nuovi partiti è che non hanno la democrazia nel loro orizzonte e, apparentemente, usano il consenso democraticamente costruito per abbattere la democrazia, come sta accadendo in Polonia e Ungheria, per esempio. È ancora presto per stabilire se siamo di fronte a due casi isolati o siamo davanti a un nuovo vento dell’Est che contagerà anche il resto del Continente. Quello che è certo, però, è che siamo davanti a un’Europa dove la democrazia rappresentativa è in crisi e dove va trovata una soluzione, soprattutto se la sinistra vuole avere un futuro.

Il punto è che cittadini e politici non sono mai stati così distanti. Lo racconta benissimo Peter Mair in “Ruling the Void”, libro che mette in evidenza come la politica sia, ormai, una questione privata per politici che governano isolati dal resto del mondo mentre i cittadini osservano da spettatori data la crisi – per esempio – del partito di massa novecentesco.

Non solo, la nascita di istituzioni come l’Unione Europea mette ulteriormente in crisi la capacità operativa dei governi che si ritrovano a dover applicare normative concepite a Bruxelles che diventa, così, un bersaglio perfetto per giustificare l’incapacità di governare efficacemente a casa. Inoltre, come abbiamo imparato anche in Italia negli ultimi 20 anni, gli esecutivi nazionali si stanno “presidenzializzando” lasciando sempre meno potere ai parlamenti nazionali e – quindi – ai partiti.

A complicare il quadro, la “terza via” di Anthony Giddens, per quanto abbia rappresentato la sinistra di governo fino al 2008, ormai sembra aver esaurito la sua capacità di lettura del presente, lasciando il campo socialista in una situazione più complicata di quanto avvenga a destra. In fondo, con la vittoria del monetarismo, la destra del PPE si è trovata in una situazione abbastanza agevole, sfidando la sinistra a reinventarsi se non da capo, quantomeno nel marketing elettorale.

In tutto questo, il concetto stesso di partito è diventato obsoleto. Il più importante dei partiti nati negli ultimi 10 anni in Italia, il Movimento 5 Stelle, nega persino di essere un partito, così come le numerose liste civiche che sono nate negli ultimi anni in molti piccoli comuni accusano apertamente i partiti di pensare più alla loro sopravvivenza che al governo locale.

I cittadini, però, non sembrano entusiasti. Come ricorda Peter Mair, l’affluenza elettorale sta scendendo ovunque in Europa ad ogni livello di consultazione. Non solo, la crisi dei partiti implica che la politica sia essenzialmente povera, da un punto di vista economico. Questo significa che il costo di una campagna elettorale ricade sul candidato che deve mettere in campo, a volte, cifre consistenti per essere eletto con l’antipatica conseguenza che chi non può permettersi una carriera politica si dedica al settore privato, impoverendo ulteriormente uno scenario politico già abbastanza deprimente.

Eppure, mentre tutti gli indicatori dicono che la democrazia rappresentativa è in crisi, non si può rinunciare a un metodo democratico nella gestione del potere. Perché se l’alternativa è la rappresentanza degli interessi affidata a think-tank e organizzazioni non governative, come una parte della letteratura sulla politica europea sembra suggerire, corriamo il rischio che le domande dei più deboli della società siano sottorappresentate mentre chi può permettersi grandi strutture di lobby può accedere più facilmente ai luoghi del potere.

Certo, immaginare un orizzonte diverso dalla democrazia rappresentativa europea basata sul Parlamento, è molto difficile. Ma, vista la complessità del nostro contemporaneo, vale sicuramente la pena vedere se le alternative proposte a partire da Adriano Olivetti possano essere sostenibili oppure dobbiamo rassegnarci al tramonto della democrazia rappresentativa e a un futuro dominato da autorità “non maggioritarie” come la Banca Centrale Europea in tensione con parlamenti dominati da forze irresponsabili e tendenzialmente di destra.

A tutto questo, va aggiunta un’altra variabile: quella tecnologica. Ovvero, dobbiamo rassegnarci all’idea che la tecnologia fa parte della nostra vita e che in un’epoca dove consultazioni di qualsiasi genere possono essere svolte in tempo reale, i forum digitali dovranno prima o poi trovare il loro spazio anche nel sistema istituzionale. Non solo. Pandora ha recentemente organizzato un convegno sull’Industria 4.0. Ebbene, si può immaginare una politica automatizzata, basata su intelligenze artificiali supplenti rispetto ai politici in carne ed ossa?

Adriano Olivetti e la democrazia Senza partiti

Come promesso, la nostra riflessione comincia da Adriano Olivetti. Considerato un antesignano di Steve Jobs, la sua riflessione ha intercettato vari ambiti della società, a partire dalle relazioni industriali. Tuttavia, mentre la sua lettera ai lavoratori è di grande interesse, la sua idea di democrazia ha degli aspetti sinistri che, però, non sono stati affrontati debitamente in quanto oscurati dal blasone proprio di Adriano Olivetti.

La riflessione dell’imprenditore di Ivrea nasce dal fatto che nel XX Secolo si è dato per scontato come l’unica democrazia possibile fosse quella parlamentare di stampo europeo o quella presidenziale di stampo americano. I due sistemi hanno molto in comune: elezioni segrete e a scadenza regolare, separazioni dei poteri e difesa costituzionale dei diritti fondamentali. Il punto polemico di Olivetti, però, era rivolto ai partiti italiani che dopo la Guerra pensavano più alla loro sopravvivenza che alla Ricostruzione.

Nel suo breve saggio “Democrazia senza partiti” scritto nel 1949, infatti, l’imprenditore piemontese denunciava le derive della democrazia rappresentativa. Secondo Olivetti, i partiti italiani ed europei del tempo non erano in grado di fare il bene della società. Quello che Olivetti – erroneamente – vedeva come uno scontro tra comunismo e cristianesimo sul continente europeo stava consumando la politica europea togliendola da quello che doveva essere il suo lavoro: non governare, ma contribuire al completo sviluppo dell’umanità.

Non solo, l’idea che Olivetti suggerisce è quella di partiti che diventano patologicamente parte delle istituzioni, più preoccupati della propria sopravvivenza che del bene collettivo. Al di là del fatto che esista nell’ambito della scienza politica una letteratura consolidata sulla nuova connotazione istituzionale dei sistemi politici basata sul loro finanziamento pubblico, la risposta di Olivetti non si fermava qui.

Il cuore del sistema che immaginava, infatti, era costituito da assemblee concentriche che andavano dal livello di vicinato al livello nazionale (e perché no transnazionale) che diffondeva la deliberazione, distribuendola tra vari livelli. Per quanto non fosse chiarissima la catena di delegazione dal basso verso l’alto e neanche chi fosse il capo del governo, questa era un’idea che Olivetti reputava molto interessante.

E’ vero che, forse, l’istituzionalizzazione del sistema politico è alla base di quello a cui abbiamo assistito negli Anni ’90, con partiti che diventano organici alle istituzioni, in parte si è rivelata un punto su cui Olivetti ha avuto, ragione. Tuttavia, dietro l’idea comunitaria (comunitarista?) della politica dell’imprenditore di Ivrea si cela un’altra criticità, difficile da non notare.

Stefano Rodotà, chiamato a scrivere la prefazione dell’edizione del 2013 di “Democrazia senza partiti” riconosce la validità di fondo del sistema, ma non ne riconosce la falla fondamentale, ovvero la sua assoluta natura confessionale. Secondo Olivetti, la società del futuro doveva ispirarsi a principi cristiani pur garantendo la libertà religiosa. L’esito di questa conversione sarebbe stato un sistema politico simile, nella forma, ad una sorta di chiesa protestante, con buona pace del principio di laicità dello Stato.

Quasi 70 anni dopo, la “Democrazia senza partiti” di Olivetti può essere vista come il divertissement di un grande industriale. Ma resta, comunque, un originale tentativo sviluppato per superare uno status quo che, una volta superata la guerra, doveva apparire insoddisfacente ad un visionario come Olivetti. Il punto della contemporaneità è che stiamo vivendo una trasformazione della società talmente profonda che, forse, vale la pena chiedersi se l’organizzazione corrente del potere è adeguata alle sfide che vorrebbe risolvere e capire se e come ci sono organizzazioni sociali diverse da quelle che conosciamo.

Giochi e cultura popolare, modelli interessanti ma poco democratici

Si fa politica anche nei videogiochi. A raccontarcelo, Henry Jenkins, uno dei principali esponenti della cultura nerd mondiale, videogiocatore ma soprattutto sociologo presso il MIT. La sua mente brillante concepì, alla metà dello scorso decennio, un saggio che ancora oggi è il libro di testo per molti corsi di sociologia dei media. Il libro “Culture convergenti” aveva un obiettivo molto ambizioso, ovvero immaginare – sulla base dell’evidenza empirica –  come la tecnologia avrebbe cambiato la vita delle persone su tutti i livelli.

Il presupposto era che ci fosse una sorta di circolarità tra vita pubblica analogica e digitale. Quello che accadeva nella società in carne ed ossa, avveniva anche nei mondi virtuali per poi ritornare nel mondo fisico.  Jenkins Arrivava, addirittura, a studiare il caso di Alphaville, una piccola città presente nella versione online di “The Sims”. Anche lì, nel 2004, come negli USA si doveva eleggere un presidente. E anche lì, come nella Florida del 1999, ci furono dei brogli elettorali che furono scoperti dalla stampa che di Alphaville si occupava. E’ indicativo come la conclusione che traeva il sociologo bostoniano dalla vicenda era che la democrazia americana aveva fallito anche nel mondo digitale.

In quegli anni, Internet stava muovendo i primi passi, nel mondo della politica. Il dibattito pubblico negli Stati Uniti era monopolio delle televisioni via cavo che, nonostante siano in crisi in questo momento, quelle emittenti hanno ancora un ruolo preponderante nella definizione degli schieramenti. Non è un caso che il movimento del Tea Party sia nato quando un commentatore di CNBC lanciò l’idea di una rivolta contro il piano di Obama a sostegno di chi aveva contratto un mutuo subprime del tutto analoga a quella che iniziò la Rivoluzione americana.

La polarizzazione del dibattito pubblico statunitense è un dato che è rimasto e che ha ricordato anche Obama nel suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione. Il fatto che si siano trasportate in un mondo creato sulla base di un gioco le stesse dinamiche del mondo analogico, visto con un decennio di distacco, non può essere che visto come un peccato di gioventù. Ora il dibattito sull’organizzazione politica anche del mondo digitale è un po’ più sofisticato, anche se parte sempre e comunque da esperienze video-ludiche.

A marzo 2015, per esempio, “The Atlantic” pubblicava un reportage sulla vita politica di Eve. Eve è un gioco un MMOLRG, un gioco di ruolo online, basato su una galassia e su navi spaziali. Presente dal 2003, ha sviluppato un metodo molto interessante di dialogo tra chi tira le fila del gioco, la società che ne cura sviluppo e messa online, e la comunità di giocatori.

Quello che la rivista americana racconta è un mondo di navi spaziali e corporazioni intergalattiche che, attraverso un sistema chiamato CSM, gestiscono gli aspetti diplomatici degli scontri tra fazioni e dialogano con la società che produce il gioco per orientarne il funzionamento e garantire che possa andare avanti in futuro.

Fino a qui, siamo a dove si è fermato Jenkins: la democrazia rappresentativa che si replica sul digitale. Però la cosa interessante in questo mondo è il modo in cui vengono eletti i rappresentanti. Il sistema elettorale prevede che i candidati debbano raggiungere un certo numero di voti. Una volta raggiunta la soglia necessaria, il voto può essere espresso ad altri candidati che non hanno ancora raggiunto la soglia.

Questo sistema non è particolarmente democratico. Aiuta le alleanze più potenti a consolidare il proprio potere e non permette al singolo un grande controllo sul proprio rappresentante. In pratica, la forma peculiare organizzata da EVE è innovativa, ma va in un senso opposto rispetto a quello che il senso comune vorrebbe vedere nel digitale, ovvero un avvicinamento tra rappresentanti e comuni cittadini.

Non solo: ci stiamo muovendo all’interno di un ambiente politico di proprietà privata è indice del fatto che questo sistema, per quanto interessante, è solo una contingenza che può sparire grazie all’intervento di un qualsiasi funzionario dell’azienda che produce il gioco confermando quello che è lo scoglio principale delle forme di democrazia digitale su piattaforma proprietaria.

L’aspetto paradossale, però, è che, comunque, su EVE i partiti ci sono, anche se si chiamano “corporazioni” o “alleanze”. C’è, quindi, un’intermediazione politica vera e ci sono anche dei gatekeeper che svolgono un lavoro simile a quello dei corpi intermedi nella società analogica anche se la democrazia viene fondamentalmente imbrigliata. Il punto, però, è che il sistema sembra funzionare soddisfacendo tutti gli attori coinvolti. Da qui la domanda: è la politica che si sviluppa sui videogiochi esportabile al di fuori dei videogiochi stessi?

Altre proposte: La democrazia liquida di Google+

Nel 2015 è uscita un’altra notizia, ovvero che Google, sulla versione corporate del proprio social network, Google+, ha permesso ai suoi dipendenti di sperimentare un modello di democrazia liquida. Si tratta di un ibrido piuttosto semplice. In pratica, su ogni questione che viene posta all’attenzione della comunità, gli elettori scelgono un delegato che promette di votare in un certo modo.

Le votazioni dei delegati sono pubbliche e gli elettori ricevono una notifica ogni volta che viene fatta una votazione e può decidere l’autorevolezza di un certo candidato. Non è chiaro chi abbia la possibilità di proporre una votazione.  Tuttavia, ogni volta che il sistema deve prendere una decisione, si accende una piccola campagna elettorale che arriva alla scelta di un delegato che poi vota.

La soluzione di Google+ è certamente interessante e innovativa. Mette insieme i social network e la possibilità di scegliere affidata alla comunità. Un’ottima camera di compensazione per conflitti da condominio, in grado di prendere decisioni sul dolce per la festa aziendale o su altre cose simili. Ma siamo sicuri che, questo sistema, applicato alle decisioni di uno stato funzioni?

Purtroppo, non ci sono dati in questo senso. È vero che decidere come organizzare un party aziendale richiede – comunque – delle competenze. Ma votare sulla scelta di un delegato alla volta pone dei problemi non semplici da risolvere. Ipotizziamo, per un attimo, che uno stato organizzato secondo la “democrazia liquida” di Google debba decidere se muovere guerra o meno contro un altro stato. Come potrebbe essere presa questa decisione?

Questa domanda ne pone altre ancora più stringenti legate alle informazioni in possesso di chi vuole essere il delegato rispetto agli altri utenti chiamati a sceglierlo. Come, soprattutto su temi di sicurezza e politica estera, si potranno gestire notizie che devono essere tenute segrete per la loro stessa natura?

A queste domande, il paper di Google non risponde. Tuttavia, il modello che propone il colosso californiano non è da buttare via nella sua interezza. Per esempio, può funzionare nel governo locale, coinvolgendo i cittadini dove sono adesso, ovvero non più nella piazza del paese, ma online e cercando una via più collaborativa con chi, alla fine, deve subire le decisioni della politica.

Tra l’altro, nel mondo reale questa “democrazia liquida” potrebbe rilanciare il ruolo dei partiti. In fondo, alcuni soggetti potrebbero organizzarci sostenendo in modo organico persone a loro affini, cercando di influenzare il voto all’interno della comunità degli utenti appropriandosi del ruolo di “selezione della classe dirigente”.

Un altro aspetto, questo più problematico, della proposta di Google è che rischia di rendere meno trasparenti i processi decisionali. Mettiamo per ipotesi che in azienda si debba decidere dove andare a fare un pic-nic, come si garantisce che la decisione venga presa effettivamente online e non davanti alla macchinetta del caffè? In altre parole, quale grado di informalità è tollerato da parte del sistema nella definizione dei processi decisionali?

Questa è una domanda che è comune un po’ a tutti gli organismi deliberativi che conosciamo ma, soprattutto sul digitale, diventa molto problematica per la natura immateriale degli spazi dove le decisioni vengono prese, visto che in teoria, per votare, basterebbe uno smartphone.

Un altro problema da affrontare è che i sistemi di democrazia liquida non tollerano il voto segreto. Il voto segreto è una garanzia di libertà, non è un caso che non piaccia ai regimi autoritari. E, infatti, come funzionerebbe un sistema del genere in un territorio dove, per esempio, è presente la criminalità organizzata?

Probabilmente molto male e, infatti, le decisioni prese potrebbero diventare un nuovo gesto di sottomissione pubblica da parte degli elettori nei confronti del boss locale, rinunciando all’idea stessa di democrazia. Quindi, visto che ogni proposta fin qui esaminata ha dei grandi problemi, che fare?

Le intelligenze artificiali ci salveranno?

La politica a livello europeo e mondiale è davanti a un gigantesco “e allora?”. Se, d’istinto, consideriamo esecrabile ogni forma di governo che prescinda dal voto segreto e individuale, dalla libertà di espressione del pensiero e dalla libertà di organizzazione, d’altro canto la democrazia per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi decenni viene sfidata su molti fronti. Eppure, considerate le categorie della politica contemporanea è difficile dare torto a Emanuele Macaluso che, dalla sua pagina Facebook sostiene in modo molto appassionato la democrazia dei partiti, per come l’abbiamo conosciuta finora.

Tuttavia, ci sono delle grandi incognite sul futuro della democrazia in Europa e nel mondo. Se, per esempio, come nota Peter Mair, i partiti nazionali, nel ‘900, hanno costruito un’Unione Europea che li aiutasse a scaricare verso l’alto una parte delle proprie responsabilità di governo, è altrettanto vero che la razionalità che dovrebbe ispirare, ad esempio, l’operato della Commissione Europea, potrebbe, in futuro, non essere esercitata neanche da esseri umani ma da macchine.

Messa così sembra una provocazione. IBM, che sull’intelligenza artificiale sta scommettendo molto per il futuro, però, ha costruito una campagna di content marketing intitolata “Watson for President”. Watson è il software che, per 30 euro al mese, semplificando, permette di dare in mano a chiunque un’intelligenza artificiale molto potente. Potrebbe Watson essere il prossimo presidente degli Stati Uniti?

Mentre questa domanda si fa strada, però, soprattutto in termini d governo locale, si sta affermando l’idea della “smart city”, ovvero di una città piena di sensori – tra i quali gli stessi cittadini – che trasformerà il governo locale in un’esperienza molto simile a quella di una partita a Sim City. L’intelligenza umana, da sola, non sarà in grado di gestire l’ammasso di dati che verrà generato da tutti i sensori presenti in una città. Quindi, i decisori politici dovranno affidarsi a esperti di dati che, a loro volta, dovranno interfacciarsi con le macchine che interpreteranno quegli enormi fogli di calcolo che rispondono al nome di “big data”.

Non solo: anche il potere giudiziario si sta interrogando sull’uso di intelligenze artificiali per la decisione delle sentenze. In questi giorni, la Corte Suprema del Winsconsin, negli Stati Uniti, sta decidendo se algoritmi di statistica predittiva potranno essere utilizzati nelle sentenze del sistema penale, definendo un precedente, nel bene e nel male, destinato comunque a fare scuola.

L’obiezione principale che viene posta all’utilizzo di algoritmi nelle decisioni penali è che gli algoritmi tenderanno a penalizzare gli imputati più poveri rendendo (ancor) più facile farla franca ai più ricchi. Per quanto non esistano dati che corroborino questa obiezione, è comunque ipotizzabile che una decisione razionale privilegi più il mantenimento dello status quo che una qualche idea di uguaglianza tra cittadini.

Questo tema vale anche per la politica. Che fare se un’intelligenza artificiale dovesse decidere di tagliare immediatamente del 40% gli stipendi di tutti i lavoratori perché, dati alla mano, gli stipendi danneggiano la competitività del paese? Non solo, questa domanda ci porta verso la vera domanda che l’intervento dell’intelligenza artificiale in politica provoca, ovvero: chi sarà responsabile di cosa?

A questa domanda non è possibile dare una risposta adesso. Non solo, per quanto riguarda il rapporto tra cittadini e politici non è che si possa fare granché in questo momento per ricucirlo: troppo profonda appare la frattura tra cittadinanza ed élite politiche per essere sanata nel breve periodo, anche se a sinistra Jeremy Corbyn e Bernie Sanders hanno ottenuto risultati incoraggianti, seppur insufficienti.

Il vero problema è che, forse, dobbiamo rassegnarci all’idea di una democrazia protetta nella sua razionalità da istituzioni come Banche centrali e autorità di controllo da un lato, politici eletti da un altro con un ruolo importante giocato dalle macchie con un ruolo ampiamente residuale per strumenti partecipativi. Questo scenario appare molto triste e scoraggiante per chi ama la politica fatta nelle piazze e nelle sezioni di partito. Tuttavia, sembra che lo “spirito del mondo” soffi in questa direzione. Non è, forse, il caso di immaginare un’alternativa?


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Nato a Massa M.ma (GR). Giornalista (professionista dal 10/04/2013), videomaker, appassionato di tecnologia e nuovi media. Vivo e lavoro tra la Maremma e Milano.

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