Il paradosso della destra liberal-protezionista: Donald Trump

Donald Trump

Ad una prima analisi sembrerebbe paradossale vedere istanze protezioniste e liberali convivere all’interno dello stesso programma politico, eppure Donald Trump sembra spezzare quest’apparente contraddizione. Il suo programma è un curioso ibrido fra diverse filosofie, cosa che fino ad ora parrebbe aver portato risultati positivi ad uno dei candidati più inattesi delle ultime tornate elettorali statunitensi. A prescindere dal risultato delle elezioni di Martedì 8 Novembre, il fatto che un programma simile abbia guadagnato così tanti consensi tra l’elettorato è un dato che dovrà essere seriamente preso in considerazione sia dal vincitore che dallo sconfitto, perché la spiegazione di questo successo non può essere lasciata al caso.

“Libero protezionismo in libero mercato”? Il programma di Donald Trump

Guardandolo a grandi linee, il programma di Donald Trump ricorderebbe molto quello dei repubblicani degli anni ’20: una politica estera isolazionista si unisce ad una politica commerciale di stampo protezionista, accompagnata da una chiusura pressoché netta all’immigrazione. Tuttavia, soprattutto per quanto riguarda la politica economica, commerciale e sociale, non si possono non notare delle curiose contraddizioni.

Economia domestica

Il programma di Trump prevede una riduzione della pressione fiscale sulle imprese domestiche diminuendo le tasse federali dal 35% al 15%, inoltre abolirebbe la tassa di successione e porterebbe le aliquote fiscali da sette a tre. Unitamente alle agevolazioni fiscali per le imprese, Donald Trump prevede di creare 25 milioni di posti di lavoro tramite la crescita del PIL, che secondo il candidato dovrebbe essere portata al 3,5% annuale con l’obiettivo di raggiungere il 4%. Relativamente al tema del salario minimo Donald Trump non è stato chiaro, esprimendosi sia a favore che contro l’aumento del salario minimo a 10 dollari l’ora, arrivando a dichiarare persino di non gradire l’esistenza di un minimo salariale, ma in generale preferirebbe che il problema venisse affrontato dagli stati. È arrivato a minacciare le imprese che intenderebbero spostare la produzione all’estero, tramite un aumento delle imposte che dovrebbero pagare per vendere i loro beni negli Stati Uniti.

Commercio internazionale

In questo campo Trump è stato abbastanza chiaro, lui vuole proteggere la produzione domestica e, pertanto, è favorevole all’imposizione di dazi e tariffe per ottenere questo obiettivo. Inoltre, sarebbe intenzionato a non includere gli Stati Uniti nella Trans-Pacific Partnership e a rinegoziare il NAFTA, il trattato di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico. Secondo Trump infatti la TPP abbasserebbe le tariffe sulle importazioni di automobili estere lasciando però inalterate le prassi per cui le automobili americane non potrebbero essere vendute all’estero, inoltre costituirebbe una sorta di “entrata sul retro” per le componenti cinesi che potrebbero rifornire il Messico.

Sanità

In campo sanitario Donald Trump propone l’abolizione dell’Obamacare e di espandere la copertura sanitaria tramite il libero mercato, ritenendo che ciò restituisca ai cittadini la libertà di scelta. Per far ciò lo stato dovrebbe concedere la possibilità di utilizzare l’Health Savings Accounts (HSA), per cui ogni individuo versa parte dei suoi risparmi, che per Trump dovrebbero essere “tax free”, che dovrebbero a loro volta essere disponibili per poter essere ereditati dalle generazioni successive. Inoltre, tra le tante iniziative in campo sanitario, Trump vorrebbe abbassare le barriere all’entrata per i fornitori di farmaci che potrebbero garantire prodotti più affidabili e più economici. Da questo punto di vista, la possibilità per i consumatori di accedere a farmaci importati, sicuri e affidabili genererà maggiori opportunità di scelta per gli stessi (“Allowing consumers access to imported, safe and dependable drugs from overseas will bring more options to consumers” direttamente dal suo programma elettorale).

In pochissime righe è già possibile vedere le profonde contraddizioni che rendono questo programma elettorale uno strano caso di miscuglio tra scuole di pensiero. Da una parte abbiamo una politica economica che mira ad aumentare l’occupazione tramite la crescita economica, pur non specificando come intenda ottenerla è plausibile ipotizzare l’utilizzo di politiche di “attivazione” (workfare) che non mirano a fornire sussidi di disoccupazione o “employment protection” ai lavoratori, ma puntano invece a facilitare l’ottenimento di un posto di lavoro. Il focus è quindi tutto sul mercato, perfettamente in linea con la tradizione del pensiero liberale degli ultimi 40 anni (quello da cui tecnicamente Donald Trump si starebbe distaccando).

Tuttavia, un liberale, in campo economico, per prima cosa dovrebbe tutelare i consumatori. Assicurarsi che il mercato funzioni correttamente vuol dire far sì che i consumatori possano acquistare un bene al minor prezzo possibile, motivo per cui in un’economia concorrenziale l’intervento pubblico dovrebbe essere preso con le molle. Di conseguenza, se fosse possibile acquistare un bene estero a un prezzo inferiore rispetto allo stesso bene prodotto sul mercato domestico, per un liberale non dovrebbe essere un problema proprio perché i consumatori ne beneficerebbero. Questo dovrebbe spingere le imprese domestiche a competere con le altre per produrre beni a prezzi ancora più economici. In questo campo, invece, Trump non prende le difese dei consumatori ma dei lavoratori, caldeggiando l’imposizione di dazi e tariffe per proteggere la produzione domestica. In questa sfera invece l’intervento statale è decisamente presente, poiché l’inserimento di dazi o tariffe rappresenta un’alterazione del mercato, che non viene più gestito secondo un’ottica di laissez-faire.

Le dimensioni di questa contraddizione crescono ulteriormente quando si guarda al programma sulla sanità. Donald Trump propone un ritorno ad un sistema sanitario residuale, dove non solo ogni individuo versa parte dei suoi risparmi in un programma specifico, l’HSA, ma addirittura è permesso l’abbassamento delle barriere all’entrata di fornitori esteri sul mercato farmaceutico statunitense. Il concetto alla base di tutto ciò è il ripristino della libertà di scelta di ottenere il miglior servizio possibile, dove il principio per cui “se io guadagno di più è giusto che io possa ottenere cure di migliori qualità” è accompagnato dal diritto di poter acquistare farmaci più economici anche se importati, in totale contraddizione con le sue posizioni commerciali.

Unitamente alla posizione poco chiara sul salario minimo, la proposta per la riforma sanitaria di Trump fa capire le sue difficoltà nel fornire una chiara visione su quello che dovrebbe essere il Welfare State negli Stati Uniti ma, più in generale, su quello che dovrebbe essere il regime di produzione americano. Il coordinamento relativo alle politiche proposte da Trump dovrebbe avvenire sempre all’interno del mercato, tuttavia vengono proposti elementi di coordinamento esterno al mercato piuttosto consistenti, soprattutto per quanto riguarda la politica commerciale. Una delle principali motivazioni che portano i liberali a criticare politiche commerciali protezioniste o di import substitution è che così facendo si manterrebbero imprese meno efficienti all’interno del mercato, cosa che danneggerebbe i consumatori ma anche tutta l’economia, che non riuscirebbe ad esprimere a pieno il proprio potenziale. È quindi molto strano vedere politiche di occupazione guidate dalla crescita del mercato interno, ispirate chiaramente a principi neo-liberali, insieme a proposte per proteggere l’economia dalla concorrenza estera.

Una frattura che viene da lontano

È normale vedere un candidato con un programma così contradditorio ottenere una vittoria schiacciante alle primarie e giocarsi la presidenza all’ultimo voto (anche se le responsabilità di Hillary Clinton in questo caso non possono essere ignorate)? A parere di chi scrive sì, perché il sentimento su cui Trump fa leva si basa su uno scenario in cui anche gli USA hanno subito gli effetti collaterali della globalizzazione di cui loro stessi si sono fatti portabandiera, un fenomeno che si è aggiunto ad una situazione preesistente dove la mobilità sociale era già molto bassa1, cosa che la crisi economica non ha di sicuro contribuito a risolvere. È in quest’ottica che deve essere letto il fenomeno del deterioramento crescente della classe media americana, in cui vengono svantaggiati i giovani e, soprattutto, chi non è in grado di laurearsi (ricordando che negli Stati Uniti non è semplicemente importante laurearsi all’università, ma che conta anche in quale università ci si è laureati, fattore che svantaggia ulteriormente i meno ricchi).

Il successo di Trump va letto come la conseguenza di un fenomeno durato più di due decadi che ha portato all’attuale situazione di forte tensione sociale a cui la crisi economica ha fatto da catalizzatore. Da questo punto di vista viene da chiedersi se Hillary Clinton sia la persona adatta a cogliere questa realtà qualora risultasse vincitrice, motivo per cui ci sarebbe comunque poco da gioire visto che sarebbe una presidentessa in totale continuità con gli ultimi 35 anni di governo (per non parlare del rischio sempre maggiore di consegnare la politica americana a logiche sempre più dinastiche2). Di conseguenza, a prescindere dalla vittoria di un candidato o di un altro, la politica americana, così come tutto il mondo occidentale, dovrà trovare risposte a queste problematiche, che stimolano la nascita di destre “liberal-protezioniste” il cui successo è tutt’altro che contraddittorio o temporaneo.


Bibliografia

America’s Middle-class Meltdown: Core shrinks to half of US homes, 9/12/2015 Financial Times

Elezioni Usa: il programma di Donald Trump, Wall Street Italia 27/10/2016

Engel, Pamela (November 11, 2015). “Donald Trump said wages are ‘too high’ in his opening debate statement”. Business Insider. Retrieved 11/11/2015

Gass, Nick, Trump defends minimum wage comments, Politico 12/11/2015

Haskins H., Isaacs J. B. e Sawhill I. V. (a cura di), (2008) Getting ahead or losing ground: economic mobility in America, The Brookings Institution.

Haskins R. (2008), Education and economic mobility, in Haskins et al.

Mishel L., J. Bernstein e H. Shierholz (2009), The State ofWorking America, 2008/2009. Economic Policy Institute, Cornell Univesity Press

The Trump Manifesto, The Telegraph 17/06/2015

Il programma di Donald Trump può essere reperito ai seguenti link:

https://www.donaldjtrump.com/

economia: https://www.donaldjtrump.com/policies/economy/

commercio: https://www.donaldjtrump.com/policies/trade/

sanità: https://www.donaldjtrump.com/policies/health-care/


1# Un ottimo esempio di tutto ciò è rappresentato dall’istruzione, che dovrebbe essere uno degli strumenti più importanti per migliorare la propria condizione. Negli Stati Uniti l’accesso alle “top universities” è di fatto un privilegio per i più ricchi, in queste università infatti solo 9% degli iscritti proviene da famiglie del 50% più povero della popolazione

2# Qualora Hillary Clinton vincesse, infatti, gli ultimi 30 anni di governo potrebbero essere interpretati, con l’esclusione degli 8 anni di presidenza Obama, come l’alternanza alla presidenza tra un Bush e un Clinton


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Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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