“Democrazia senza popolo” di Carlo Galli

Galli

Recensione a: Carlo Galli, Democrazia senza popolo. , Feltrinelli, Milano 2017, pp. 224, 16 euro (scheda libro).


In Democrazia senza popolo Carlo Galli offre una ricostruzione delle vicende dell’ultima legislatura, a partire dalle elezioni del febbraio 2013 con il fallimento del tentativo di Bersani di formare un governo fino alla vittoria del no al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. La cronaca dei principali momenti della legislatura, che l’autore ha vissuto in prima persona come deputato del PD poi confluito, nel novembre 2015, nel gruppo Sinistra Italiana – Sel, si fonde con la volontà di offrirne un’interpretazione alla luce delle trasformazioni in senso post-democratico della politica italiana a seguito del trionfo del modello sociale neoliberale. Tale svolta ha privato le istituzioni del loro ruolo di rappresentanza popolare e di scontro e compromesso fra interessi per farne il luogo della competizione tra comitati elettorali e della governance, l’implementazione di politiche definite da tecnici che sotto la maschera dell’efficienza e della neutralità nascondono gli interessi dell’élite economica.

La necessità di un’analisi teorica del genere si offre nel momento in cui la classe politica italiana, del tutto imbevuta di questo modello tanto nelle sue forme di “responsabile” difesa del sistema quanto nelle contestazioni che ne vengono fatte da destra e dal Movimento 5 stelle, non è in grado di comprendere la società, di interpretare il suo rifiuto e il suo disagio nei confronti delle formule politiche che le vengono proposte che si manifesta nella sua crescente spoliticizzazione. La democrazia, donde il titolo, pare funzionare senza voler tener conto del popolo, al quale si limita a domandare di tanto in tanto un plebiscitario assenso che sancisca le proprie decisioni o a porre la scelta tra una rosa di candidati, ma al quale si ostina a negare tutte quelle forme di coinvolgimento nelle istituzioni e nell’elaborazione delle politiche pubbliche, dal finanziamento pubblico ai partiti a una proporzionalità nella rappresentanza e alla centralità del Parlamento e dei corpi intermedi, in primis i sindacati, che invece persevera ad aggredire, bollandoli ora col marchio dell’inefficienza, ora della corruzione.

Soltanto uno sguardo teorico è in grado, leggendo la cronaca in prospettiva, di mettere in luce tanto le criticità di questo modello quanto la necessità di invertire la rotta per evitare che le trasformazioni in corso portino non, come spesso si dice, alla fine di un modello “obsoleto e inefficiente”, sostituito da uno più adatto alle “sfide della globalizzazione”, ma della stessa democrazia per come si è affermata in Europa dopo la seconda guerra mondiale con l’apertura delle istituzioni del liberalismo borghese alla partecipazione di massa e con una costituzione economica che si proponeva a tal fine, mediante la centralità del ruolo dello Stato, la rimozione delle disuguaglianze, il diritto al lavoro e il vincolo che l’iniziativa privata dovesse essere compatibile con l’utilità sociale. Senza tale operazione l’elaborazione di un’alternativa efficace risulta preclusa, e ogni forma di resistenza all’esistente degenera facilmente, malgrado le intenzioni, in un tatticismo (“togliattismo senza Togliatti”) incapace di strategia poiché privo tanto degli strumenti di diagnosi quanto di una visione della società da contrapporre a quella che si vuole attaccare. Ed è proprio con un manifesto, volto al recupero dell’identità socialdemocratica (in senso forte) della sinistra, che il libro si conclude. Sinistra che, per l’autore, si identifica con quel filone della modernità che ritiene sia possibile dare un ordine al caos e alla contingenza e controllare i processi sociali di modo che siano al servizio della collettività e della persona umana. La sinistra non va quindi confusa né con un mito del progresso privo di finalità che altro non è capace di fare se non di idolatrare il “nuovo” o presunto tale, senza volerne vagliare i contenuti, né con un generico sentimento di vicinanza ai più deboli che può sfumare velocemente nel paternalismo o nel romanticismo, e nemmeno con un vago catalogo di valori in cui tutti o quasi potrebbero ritrovarsi, ma consiste in “un’interpretazione intellettuale della società volta a rilevarne le contraddizioni strategiche, a identificarne l’origine, e a porvi rimedio con azioni politiche” (p. 181), nella convinzione che la contraddizione principale è ancora quella che oppone capitale e lavoro, da un lato la ricerca anarchica e conflittuale del profitto che asservisce a sé tutte le sfere della società umana, politica inclusa, e dall’altro l’esigenza che la produzione di ricchezza sia messa al servizio della felicità generale. Finché tale è lo stato di cose l’opposizione tra destra e sinistra rimane fondamentale e non può essere sostituita da altre che, forse più spendibili e capaci di aggregazione nel breve periodo, mancano tuttavia della radicalità necessaria per cogliere l’origine del conflitto (come può essere il caso per l’opposizione tra “alto” e “basso”, “casta” e “popolo”, ecc.), o intenzionalmente la occultano in una operazione di depistaggio cognitivo, sostenendo che il vero cleavage della società sia da cercarsi nell’opposizione tra open-minded e retrogradi, giovani senza opportunità e vecchi privilegiati, e così via. Questo non significa ignorare le “contraddizioni secondarie”, come ad esempio tra centro e periferia, tra stanziali e migranti, tra élite e popolo, né rifiutarsi di prendere posizione, ma saperle leggere alla luce della principale dalla quale originano.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: La necessità di un’analisi teorica

Pagina 2: Carlo Galli e l’ultima legislatura

Pagina 3: Carlo Galli: post-democrazia e pseudo-democrazia


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Classe 1991. Ha studiato filosofia presso l'Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore. È ora dottorando in filosofia politica presso il Consorzio di Filosofia del Nord-Ovest (Torino, Genova, Pavia, Vercelli).

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