Melvil Dewey, il sistema di classificazione bibliotecaria e le ragioni di una sua riforma

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Il sistema di classificazione decimale: strumento per una biblioteca efficiente e perciò pubblica e democratica

 Una volta recuperato il modello-Harris, per Dewey non restava che combinarlo con altri suoi progetti di riforma. E fu allora che ebbe la geniale intuizione di ripescare il sistema (metrico) decimale.

Nel maggio del 1873, all’età di appena 21 anni, Melvil Dewey presenta una prima bozza del suo progetto alla direzione dell’Amherst College: la proposta viene immediatamente approvata e il College ne prevede l’applicazione presso tutte le sue strutture bibliotecarie. Malgrado questo primo draft apparisse ancora come piuttosto embrionale, al suo interno erano comunque presenti le fondamenta di quello che poi prenderà il nome di Dewey Decimal Classification (DDC).

Il sistema si componeva – e ancora oggi si compone – di dieci matrici principali (classes), progressivamente numerate da 0 a 9, da scomporre in altrettante sotto-sezioni decimali (sub-classes), e così via, attraverso le successive e ulteriori subordinate, con possibilità di estensione pressoché illimitata. Mutuando parzialmente l’ordine già proposto da Harris, dopo una prima classe di carattere generico (000/General), Dewey riservò la matrice iniziale alla Filosofia (100), mentre all’opposto quella finale (900) era occupata dalle Scienze Storiche; nel mezzo tra questi due poli, l’intero “restante” sapere umano.

Perché se mai ce ne fosse ancora bisogno, di questo si sta parlando: ovvero, di ordinare la Conoscenza in comparti e ramificazioni; il che sta a significare mettere in campo una scelta lato sensu politica, e quindi inevitabilmente discrezionale. La discrezionalità di scelta, in prima battuta, si presenta come prerogativa dello stesso ideatore e confezionatore dello schema di classificazione, e quindi, nel nostro caso, di Melvil Dewey: qui molto più simile a un discepolo hegeliano – alle prese con la summa divisio tra spirito soggettivo, oggettivo e assoluto – che a un vero e proprio civil servant. In un secondo momento, quasi si trattasse di un sillogismo (operazione anch’essa tutt’altro che libera da arbitrarismi), la scelta spetterà agli addetti della biblioteca, chiamati a collocare concretamente un certo volume entro le corrispettive classi e sub-classi di “appartenenza”. Un’attività quest’ultima che, all’interno della classificazione Dewey, va orientata secondo l’Index generale che fin dalla prima edizione accompagna ogni pubblicazione-DCC: infatti, tramite l’Indice s’individuano le diverse categorie (classes e sub-classes) entro cui poter ascrivere un determinato soggetto (ad esempio, il tema ‘cavallo’ potrà cumulare la categoria della zoologia con quella dell’allevamento di animali).

Per meglio comprendere il contestualismo che accompagna l’intera operazione, è sufficiente richiamare il caso del tema-adulterio che viene ricondotto dall’ortodosso battista ottocentesco Dewey tanto alla sub-classe dell’Etica sessuale quanto a quella del Diritto penale; e lo stesso capiterà nelle edizioni successive con la “voce” omosessualità.

Nel 1876 Dewey pubblicò una prima versione (operativa) del modello, da lui illustrata attraverso le 44 pagine dello scritto dal titolo A Classification and Subject Index for Cataloging and Arranging the Books and Pamphlets of a Library: accanto alle dieci classes principali e alle loro divisions vi si trovano circa 18 pagine di Indice analitico-tematico (pp. 23-40, ed. I, 1876).

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Dewey Decimal Classification, prima edizione

Dopo la sperimentazione presso l’Amherst, il Bureau of Education statunitense decise di suggerire l’adozione generalizzata del DCC per l’intero sistema nazionale. Nel frattempo, Dewey si era spostato a Boston per impiegarsi presso la casa editrice Ginn & Co., e fu nella nuova sistemazione che contribuì alla fondazione sia dell’American Library Association sia della correlata American Library Journal.

Sulle pagine del primo numero della rivista, licenziato nel settembre del 1876, con un brevissimo articolo dal titolo The Profession, Dewey così sintetizzò il cambio di paradigma che di lì a breve si sarebbe realizzato, non da ultimo attraverso la diffusione del suo sistema di classificazione: “È oramai passato il tempo in cui la biblioteca era molto simile a un museo, in cui il bibliotecario era un cacciatore di libri ammuffiti, e i visitatori guardavano con occhi curiosi gli antichi tomi e manoscritti”.

Nel 1883 Dewey venne chiamato a New York come Direttore della biblioteca del Columbia College (oggi Columbia University). Grazie al nuovo incarico, si potrà dedicare con grande disciplina alla raffinazione del suo sistema, partorendo nel 1885 la seconda edizione del DCC: una versione più stabile di quella precedente – oltre che molto più corposa (si passa dalle 44 pagine iniziali a quasi 500 facciate), che avrebbe costituito il nucleo essenziale per ogni revisione e aggiornamento futuri.

Nel 1889 Dewey abbandona la biblioteca universitaria della Columbia a favore di quella dello Stato di New York (Albany). L’impegno all’interno di una biblioteca generalista gli darà modo di meglio puntellare le edizioni successive del suo lavoro; edizioni che dal 1890 saranno poi affidate alla curatela di altri maestri biblioteconomi.

La diffusione del sistema Dewey: da Harvard a Mosca

Un buon punto di osservazione per saggiare l’impatto che Dewey ebbe sul sistema educativo statunitense è costituito dal caso della biblioteca giuridica di Harvard, e quindi del suo “ideatore” Christopher Columbus Langdell (1826-1906). Nel 1870, l’allora rettore Charles William Eliot si affidò al professor Langdell per rifondare l’intero corso di studi della Law Faculty di Harvard. Per completare il suo programma di innovazione, Langdell aveva in mente anche un profondo ripensamento del sistema bibliotecario di Facoltà. In particolare, bisognava introdurre una classificazione (secondo matrici generali e particolari) che potesse creare una correlazione tra le categorie giuridiche presenti nei nuovi volumi di studio (c.d. casebooks) e quelle nelle quali erano suddivisi gli scaffali che li avrebbero accolti. Se questo era l’obiettivo, per Langdell fu piuttosto naturale affidarsi alla classificazione coniata dal giovane bibliotecario Melvil Dewey.

È pur vero che l’utilizzo del DDC, anche a distanza di decenni dalla sua formulazione, non mancò di suscitare resistenze e malumori. Da questo punto di vista, abbastanza significativo fu il caso dell’adattamento del DDC in ambito socialista: in Unione Sovietica inizialmente si optò per l’adozione della Classificazione Dewey. Tuttavia, in un secondo momento, l’intelligencija espresse una dura critica nei confronti del modello di Dewey: a essere messo sotto accusa fu l’intero impianto filosofico-ideologico del DDC, a detta dei sovietici ispirato da canoni esclusivamente occidentali, borghesi e capitalistici. In particolare, non si accettava l’idea che il pensiero marxista fosse degradato a livello di sotto-classi, per di più messo assieme con altri sottoargomenti appartenenti alla macro-categoria dell’Economia (ancora adesso il riferimento è quello dei numeri 335 e ss.).

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Laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Ferrara, dove collabora in qualità di Cultore della materia di Sistemi Giuridici Comparati (Dipartimento di Giurisprudenza). Dottorato di ricerca in Diritto Privato Comparato (corso “Diritto, mercato e persona”) presso l'Università Ca’ Foscari di Venezia, in cotutela con l’Università Humboldt di Berlino. Attualmente, accanto all’attività universitaria di studio e ricerca, svolge la professione di Avvocato presso il Foro di Firenze. È membro della redazione della rivista on-line Cyberlaws.it.

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