Democrazia, socialismo e conflitto
- 16 Marzo 2020

Democrazia, socialismo e conflitto

Scritto da Giacomo Gabbuti e Simone Fana

11 minuti di lettura

Questo contributo fa parte di un dibattito su temi sollevati dall’articolo che apre il numero 6/2019 della Rivista «il Mulino», dal titolo Perché la democrazia è in crisi? Socialisti e liberali per i tempi nuovi, scritto congiuntamente da Giuseppe Provenzano ed Emanuele Felice. Tra i temi sollevati nella discussione la parabola storica del liberalismo e il possibile incontro con il pensiero socialista, le cause delle disuguaglianze, il ruolo e l’apporto delle culture politiche ai cambiamenti storici, le chiavi per comprendere il cambiamento tecnologico, le forme della globalizzazione e la crisi ambientale. Per approfondire è possibile consultare l’introduzione del dibattito con l’indice dei contributi pubblicati finora.


Come ha scritto il direttore di «Pandora Rivista», è interessante, e inconsueto per la politica italiana degli ultimi anni, che due figure come Emanuele Felice e Giuseppe Provenzano decidano di dedicare tempo ed energie a un articolo, come quello da loro firmato per il numero 6/19 della Rivista «il Mulino», su questioni non immediate di cultura politica; e che decidano di farlo proprio in una rivista come quella, che inevitabilmente li espone a un dibattito aperto e non asservito a logiche di partito o di parrocchia. Per questo, accogliamo volentieri la possibilità di partecipare a un dibattito su questi temi, come quello lanciato dalla rivista: è difficile, e per molti versi nemmeno auspicabile, che si giunga a una condivisione di questi nodi, ma riteniamo fondamentale allargare un simile dibattito, in termini di soggetti e di temi. Sicuramente, un ragionamento su questo è ineludibile per tutti coloro che dichiarano di volersi emancipare da una stagione di consenso unanime di cultura e pratiche politiche, cui in modo fin troppo ovvio non è sfuggito il partito in cui Felice e Provenzano militano, ma che nei fatti ha permeato anche mondi assai più lontani dal centro della politica parlamentare. Per la natura diversa del nostro impegno e delle nostre responsabilità, rispetto agli stimoli lanciati da Giacomo Bottos, lo faremo concentrandoci soprattutto su quelli che riteniamo i limiti dell’analisi generale, accennando soltanto alle ricadute “pratiche”, di politiche concrete, di cui abbiamo più modo di discutere – a partire da «Jacobin Italia» e dal libro appena pubblicato da Simone Fana.

La crisi, sanitaria, economica e sociale, scatenata dal corona virus, se da un lato rende più complicato fermarsi a riflettere ed astrarre, agisce in realtà da perfetto catalizzatore di questo dibattito. Da un lato, come ha scritto Paolo Borioni riportando il dibattito della sinistra socialdemocratica svedese, la pandemia ha portato alla caduta, almeno teorica, dello “stato anoressico”; sia pur con la incurabile piaga dei contratti precari (che riflette la tendenza di troppi a considerare l’aumento necessario della spesa sanitaria come “una tantum”, come se la professionalità, l’organizzazione sanitaria, e gli stessi macchinari, potessero essere prodotti e dismessi istantaneamente), la politica si è ritrovata nella inevitabilità di assumere personale, e investire in macchinari e strutture. Dopo decenni di torpore e anoressia, lo Stato si è riscoperto in grado di coordinare la società – in modo imperfetto certo, e con tutte le storture procedurali su cui è giusto tenere alta la guardia, ma tutto sommato “corporativo”, compositore di interessi sociali e territoriali, rinnegando la tendenza e la retorica maggioritarie tipiche di questi decenni e facendo uso, sia pure con gravi errori di comunicazione, dell’esortazione alla collaborazione e al “buon senso” dei cittadini. Allo stesso tempo, la politica si è trovata, e speriamo si troverà costretta a dare conto di scelte fino ad oggi considerate “inevitabili” e “condivise” di “efficientare”, “razionalizzare” – partendo dagli ospedali di cui migliaia di cittadini chiedono la riapertura. L’effetto si vede già nell’arena delle idee, dove dopo l’iniziale tentativo di riaffermare le banalizzazioni alla base delle politiche economiche di questi anni, è in atto ora la gara a riaffermare l’importanza non solo dello stato sociale, visto come offerta pubblica di beni fondamentali, ma della stessa domanda pubblica; e così, Monti propone Eurobond di “salute pubblica” (evocando cattivi pensieri a noi giacobini!); Cottarelli invoca 36 miliardi di deficit; Blanchard difende la copertura praticamente illimitata e incondizionata del deficit da parte della BCE; Mankiw vuole bonificare 1000 dollari ad americano “come buon inizio”. Allo stesso tempo, mentre la mancanza di solidarietà europea (“dumping” delle politiche di lockdown; blocchi all’esportazione; e ovviamente le gravissime parole della Lagarde) istilla dubbi e risentimento persino negli irriducibili dell’europeismo di questa nostra generazione sempre più expat che erasmus, all’orrore quasi universalmente suscitato dai diversi negazionismi di Trump e Johnson si contrappone la sempre meno imbarazzata gratitudine ed ammirazione per la Cina. In quella che oggi sembra una drammatica accelerazione degli eventi, il virus ha reso quantomai evidente quanto negli USA la “libertà” degli operatori economici limiti quella delle persone; quanto l’elegante understatement delle classi dirigenti britanniche nasconda un elitismo classista e sempre più apertamente eugenetico; e quanto accanto all’autoritarismo, la Cina sembri voler mettere in campo un modello di relazioni internazionali diverso, almeno sulla carta e almeno con paesi come il nostro che prima di altri avevano dato segnali di apertura. Ovviamente, tutti questi fatti, oltre a non indicare necessariamente tendenze definitive ed irreversibili, nascondono infinite contraddizioni, che non abbiamo né spazio né competenza per sviscerare. Ciò che ci interessava qui è soltanto sottolineare l’opportunità di affrontarle con uno sguardo che vada aldilà della contingenza immediata – del resto, proprio questa contingenza eccezionale ci aiuta forse a inquadrare meglio alcuni fenomeni, quantomeno a far emergere ciò che era rimasto sotto la superficie.

Un elemento che la “questione cinese” riporta per esempio all’attenzione, è che se le democrazie liberali hanno garantito una relativa stabilità delle società occidentali nei decenni successivi al secondo conflitto mondiale, è stato perché il liberalismo si è dovuto scontrare con un nemico. L’incontro tra liberalismo e socialismo è avvenuto, infatti, in un clima politico tutt’altro che disteso. All’indomani della seconda guerra mondiale la divisione dell’Europa in due grandi blocchi di influenza rispecchiava la contrapposizione di due sistemi economici, politici e ideologici che miravano a estendere la loro egemonia nell’altra sponda della cortina di ferro. Quello che avvenne ad ovest non fu il semplice prodotto di una riflessione interna alle élite più illuminate del Vecchio Continente, ma la necessità storica di opporsi ad un nemico che si richiamava ad una concezione dello Stato, del sistema economico, dei rapporti di proprietà diametralmente antitetico. Certamente, Beveridge e Keynes erano liberali, come lo fu in forma diversa lo stesso Roosevelt: ma la loro visione muta radicalmente dopo la Grande Guerra e l’ottobre rosso; la gestione della grande recessione del 2008, e poi della crisi del debito sovrano europeo, ci mostrano bene che “salvare il capitalismo” acquisti sfumature ben diverse se all’orizzonte non c’è un’alternativa di sistema, e il capitalismo viene considerato non solo il migliore, ma l’unico dei mondi possibili. Di più: proprio in Italia dovremmo ricordare come l’incontro tra liberalismo e socialismo non sia stato un amore a prima vista, ma piuttosto una scelta di ripiego. Nella accelerazione della crisi dell’Italia liberale, pur fronteggiando un movimento socialista che (tagliando con l’accetta) nel suo massimalismo non sembrava costituire una minaccia rivoluzionaria, non solo le élite economiche, ma lo stesso liberalismo italiano ed internazionale abbracciarono il “male necessario” del fascismo, e lo fecero ben oltre l’esaurirsi della sua fase più apertamente liberista dei primi anni Venti. È questo un tema su cui gli storici si sono concentrati meno del necessario e che meriterà altri approfondimenti, ma per ricordarci cosa erano le “democrazie liberali” prima del contributo socialdemocratico e comunista, basterà pensare alla presenza dei liberali nel primo gabinetto Mussolini; all’ottima stampa che organi come The Times, FT e lo stesso Economist su cui scriveva regolarmente Luigi Einaudi, diedero al regime spesso fino all’aggressione dell’Etiopia; al fatto che proprio in Liberalismus (1927), Ludwig Von Mises sentisse il dovere di riconoscere al fascismo il merito “storico” di aver “salvato la civiltà europea”, sia pur con metodi violenti e autoritari (p. 45). Solo da una prospettiva che assuma lo scontro col socialismo come terreno storico di ricostruzione dell’Occidente è possibile capire le riforme economiche e sociali avanzate e in parte attuate nei decenni successivi. La golden age, lungi dall’essere un terreno di convergenza tra culture politiche antitetiche, è il frutto di un conflitto sociale e politico interno ed esterno alle società occidentali. In questo senso, è interessante per noi che la nostra rivista “madre”, nel rinnovare la cultura politica della sinistra americana, dia grande attenzione a esperienze a loro modo “intermedie”, come quella del comunismo italiano e della socialdemocrazia svedese (limitandoci a due casi recenti, con articoli sull’internazionalismo di Olof Palme e la “democrazia progressiva” di Eugenio Curiel). Ma pochi giorni dopo aver sofferto per i recenti rovesci della campagna di Sanders, viene da chiedersi se e quanto una Cina decisa a giocare una leadership globale (o anche solo di cooperazione più stretta col nostro paese) potrà fornire una nuova, certamente difficile sponda a chi vorrà battersi per quel “ripensamento dello Stato” di cui parlano Felice e Provenzano.

Un altro elemento da tener presente, su cui la contingenza fornisce ben pochi elementi di speranza, è che se sul piano esterno il campo dei rapporti tra potenze si resse sulla mobilitazione ideologica tra due mondi alternativi e sulla costruzione di blocchi militari, sul piano interno la vita delle democrazie si resse sul ruolo insostituibile delle grandi organizzazioni di massa, sindacati e partiti. Un discorso che valse sia per i paesi con una forte presenza di partiti comunisti, con un legame chiaro con il blocco sovietico (Italia e Francia), sia per i regimi socialdemocratici, che hanno conosciuto una chiara polarizzazione tra partiti socialisti/laburisti e forze liberal/conservatrici. In entrambi i casi, le organizzazioni politiche hanno svolto una funzione di mobilitazione ideologica, organizzando raggruppamenti sociali che si contesero il potere politico. Da una parte, i partiti comunisti e le forze socialdemocratiche che consolidarono un blocco sociale fondato sul ruolo egemone della classe operaia della media e della grande industria; dall’altro le forze conservatrice unite dall’anti-comunismo e dalla difesa delle libertà di mercato e del diritto alla proprietà privata. Ad opporsi, infatti, non vi erano semplicemente due programmi di governo, ma due visioni del mondo che rappresentavano il conflitto tra “parti” distinte della società.

Da questo punto di vista, anche se è un punto che merita approfondimento, vale la pena una “postilla” sul determinismo implicito nella visione à la Scheidel di una disuguaglianza inevitabilmente crescente, salvo “sciagure” (Rivoluzione d’Ottobre inclusa!). Se è vero, tornando all’oggi, che la “peste nera” ebbe un impatto egualitario, dando potere e redditi ai salariati e togliendolo ai proprietari, i numerosi studi recenti sulle disuguaglianze nell’età moderna (su tutti quelli di Guido Alfani, Bas Van Bavel, e rispettivi coautori) ci dicono non solo che la disuguaglianza poteva essere assai diversa in entità politiche caratterizzate da istituzioni differenti; ma che le stesse epidemie successive non ebbero un impatto egualitario laddove le istituzioni si adattarono diversamente, come proprio in alcune città italiane. Non mancano poi casi in cui la disuguaglianza si ridusse per effetto di forze economiche favorevoli – è il caso dell’Italia nella prima globalizzazione, in cui ben più che le timidissime riforme giolittiane, erano la migrazione di milioni di persone, e la riduzione del prezzo del grano nei mercati internazionali, a migliorare le condizioni dei lavoratori – o per effetto di riforme politiche radicali condotte in tempi conflittuali ma pacifici (appunto nel caso svedese). Il Brasile di Lula ha rappresentato per certi versi un mix di condizioni favorevoli e politiche redistributive. Ma come nell’ottocento si potevano imporre tariffe sul grano per ridurre i benefici dei lavoratori, oggi non possiamo accettare il determinismo per cui il cambiamento tecnologico porti inevitabilmente ad un aumento della disuguaglianza. Se economisti come Dani Rodrik ci invitano a “indirizzare il cambiamento tecnologico”, in Italia da un po’ il Forum Disuguaglianze e Diversità ci dà una base da cui partire – la nomina di Mariana Mazzucato a consulente del governo, giustificata dalla crisi sanitaria, può rappresentare il primo segnale di un cambiamento di rotta.

Tornando al conflitto, questo era momento necessario di una contraddizione che attraversava i rapporti sociali. La divisione in classi trovò nel rapporto di potere tra capitale e lavoro, tra salario e profitto, tra borghesia capitalistica e classe operaia la sua origine sociale. La scatola della “democrazia liberale”, sia prima che dopo quei trenta “gloriosi” in cui fu riempita dalla democrazia dei partiti, non ha saputo porre argini alla proliferazione dell’affarismo e del trasformismo nella politica, e al crescere di enormi disuguaglianze nella società. Con tutte le storture, furono spesso proprio quei partiti a costituire anche il principale ascensore sociale per chi veniva dalle classi lavoratrici: i partiti furono, assieme alla pubblica amministrazione, tra i pochi canali che consentirono alle masse popolari di entrare nello Stato, di salire dalla fabbrica alle istituzioni. Certamente i partiti di massa sono stati anche vittima delle trasformazioni sociali ed economiche: ma come abbiamo scritto in uno dei primi numeri di Jacobin, l’Italia non fu mai un paese a maggioranza “fordista”, e se nelle fabbriche il PCI costruì il proprio mito, da subito il movimento operaio italiano si pose e vinse la sfida di unificare ideologicamente una “classe” che tutto era tranne che omogenea, da un punto di vista di settore, mansioni, di inquadramento professionale, di genere, geografica – e persino “etnica”, in un paese in cui l’eredità lombrosiana rimase viva più a lungo di quanto ci piace ricordare. Se è vero che la “classe” è oggi più frammentata, e per molti versi siamo “tornati all’ottocento”, vale più che mai la lezione di un socialista come Pino Ferraris, su come fu per molti versi il partito operaio a creare l’unità della classe operaia, e non viceversa, come ci raccontiamo in modo auto-assolutorio.

Dal punto di vista ideologico, si contrapponevano due letture dello sviluppo capitalistico: quella liberale, che enfatizzava la spontaneità delle forze economiche come presupposto della ricerca della felicità; quella social-comunista, che avanzava una lettura critica del capitalismo, mettendo l’accento sugli squilibri nella distribuzione del potere dentro e fuori i luoghi di lavoro. La democrazia liberale si mostrò stabile nei vent’anni successivi al secondo conflitto mondiale perché trasse alimento da questo conflitto; nonostante la vitalità dei punti di vista avanzati da parte della cultura liberale (a partire in Italia dal Mulino che ha aperto questo dibattito), una volta ottenuta la “resa” ideologica della sinistra comunista e socialdemocratica, le democrazie liberali hanno saputo tenere ben poco la barra dritta su questi temi. È certamente vero, come ricordano Felice e Provenzano, che grandi responsabilità hanno le classi dirigenti che hanno compiuto quella “resa” e ne hanno stabilito i termini; ma bisogna chiedersi se fosse veramente possibile ottenere un risultato diverso una volta abbracciata l’ideologia liberale – compresa la dismissione del partito di massa come luogo non solo di organizzazione, ma di “creazione” ideologica di una parte, accettando la visione liberale dei partiti “leggeri” nelle forme del catch all-party (partito pigliatutto), aggregatori di istanze e “opinioni” individuali.

Lo Stato, di cui gli autori del saggio evocano giustamente una ripresa, costituì proprio la posta in gioco del conflitto politico tra partiti e organizzazioni sociali. Contro l’idea liberale dello Stato guardiano del libero mercato e della competizione tra agenti economici, le forze comuniste e socialdemocratiche misero l’accento sulla dimensione relazionale dello Stato, sulla sua natura conflittuale, di condensazione dei rapporti di forza tra le classi. La rottura con il liberalismo qui ci sembra insanabile. Diversamente dall’idea liberale dello “Stato strumento” che interviene, solo in caso di necessità, per sanare le distorsioni prodotte dal mercato (che possono essere ovviamente assai numerose, dando luogo a numerosi interventi anche molto incisivi, dalla fiscalità progressiva allo stato sociale), si fa strada l’idea che lo Stato sia un terreno conflittuale, mutevole, attraversato da tensioni che si articolano nella stessa ossatura statuale. Insomma, non esiste solo lo Stato liberale, come complesso politico-amministrativo dotato di una razionalità strumentale, che tutela diritti inviolabili del cittadino (a partire dal diritto di proprietà), ma possono esistere forme statuali diverse in relazione al mutamento dei rapporti tra le classi sociali. Una teoria critica dello Stato, dunque, che prendendo le mosse dall’analisi di Gramsci troverà nel PCI di Palmiro Togliatti una sistematizzazione strategica nella via italiana al socialismo. Il ruolo assunto dallo stato nell’economia può quindi estendersi fino al controllo di interi settori economici, può richiedere un ruolo attivo delle stesse organizzazioni sociali (un esempio rilevante in questo senso è certamente il tentativo svedese con il piano Meidner di costituzione di un “fondo dei salariati” finanziato per una parte dai profitti d’impresa), può modificare lo stesso diritto di proprietà quando mette a rischio la sicurezza e la dignità personale. Ma soprattutto, lo Stato agisce direttamente nella distribuzione del reddito e del potere, determinando l’estensione del processo democratico fuori dalla semplice competizione politico-elettorale – ne dà bene il senso un altro articolo di Borioni, di prossima pubblicazione per la nostra rivista , descrivendo le misure che lassù sono ancora considerate “normali”, mentre da noi si fatica a portare all’ordine del giorno una misura come il salario minimo temendo che finisca per sfavorire il sindacato, la cui forza contrattuale è ahinoi resa ancora terribilmente chiara proprio dalla crisi di questi giorni.

Da questo punto di vista, pur non riconoscendoci appieno nelle culture socialdemocratica e del comunismo italiano, riteniamo necessario che anche quel mondo che si ritiene alla sinistra di Felice e Provenzano recuperi da quelle culture politiche la necessità della conquista del potere statale e della sua trasformazione, per affermare la democrazia economica. A prescindere dai risultati che potranno ottenere, inevitabilmente frutto di errori quanto delle condizioni in cui si sono trovati a dare battaglia, è necessario imparare dalle diverse esperienze dei DSA americani e del Labour Party di Corbyn la necessità di dare battaglia per organizzare e conquistare maggioranze ampie di società, abbandonando il ruolo troppo comodo di riserva di testimonianza critica e protesta. Queste esperienze, come quelle storiche appena citate, ci consegnano certo un ampio ventaglio di errori e sottovalutazioni da non ripetere, sui quali altre culture della sinistra politica possono fornire elementi utili, ma il loro esaurimento ci ha lasciato privi di soggetti in grado e disposti a sostituirne il ruolo fondamentale nella riproposizione di un conflitto che, si è visto, è necessario allo stesso funzionamento delle democrazie liberali. Non riteniamo tuttavia possibile appiattirsi su questa prospettiva. Come scriveva qualche tempo fa Mario Tronti, «Nessuna pratica di riforma va avanti, se non è accompagnata, nutrita, sostanziata da un pensiero della rivoluzione. I riformisti non lo capiranno mai e per questo non vinceranno mai».

Scritto da
Giacomo Gabbuti e Simone Fana

Giacomo Gabbuti è dottorando di storia economica presso l’Università di Oxford e redattore di «Jacobin Italia». Simone Fana è laureato in Scienze politiche all’Università di Perugia. Si occupa di servizi per il lavoro e formazione professionale. È membro della redazione di «Jacobin Italia». È autore del saggio “Tempo rubato. Sulle tracce di una rivoluzione possibile tra vita, lavoro e società” (Imprimatur 2018), e coautore di “Basta Salari da Fame” (Laterza 2019).

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]