Scritto da Daniele Molteni
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Il sistema internazionale sta attraversando una fase di crescente instabilità segnata da conflitti, tensioni commerciali e una profonda ridefinizione degli equilibri di potere. Dalla crisi del multilateralismo alle trasformazioni delle interdipendenze globali, fino al ruolo dell’Europa in un contesto sempre più competitivo, emergono numerosi interrogativi cruciali. Siamo davvero di fronte alla fine dell’ordine liberale internazionale? E quali margini esistono per costruire nuove forme di cooperazione e sicurezza?
Ne abbiamo parlato con Nathalie Tocci, Direttrice dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), accademica e editorialista di importanti testate, già Consigliera speciale dell’Alto rappresentante dell’Unione Europea. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: La grande incertezza. Navigare le contraddizioni del disordine globale (Mondadori 2024) e Fuori dal tunnel. Come l’Europa può superare la grande crisi (Solferino 2023). Una versione ridotta di questa intervista è stata pubblicata su l’informatore, nell’ambito di una collaborazione con Unicoop Firenze.
La stabilità del contesto internazionale sembra essersi rapidamente deteriorata nell’ultimo periodo. Nel suo lavoro, ad esempio nel libro La grande incertezza, descrive un progressivo logoramento del “mondo aperto” e una tendenza verso una grande chiusura. Alla luce dell’escalation in Medio Oriente, come possiamo interpretare la fase attuale? Siamo ancora in una transizione oppure stiamo entrando in una forma di chiusura sistemica? E, inoltre, quanto di ciò che stiamo osservando oggi rappresenta un reale cambiamento, e quanto invece è l’evoluzione di dinamiche già in atto da tempo?
Nathalie Tocci: In realtà ha già centrato il punto con la domanda. Se prendiamo l’ultima guerra in Medio Oriente, vediamo una serie di manifestazioni che rendono evidenti, in modo quasi esasperato, delle caratteristiche già presenti nelle crisi precedenti. Pensiamo, ad esempio, alla violazione del diritto internazionale, che non è certo una novità. Ma qui non siamo solo di fronte a una violazione, che pure era già significativa, trattandosi di uno dei pilastri dell’ordine liberale internazionale, bensì a un vero e proprio disconoscimento della norma. In passato, anche di fronte a crimini di guerra – basti pensare a quelli commessi a Gaza – questi venivano negati, nascosti, non rivendicati apertamente. Oggi, invece, assistiamo a qualcosa di diverso, come dichiarazioni pubbliche e anticipazioni di atti che violano il diritto internazionale ancora prima che vengano compiuti. Questa ostentazione segnala un salto qualitativo nella delegittimazione stessa del diritto. Siamo, in un certo senso, all’apice di una dinamica già in corso, che riguarda la militarizzazione delle interdipendenze come una delle caratteristiche di questo mondo che si sta chiudendo. Lo vediamo chiaramente anche nel caso dell’Iran che, come parte più debole del conflitto, ha compreso che l’unico modo per competere strategicamente è rendere la guerra asimmetrica sia sul piano geografico, colpendo Paesi terzi – in particolare nel Golfo Persico – sia, soprattutto, su quello tematico. Non potendo vincere direttamente sul piano militare contro Stati Uniti e Israele, può però farlo strumentalizzando le interdipendenze, ad esempio militarizzando lo stretto di Hormuz e mettendo sotto pressione l’economia globale. Così come la guerra in Ucraina o la pandemia, anche questo conflitto rappresenta un’ulteriore intensificazione della militarizzazione delle interdipendenze.
La domanda centrale, però, resta aperta e senza risposta. Siamo alla fine del vecchio ordine? Siamo nell’interregno gramsciano, il tempo dei mostri? Oppure siamo già all’inizio di qualcosa di nuovo? Non lo sappiamo, e probabilmente non possiamo saperlo mentre siamo immersi in questo processo. Personalmente, mi auguro che non sia questo il “mondo nuovo”; spero piuttosto che sia un interregno, da cui possa emergere qualcosa di diverso da ciò che stiamo vedendo. Detto questo, anche se fossimo alla fine del vecchio ordine, una cosa è chiara, ed è una delle tesi centrali del mio ultimo libro: questa fase di profonda incertezza continuerà ancora a lungo. Non si intravede ancora un nuovo ordine, né sul piano interno, né regionale, né internazionale. Si vedono però, soprattutto, i colpi inferti al vecchio.
La lettura dell’attuale momento storico dipenderà molto anche dall’evoluzione del potere statunitense, in particolare dopo il mandato di Donald Trump. Sarà probabilmente solo allora, o già con le elezioni di midterm, che si potrà capire se questa linea politica è sostenibile anche in termini di mantenimento del potere internazionale da parte degli Stati Uniti. Restando però su ciò che possiamo osservare già oggi, le tensioni negli snodi commerciali globali, come lo stretto di Hormuz, hanno prodotto e stanno producendo effetti diretti anche sulle economie europee, evidenziando ancora una volta il ruolo centrale, come sottolinea, delle interdipendenze nella globalizzazione. Che cosa rivelano queste dinamiche sul grado di esposizione dell’Europa e sul suo ruolo nello scenario internazionale, soprattutto sul piano energetico ed economico?
Nathalie Tocci: Sul piano energetico abbiamo già avuto due guerre con impatti molto rilevanti. Guardando a posteriori, possiamo dire di aver tratto dalla guerra in Ucraina una lezione solo parziale. Per di più, quella parte che avevamo compreso l’abbiamo poi in larga misura dimenticata. La lezione era duplice. Da un lato che le interdipendenze energetiche possono essere militarizzate, e la dipendenza più vulnerabile per l’Europa era quella dalla Russia. Da qui la risposta è stata quella di aumentare la sicurezza energetica diversificando le forniture di fonti fossili e accelerando sulla transizione energetica. Dall’altro lato, ed è la parte più importante, c’era appunto la necessità della transizione. Questa lezione era corretta e l’abbiamo inizialmente compresa, ma poi, complice il ritorno di dinamiche nazionaliste e populiste, è stata progressivamente accantonata. Così, nel giro di poco tempo, parlare di Green Deal è diventato “ideologico”, quando in realtà è esattamente il contrario, perché non c’è nulla di più ideologico del suo abbandono. L’Europa, infatti, si era posta alla guida di una transizione energetica non per altruismo o per “salvare il mondo”, ma per un interesse molto concreto che deriva dalla consapevolezza di dipendere eccessivamente dall’importazione di fonti fossili e di dover ridurre questa dipendenza nel suo interesse strategico. La Cina questa lezione non solo l’ha compresa, ma l’ha perseguita con coerenza e accelerazione. Noi eravamo partiti prima e poi ci siamo fermati. Per un continente che non è autosufficiente in termini di idrocarburi, la sicurezza energetica non può che coincidere con la transizione. Ed è una lezione che, ancora una volta, la Cina ha colto meglio rispetto all’Europa.
La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha mostrato che anche la diversificazione delle forniture fossili è una soluzione solo parziale. Può funzionare sul piano delle quantità, ma non su quello dei prezzi. I prezzi dell’energia, in particolare del petrolio, sono globali e anche Paesi che non importano direttamente dal Medio Oriente, come gli Stati Uniti, ne subiscono gli effetti. Questo ci riporta alla vera lezione, cioè che l’unica sicurezza energetica per l’Europa passa dalla transizione ecologica. La Spagna, ad esempio, oggi regge meglio dell’Italia anche perché ha investito molto di più in questa direzione. La vera questione, dunque, è se in Europa esistano ancora le condizioni politiche per imparare da questa lezione giusta. Perché da ogni crisi si può anche trarre la lezione opposta e infatti vediamo tentativi – ad esempio in Italia – di sospendere strumenti come l’ETS (Emission Trading System), che mira a ridurre le emissioni di gas serra. Questa è esattamente la direzione sbagliata, perché la crisi attuale ci suggerisce di fare il contrario.
A questo proposito, una delle linee strategiche elaborate prima di questa ulteriore escalation era quella del derisking. Alla luce degli sviluppi recenti, questo approccio è ancora sufficiente oppure mostra dei limiti strutturali?
Nathalie Tocci: La difficoltà del derisking è che, in teoria, oggi imporrebbe di tutelarsi dal rischio che presentano tutti gli attori. Per certi versi è una strategia sensata e lo è stata sicuramente in una fase in cui si poteva ancora contare su una relazione transatlantica solida. In quel contesto, l’idea era chiara: esiste un “Occidente” che amplia le proprie reti, costruisce partenariati con altri Paesi – in Asia, in Africa, nel vicinato europeo – e così facendo riduce la dipendenza dalla Cina. Se per derisking intendiamo aumentare la produzione interna, diluire le dipendenze più rischiose e diversificare le relazioni economiche, allora il ragionamento regge. Diventa però molto più complicato – seppur non impossibile – nel momento in cui viene meno uno dei pilastri di quel sistema, cioè gli Stati Uniti, perché si cerca di ridurre il rischio di dipendenza rispetto alla Cina, ma senza poter più contare pienamente sugli Stati Uniti. E questo cambia radicalmente il quadro, anche perché quella con Washington sta diventando, sotto certi aspetti, una relazione altrettanto problematica: da un lato, infatti, la dipendenza europea dagli Stati Uniti è molto più profonda – sulla difesa, sull’energia, su vari piani materiali –; dall’altro, c’è anche una dimensione psicologica che rende faticoso concepire gli Stati Uniti come un possibile fattore di rischio o peggio un nemico. Eppure, oggettivamente, gli Stati Uniti oggi esercitano una pressione sull’Europa che la Cina non esercita, perché quest’ultima non minaccia direttamente l’integrità territoriale di Paesi europei, come è stato il caso della Groenlandia. Questo rende dunque il derisking più complesso, perché introduce una tensione evidente: si parla di ridurre la dipendenza dalla Cina, ma nel frattempo emerge il problema di una relazione con gli Stati Uniti che non può più essere data per scontata.
Detto questo, c’è anche un elemento positivo, perché questo contesto ha dato un impulso più forte alla costruzione di nuovi partenariati, soprattutto sul piano commerciale. È abbastanza evidente che, senza lo shock legato a Donald Trump, non avremmo visto una tale accelerazione negli accordi stretti dall’Unione Europea con il Mercosur, con l’India, con l’Indonesia o con l’Australia. Se si mettono insieme questi partner, parliamo di oltre due miliardi di persone – quindi di un bacino economico enorme. In altre parole, se si intende il derisking come diversificazione e diluizione delle dipendenze, qualcosa si sta effettivamente muovendo. E, rispetto anche solo a un anno fa, si osserva un’attività più intensa proprio su questo fronte.
Restando su questo tema, lei citava anche Paesi non solo asiatici ma africani. In un contesto europeo – e anche italiano – come si inseriscono le partnership con l’Africa, sia quelle già avviate sia quelle in prospettiva strategica? L’Unione Europea può costruire relazioni che non siano asimmetriche e che non rischino di riprodurre nuove forme di dipendenza, all’interno di questo scenario multipolare sempre più competitivo?
Nathalie Tocci: Sicuramente sta crescendo la consapevolezza che il futuro dell’Europa passerà inevitabilmente da una relazione sempre più stretta con l’Africa. Tuttavia, permangono due problemi strutturali. Il primo riguarda l’Europa. Quando pensiamo all’Africa, continuiamo a pensare soprattutto alla migrazione. Questo fa sì che molti partenariati vengano costruiti – o quantomeno orientati – con l’obiettivo implicito del contenimento dei flussi migratori. Si tratta di un elemento profondamente distorsivo, perché finisce per diventare la vera “colonna vertebrale” di queste relazioni. Ed è un veleno per qualsiasi partenariato stabile: non solo non siamo riusciti a liberarci di questa impostazione, ma con l’aumento dei nazionalismi in Europa essa si è rafforzata. Il secondo problema riguarda invece la natura stessa dei rapporti di forza. I partenariati equi non nascono dalla benevolenza della parte più forte. Storicamente, non è mai andata così. I diritti – e, per estensione, anche le relazioni più equilibrate – non vengono concessi: vengono conquistati. Questo significa che un vero riequilibrio nei rapporti tra Europa e Africa si realizzerà solo nella misura in cui i Paesi africani acquisiranno maggiore peso negoziale.
È un processo che abbiamo già visto altrove, ad esempio in Asia. C’è stato anche un periodo in cui alcuni Paesi europei faticavano a riconoscere che i rapporti di forza erano già cambiati. Un caso emblematico è la vicenda dei Marò con l’India: all’inizio l’Italia sembrava relazionarsi con l’India come se fosse ancora un Paese marginale, mentre dall’altra parte c’era già una piena consapevolezza di essere un attore diverso, più forte. Si è trattato, in sostanza, di uno sfasamento nella percezione della realtà. Questa difficoltà deriva anche da una mentalità che potremmo definire – senza troppi giri di parole – ancora in parte coloniale. Nonostante la retorica, questo atteggiamento tende a persistere. Ma, a un certo punto, è la realtà che cambia i rapporti. Man mano che i Paesi africani acquisiranno leve negoziali più forti, inizieranno a utilizzarle. Per ora, queste leve vengono spesso impiegate – tornando al tema migratorio – per sfruttare le debolezze politiche europee: il meccanismo diventa quello dello scambio tra risorse e contenimento, a volte più a parole che nei fatti, dei flussi. È una dinamica ancora molto squilibrata, ma nel lungo periodo, con la crescita economica e politica di questi Paesi, le leve potranno essere utilizzate in modo diverso, contribuendo a costruire relazioni più equilibrate.
Per quanto riguarda le iniziative di politica estera dei Paesi europei, ad esempio nel corso della crisi legata allo stretto di Hormuz, abbiamo visto posizionamenti diversi. La Francia è riuscita far transitare una nave, probabilmente grazie a canali diretti con l’Iran; la Spagna, con Pedro Sánchez, da subito ha negato l’uso delle basi da parte degli Stati Uniti; l’Italia ha invece assunto una posizione più ambigua ma comunque fedele all’alleato statunitense. Alla luce di queste differenze tra gli Stati membri e di un non totale allineamento con Stati Uniti e Israele, possiamo parlare di una possibile evoluzione verso una maggiore autonomia strategica europea? Oppure questo contesto rappresenta piuttosto un limite all’azione dell’Unione, che continua a muoversi in ordine sparso?
Nathalie Tocci: Si tende spesso a pensare che la passività o l’inazione europea siano semplicemente il risultato delle divisioni interne, ma non è così. Se guardiamo al momento di massima divisione europea in politica estera, probabilmente dobbiamo tornare alla guerra in Iraq. All’epoca l’Europa era spaccata nel modo più netto possibile: Francia e Germania da una parte, Italia, Spagna e Regno Unito dall’altra. Una divisione profonda, anche sul piano transatlantico, tra quelle che venivano definite “Old Europe” e “New Europe”. Eppure, proprio in quel contesto, prende avvio una delle iniziative di politica estera più rilevanti dell’Unione, cioè il negoziato sul nucleare iraniano, avviato nel 2002 e concluso con l’accordo del 2015. Questo per dire che la divisione, di per sé, non impedisce l’azione. In alcuni casi può persino generare lo stimolo politico a intervenire – magari non direttamente sul conflitto in corso, ma su un dossier parallelo altrettanto strategico. Se guardiamo alla situazione attuale, paradossalmente siamo meno divisi di allora. Esiste una sorta di mainstream europeo abbastanza convergente anche se in movimento, e questo è forse l’aspetto più interessante.
Se prendiamo gli estremi, da un lato possiamo collocare Mark Rutte, Segretario generale della Nato, con una posizione molto schierata a favore degli Stati Uniti; dall’altro vediamo Pedro Sánchez. Tra questi due poli si colloca la maggior parte dei governi europei, con alcune differenze, certo, ma all’interno di una cornice relativamente condivisa. Inizialmente, nella guerra di Stati Uniti e Israele all’Iran, molte posizioni erano più vicine al primo estremo, con una certa ambiguità: riconoscimento della violazione del diritto internazionale, ma senza conseguenze operative rilevanti. Con il progredire della guerra – e con il suo evidente fallimento strategico – si osserva però uno spostamento progressivo verso posizioni più caute, più vicine al secondo estremo. Resta comunque una convergenza di fondo, ma il punto è che l’azione europea non si concentra tanto sulla guerra in sé – che non è una guerra europea e su cui l’Europa ha margini limitati – quanto su ciò che potrebbe avvenire dopo. Ed è qui che è emerso un tentativo, ancora confuso ma reale, di costruire un’iniziativa multilaterale di sicurezza nel Golfo, di gestione dello stretto di Hormuz, dove hanno un ruolo altri attori come la Cina, in modo molto indefinito, ma con una direzione. Si tratta di un impulso, in particolare da parte del Regno Unito e della Francia, a costruire qualcosa che sia ancorato al diritto internazionale e che contribuisca alla stabilità. Non è un’azione capace di fermare una guerra, così come l’Europa non riuscì a fermare la guerra in Iraq, ma può comunque generare una forma di azione collettiva e dare un senso alla presenza europea nello scenario internazionale.
A proposito del fallimento strategico della guerra – e del fatto che gli alleati europei non siano stati realmente coinvolti nelle decisioni – qual è il costo principale che l’Europa sta pagando, sia in termini economici sia per le proprie società? E, dall’altra parte, quale rischio comporta la normalizzazione di un linguaggio di politica estera come quello utilizzato da Donald Trump, fatto di ultimatum non realmente tali e di una retorica che denigra e disumanizza gli avversari? Che implicazioni ha questo per l’ordine internazionale?
Nathalie Tocci: Per quanto riguarda i costi economici, in parte li abbiamo già richiamati: energia, aumento dei prezzi, inflazione, rischio di stagnazione. È un insieme di effetti concatenati che colpiscono direttamente le economie europee. La domanda, però, è se si possa fare qualcosa e la risposta è sì, ma dipende dalle lezioni che si decide di trarre da questa crisi. A mio avviso, come dicevo, la lezione dovrebbe essere quella di rimettere al centro, dopo averlo indebolito, l’acceleratore sulla transizione energetica, come unica vera garanzia di sicurezza per l’Europa. Questo implica una strategia ampia: rinnovabili, ma anche nucleare, e in generale una riduzione strutturale della dipendenza da fattori esterni. Il fatto di aver perso consapevolezza di questo negli ultimi anni è, paradossalmente, una delle scelte meno “patriottiche” fatte da chi si definisce tale. Ma il costo più rilevante non è quello economico: è quello politico e di sicurezza, ed è anche il più duraturo.
L’Europa ha storicamente sostenuto il diritto internazionale e il multilateralismo non per idealismo, ma per interesse. Dopo due guerre mondiali, si era sviluppata una consapevolezza molto chiara legata alla necessità di contenere l’esercizio bruto del potere, attraverso regole, istituzioni e norme nell’interesse diretto europeo. Si trattava di una scelta strategica, più che morale. Oggi questo impianto viene messo radicalmente in discussione e di fronte a ciò, si possono trarre due conclusioni. Una sbagliata e una corretta. La conclusione sbagliata è che se il diritto internazionale viene ignorato da diversi attori, allora tanto vale fare lo stesso anche dal punto di vista europeo. Ma per l’Europa questa sarebbe una scelta disastrosa, soprattutto perché non ha la forza per competere in un sistema puramente anarchico e finirebbe per essere schiacciata. La conclusione corretta, invece, è quella, per usare un’espressione utilizzata dal Primo ministro canadese Mark Carney a Davos, di costruire una convergenza tra the rest of the West and the rest: non solo le medie potenze, ma un insieme di Paesi – grandi, medi e piccoli – che, presi collettivamente, rappresentano la maggioranza del mondo e che hanno un interesse comune a mantenere regole, istituzioni e forme di multilateralismo. L’obiettivo, dunque, diventa contenere le dinamiche di potenza più aggressive attraverso un’azione collettiva. Anche se singolarmente questi attori sono più deboli, insieme possono essere più forti di chi punta esclusivamente sulla forza. Questa, a mio avviso, è la lezione più importante da trarre da ciò che stiamo vivendo in questo momento.
Restando su questo piano, tra grandi, medie e piccole potenze, c’è poi il tema dell’innovazione tecnologica. L’intelligenza artificiale e l’economia dei dati poggiano in larga misura su tecnologie statunitensi – almeno per quanto riguarda l’Occidente – mentre, dall’altra parte, le catene di approvvigionamento delle materie prime critiche dipendono fortemente dalla Cina. In un contesto di questo tipo, quanto è realistico per l’Europa raggiungere un’autonomia strategica anche su questo fronte, considerando che si tratta ormai di risorse centrali sia per la sicurezza interna sia per quella esterna?
Nathalie Tocci: È certamente un ambito problematico, ma non impossibile, a condizione di chiarire bene l’obiettivo. Diventa impossibile se l’obiettivo è quello di eguagliare Stati Uniti e Cina in termini di capacità complessiva, perché su quel terreno la partita è già persa, e in modo netto. Ma se l’obiettivo è più realistico e riguarda cioè evitare che alcune dipendenze possano essere militarizzate contro l’Europa, allora il discorso cambia. In questo caso, la chiave è analizzare nel dettaglio le catene del valore. Non tutte le dipendenze hanno lo stesso peso e ciò che conta è mantenere il controllo su alcuni nodi strategici. Anche se, ad esempio, molte materie prime critiche provengono dalla Cina, la situazione è diversa se poi si detengono capacità decisive in altre fasi della catena, come la progettazione o la produzione di componenti ad alto valore aggiunto. In altre parole, non è necessario controllare tutta la catena del valore per essere relativamente sicuri.
Questo tipo di analisi andrebbe esteso sia al settore digitale sia a quello energetico, che sono i due grandi ambiti critici, ma il problema è che spesso il dibattito viene impostato in termini eccessivamente generali, quasi apocalittici, producendo un effetto paralizzante. Questo perché se il problema appare insormontabile, la reazione è rinunciare in partenza. È un meccanismo simile a quello che si osserva nel dibattito sulla crisi climatica, in cui quando la questione viene percepita come troppo grande, si tende a concludere che non valga nemmeno la pena intervenire. Se invece si scompone il problema, si scopre che esistono margini di azione concreti. Magari non si raggiunge l’ideale, ma si può comunque costruire un livello di autonomia sufficiente a garantire la resilienza del sistema. E, in questo contesto, “sufficiente” è spesso ciò che conta davvero.
Tornando al tema del multilateralismo e riprendendo anche il riferimento a Mark Carney, se pensiamo a un sistema fondato su una coalizione di piccole e medie potenze, è chiaro che queste, nel loro insieme, possono avere un peso significativo. Tuttavia, non tutte condividerebbero i valori della democrazia liberale. In questo scenario, che tipo di ordine internazionale può emergere, considerando che il modello dell’ordine liberale internazionale sembra ormai superato?
Nathalie Tocci: L’ordine liberale internazionale, per come lo abbiamo conosciuto, è finito. Questo va detto con chiarezza. Nel momento in cui si immagina un sistema che include Paesi con assetti politici molto diversi, non è realistico pensare di poter riprodurre quel tipo di ordine. Le norme che potranno emergere saranno inevitabilmente più “sottili”, meno dense. Non si potrà pretendere un’adesione generalizzata a standard complessi come la separazione dei poteri o l’indipendenza della magistratura. Ma questo non significa che non possano esistere comunque delle basi comuni. Una prima soglia minima è quella del diritto internazionale che riguarda la sovranità e l’integrità territoriale. Se questi principi fossero rispettati, il mondo sarebbe già molto diverso da quello attuale. Oltre questo livello di base, si possono immaginare principi più ampi legati alla dignità, all’uguaglianza, alla libertà, che non necessariamente devono essere interpretati secondo il modello della democrazia liberale occidentale, ma che possono comunque rappresentare un terreno condiviso. In realtà, esiste probabilmente più convergenza di quanto si tenda a pensare.
E poi c’è un altro elemento da considerare: l’ordine liberale internazionale, già prima della sua crisi, aveva smesso in parte di essere davvero “liberale”. Da questo punto di vista, un ripensamento dell’ordine internazionale non è necessariamente solo una perdita. Potrebbe anche rappresentare, almeno in teoria, un’occasione per costruire qualcosa di più equilibrato. Anche per chi continua a credere nei valori liberali – in senso non ideologico ma sostanziale – questo passaggio potrebbe tradursi in un rafforzamento, se porta a un sistema più coerente e meno contraddittorio. Detto questo, anche senza arrivare a un risultato così ambizioso, già il fatto che una coalizione ampia come quella descritta da Carney possa convergere su un insieme minimo di regole condivise rappresenterebbe un passo importante.
In questo contesto, oggi la Cina sembra mantenere una posizione defilata, ma al tempo stesso prova a presentarsi come un possibile mediatore affidabile nelle crisi internazionali, soprattutto se confrontata con un attore come gli Stati Uniti, che in molti scenari è apertamente schierato come parte del contendere e la cui linea appare oggi meno prevedibile. Come va interpretata questa postura cinese? E che ruolo può avere la Cina in questo disordine globale?
Nathalie Tocci: Questa è la domanda centrale e non ho una risposta definitiva. È però una questione su cui rifletto da tempo e quello che mi sembra sempre più evidente è che la Cina è l’unico attore che, realisticamente, potrebbe porre le basi per una pace duratura in Medio Oriente. Nell’escalation con gli Stati Uniti e Israele, l’Iran, attraverso strategie asimmetriche, ha di fatto ribaltato il piano del conflitto trasformando una posizione di debolezza militare in una capacità di pressione strategica. In un primo momento, l’obiettivo era la sopravvivenza del regime, ma una volta raggiunto questo obiettivo minimo il traguardo si è spostato per evitare che si ripeta una terza guerra. Ed è per questo che l’Iran non aveva interesse a fermarsi ma puntava, al contrario, ad aumentare i costi del conflitto, così da rendere impensabile, in futuro, un nuovo intervento contro di sé. Questo spiega anche le reazioni di Donald Trump, che è apparso sempre più erratico nell’incapacità di controllare l’andamento della guerra.
In questo quadro, l’unico attore a poter offrire una vera garanzia di sicurezza assicurando che non ci sarà un’ulteriore escalation in futuro è la Cina. Inoltre, se la Cina fosse una potenza occidentale, probabilmente si sarebbe già mossa per cogliere l’opportunità non solo di chiudere la guerra, ma di consolidare un’influenza duratura in Medio Oriente. Ma la Cina non agisce per fornire garanzie di sicurezza e, così facendo, acquisire un ruolo centrale nella regione. La strategia cinese è storicamente diversa e più prudente, meno incline all’impegno diretto sul piano della sicurezza. Questo è il nodo. È possibile che la Cina scelga di allargare la sua influenza anche in quel senso, ma non è affatto scontato. Ed è per questo che, in definitiva, non sappiamo quale ruolo potrà avere nella costruzione di un nuovo ordine.