“Democrazia senza popolo” di Carlo Galli
- 18 Maggio 2017

“Democrazia senza popolo” di Carlo Galli

Scritto da Luca Timponelli

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Galli e l’ultima legislatura

Delineate le linee generali in cui si muovono tanto l’analisi che Galli sviluppa quanto l’idea di sinistra che propone, passiamo alla lettura che della legislatura viene fatta. Questa viene vista da Galli come il tentativo di codificare e definitivamente sancire mediante le tanto celebrate riforme la trasformazione in senso neoliberale della società che, cominciata negli anni ’80, aveva fortemente accelerato, con l’avvallo delle forze di centro-sinistra, negli anni ’90 con l’adesione ai vincoli di bilancio stabiliti dal trattato di Maastricht, la trasformazione dei partiti in macchine del consenso a vocazione maggioritaria, il ritirarsi dello Stato dalla vita economica del paese, l’introduzione dei primi contratti atipici, ecc., per poi culminare, di nuovo con la complicità del centro-sinistra, nei tagli e nelle riforme del governo Monti, tra le quali spicca l’inserimento del pareggio di bilancio nell’art. 81 della Costituzione. Rimanevano da compiersi durante la legislatura la definitiva subordinazione del potere legislativo, sede della rappresentanza, all’esecutivo, in modo da permettere, senza interferenze, l’amministrazione delle cose in accordo alle politiche neoliberali e una legge elettorale che assicurasse al “vincitore” (tale in virtù delle nuove regole) una maggioranza ben definita (che questa fosse in realtà una minoranza in termini di voti poco importava) e il controllo del Parlamento, potendosi così sottrarre alla dialettica democratica intesa come scontro di interessi e degradando la sovranità del popolo a semplice scelta tra opzioni già definite.  Del resto il dibattito sulla riforma costituzionale, come Galli giustamente ricorda, si era avviato proprio in concomitanza con le trasformazioni sociali di cui stiamo parlando. L’opera di disintermediazione andava inoltre compiuta con l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, l’indebolimento del sindacato mediante l’abolizione dell’articolo 18, la conformazione alle logiche d’impresa della scuola e della pubblica amministrazione.

Trascurando questi elementi non risulta comprensibile l’ascesa di Renzi, al quale il campo era stato preparato proprio da quella generazione che lui ambiva a rottamare, né si spiega l’incapacità del Pd a dare una lettura non mainstream della crisi economica, vedendo invece nel debito pubblico il principale responsabile, e, ovviamente, la cura nei tagli alla spesa, difendendo a spada tratta la costituzione economica europea anziché individuarne le criticità, a fare proprie l’ossessione per la responsabilità (non verso i cittadini, ma verso gli investitori internazionali e i mercati finanziari), per la governabilità e per il “governismo” (facendo del fine ultimo della politica la conquista del governo, senza più interrogarsi sugli obiettivi da perseguire), e non sapendo prendere le distanze, come fu il caso di Bersani, dall’agenda Monti. La sinistra del Pd è per Galli tuttora nella medesima situazione: non volendo o non sapendo produrre una critica radicale dell’esistente, né emanciparsi dal proprio passato recente, è completamente subordinata alla medesima visione della società proposta da Renzi. Confondendo la lotta alla disuguaglianza con l’opposizione, molto più liberale, alle “rendite di posizione”, essa non può altro che promuovere un livellamento delle condizioni generali verso il basso, anziché esigere la pienezza dei diritti sociali per tutta la cittadinanza.

Se così non fosse, parimenti non si spiegherebbe la facilità con cui Bersani fu abbandonato, al momento della sua “non sconfitta”, quando Napolitano impose come linea la prosecuzione delle larghe intese con centristi e Pdl (ovvero con quanti, nota Galli, le elezioni le avevano effettivamente perse), di contro al “governo di cambiamento”, per quanto teoricamente flebile, auspicato dall’allora segretario del Pd, al quale fu negata la possibilità di tentare un governo di minoranza. Di contro all’impossibilità di formare una maggioranza parlamentare, e ostile all’ipotesi prospettata da Bersani, il Presidente della Repubblica rifiutò l’ipotesi, difesa da Galli, di un governo tecnico finalizzato all’elaborazione di una legge elettorale che sostituisse il Porcellum al quale avrebbero dovuto fare seguito nuove elezioni e, dunque, una soluzione politica all’impasse verificatosi. Al contrario, Napolitano, interprete delle pressioni europee, decise di salvare la vita della legislatura in nome delle riforme da compiersi affidando l’incarico a Enrico Letta.

Di quest’ultimo, sotto il quale si compì la già ricordata abolizione al finanziamento pubblico ai partiti, Galli non manca di rilevare come, rivolgendosi alla Camera, avesse dichiarato che non avrebbe “fatto politica”, bensì “implementato politiche”: alla politica viene completamente disconosciuta la capacità di formulare qualsiasi visione della società, ed essa viene confinata al compito di tradurre in legge riforme formulate, almeno come canovaccio, per via extraparlamentare, a cominciare dalla riforma costituzionale, che fu preparata da una “commissione di saggi” su nomina presidenziale, e che non superò però l’iter parlamentare a causa del dissenso di Forza Italia.

Altro elemento che è mancato alla sinistra è stata la capacità di analisi del processo di integrazione europea, condotto sotto l’egida dell’ordoliberalismo, variante del pensiero liberale nata in Germania tra le due guerre (e ivi divenuta egemonica dopo il secondo conflitto mondiale) che vede nello Stato non più un potenziale nemico da confinare a funzioni minime, ma il garante, attraverso la creazione di un adeguato framework legale, del corretto funzionamento del mercato, assicurando il mantenimento della concorrenza e la mobilità di capitale e lavoro come pilastri della creazione del benessere. Alla sovranità propria dello Stato moderno, fondamentale per tradurre in realtà i fini che la politica si propone, si sostituisce il governo come mantenimento di un ordine i cui principi sono però estranei alla politica stessa e che risiedono nel mercato, a cui immagine va riplasmata l’intera società perché questo possa operare senza ostacoli. Da questa prospettiva ogni concezione non organicistica della società, in cui può esistere una diversità di interessi tra le classi sociali risulta incomprensibile. All’ideale moderno di un controllo dei processi sociali (quella che Röpke condanna come “economia di piano”) si sostituisce un pregiudizio anticostruttivistico per cui invece lo Stato deve salvaguardare un criterio d’ordine già proprio della società civile (“la concorrenza”), che però andrebbe presto perso senza l’afflato ordinativo, esteso e capillare, delle norme giuridiche.

Galli non manca, giustamente, di sottolineare come questa concezione sia alla base dei trattati europei almeno da Maastricht, riflettendosi perfettamente anche negli accordi successivi. Il potere d’azione dei singoli Stati attraverso la politica fiscale viene limitato attraverso vincoli di bilancio, il controllo della politica monetaria viene affidato a un’autorità indipendente, il cui obiettivo principale è il solo mantenimento della stabilità dei prezzi, al quale l’obiettivo del mantenimento dell’occupazione risulta in tutto subordinato, al rifiuto, più in generale, di ogni politica discrezionale di contro all’astratta e apparentemente neutrale produzione di norme.

In presenza di paesi a vocazione mercantilista, la Germania in primis, il cui modello di crescita riposa sull’accumulazione di un surplus commerciale con l’estero praticata mantenendo alta la forbice tra crescita della produttività e aumenti dei salari (tanto investendo sulla prima quanto non incrementando proporzionalmente, se non proprio contraendo questi ultimi, come fatto dalle riforme Hartz con la creazione dei mini-jobs), un impianto del genere costringe gli altri paesi,  nel momento in cui la leva monetaria è loro preclusa e quella fiscale è fortemente limitata, ad adoperare politiche di svalutazione salariale (non potendo ricorrere a quella monetaria, né a una politica industriale a mezzo di investimenti che incrementi la produttività, non resta come opzione che ridurre i salari, liberalizzando il mercato del lavoro) e di compressione della domanda interna per riequilibrare i conti con il paese in surplus, alimentando così una spirale di tagli e di repressione dei diritti sociali che danneggia tanto l’uguaglianza quanto la crescita. L’euro, lungi dall’essere un semplice mezzo di pagamento o un simbolo della volontà di cooperazione tra i paesi europei, si mostra così essere un dispositivo di governance che costringe, sotto la minaccia dello spread e della fuga degli investitori internazionali, ad adottare tanto l’impianto ordoliberale quanto il mercantilismo del paese diventato così egemone. L’assenza di una politica fiscale comune, e l’inverosimilità che questa si realizzi senza un rafforzamento dell’impianto ordoliberale, ponendo forti vincoli di azione a un eventuale governo federale, portano Galli a uno scetticismo non solo verso lo status quo, ma anche verso un proseguimento dell’integrazione, date le convinzioni in materia di politica economica di chi se ne fa promotore che rendono ingenua la prospettiva che un’Europa federale possa ripristinare a un livello più alto la sovranità che sta smantellando nei livelli inferiori. Un eventuale “super-stato”, andando oltre l’ipotesi federalista, rischierebbe inoltre di essere completamente egemonizzato dai paesi del centro. Al cleavage economico dell’eurozona si aggiungono inoltre fratture legate alle diverse politiche estere dei paesi dell’Unione, molto ostili alla Russia nei paesi dell’est-europeo, più concilianti nel caso di Francia, Germania e Italia, e alle diverse reazioni ai fenomeni migratori, che portano alla capillare rinascita di quelle barriere che invece non si ha certo intenzione di porre ai movimenti dei capitali.

La soluzione ideale è probabilmente un ritorno all’Europa pre-Maastricht, all’insegna della collaborazione tra Stati sovrani anziché della spirale di competizione innestata dalle comuni regole adottate. È in ogni caso necessaria la consapevolezza che l’Europa, per come è oggi, “non risolve i problemi, ma ne è parte” (p. 97). La critica alle sue istituzioni, così come la difesa della sovranità come conditio sine qua non per controllare i processi economici e assicurare i diritti sociali dei cittadini, non può essere lasciata alla destra. La difesa a tutti i costi dell’Unione Europea, e l’aver conseguentemente sposato la falsa narrazione per cui responsabilità della crisi fosse il debito pubblico dato dall’aver voluto “vivere al di sopra delle proprie possibilità”, “scialacquando” in pensioni e servizi pubblici, e non lo squilibrio nella bilancia dei pagamenti delle periferie determinato dall’acquisto con credito tedesco di merci tedesche, che ha portato a una sovraccumulazione di debito privato poi socializzato per evitare il tracollo del sistema creditizio, è parte integrante del suicidio politico della sinistra e della subalternità che le ha fatto prima appoggiare supinamente Monti e poi non sapersene distanziare.

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Scritto da
Luca Timponelli

Classe 1991. Ha studiato filosofia presso l'Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore. È ora dottorando in filosofia politica presso il Consorzio di Filosofia del Nord-Ovest (Torino, Genova, Pavia, Vercelli).

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