Melvil Dewey, il sistema di classificazione bibliotecaria e le ragioni di una sua riforma

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Viva Dewey … a morte Dewey!

 Lungo l’intero Novecento la Classificazione decimale Dewey ha comunque goduto di un ampio successo, tanto da essersi diffusa a livello globale in modo piuttosto capillare, talvolta anche attraverso l’impiego “propagandistico” della cultura popolare (sia cinematografica sia musicale). Eppure la diffusione della tecnologia informatica e della rete ha profondamente mutato il rapporto tra il lettore e le biblioteche: da una parte, l’accesso al materiale è sempre più spesso digitale e im-mediato, dall’altra, la disponibilità dei cataloghi bibliotecari del tipo OPAC (On-line public access catalogue) permette una ricerca sganciata dalle classi e sotto-classi del DDC, e improntata semmai all’utilizzo degli operatori booleani (al pari di quanto accade con l’interfaccia-utente dei più comuni motori di ricerca web). Da questo punto di vista, guardando all’ambito nazionale, si può ulteriormente ricordare l’accordo del 2012 tra MIBAC e Google per la digitalizzazione di circa un milione di volumi cartacei non più coperti da copyright, e quindi la loro libera consultazione attraverso la piattaforma Google Books, all’interno della quale scompare la stessa idea di indicizzazione per categorie e sub-categorie.

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Melvil Dewey con la classe del 1888 della School of Library Economy del Columbia College di New York

In ogni caso, in attesa di conoscere quale sarà il futuro delle biblioteche, al momento non si può comunque prescindere da un dato: pur essendo arrivata alla sua ventitreesima edizione, la Classificazione Dewey soffre ancora di parecchie “criticità”, principalmente dovute alla coscienza storico-ideologica del suo autore originario. Si pensi all’asimmetria (geografica, geopolitica e geoculturale) che pervade l’intero Sistema, nel quale si preferisce il solo mondo occidentale-anglofono-cristiano. Al riguardo, tra gli esempi che paiono maggiormente significativi, e che permangono tutt’ora nonostante le modifiche alle versioni DDC più recenti, si fa il “caso” della classe “Religione” (200 DDC – Theology nella versione originaria) che, a fronte di ben nove sezioni per la storia e la teologia cristiana, all’opposto riserva una sola e unica sub-classe (ossia 290 e ss. DDC) a quelli che il regime fascista etichettò come culti “ammessi” (i.e. l’insieme delle religioni non-cristiane).

A ciò si aggiunga che mentre per la letteratura anglofona, quantomeno nelle edizioni successive a quella iniziale, si distingue chiaramente tra letteratura “inglese” e “americana”, ancora oggi spagnolo e portoghese condividono indistintamente la matrice-base numero 860. D’altro canto, così come già osservato per il fenomeno religioso, le decine di migliaia di pagine della letteratura non-occidentale rimangono confinate nell’unica sub-classe delle “Altre Letterature” (890 e ss. DDC).

E ancora: non si può pensare di ricondurre la tematica del corpo alla sola anatomia tradizionale (611 DDC), negando l’apporto, tra le altre, dell’ingegneria bio-medica; così come, nell’epoca del c.d. Antropocene, non pare più tollerabile lo specismo che domina l’intera architettura del modello-Dewey. Tali suggestioni – e altre se ne potrebbero accompagnare – servono a dimostrare la valenza tutt’altro che neutrale di ogni categoria conoscitiva, non ultime quelle in esame: una valenza dai tratti squisitamente prescrittivi.

Similmente a quanto accade con le architetture digitali (algoritmi, protocolli IT, etc.), anche quelle della biblioteconomia tradizionale finiscono per esprimere forza normativa, conformando il pensiero in misura forse più incisiva di quanto si verifichi con altre regole sociali. Quasi si trattasse di mettere in campo una riforma legislativa, s’impone l’esigenza di rivedere il sistema DDC fin dalle matrici fondamentali: soltanto così facendo si potranno eliminare alcuni dei suoi anacronismi.

Il che, attenzione, non sta a significare che si debba tendere a un’irrealistica neutralità di classificazione, quanto semmai l’opposto: la riorganizzazione e la riforma del Codice Dewey, al pari di quanto accadrebbe e accade con i codici e le costituzioni legislative (le loro modifiche e interpretazioni evolutive), devono rappresentare una scelta di carattere politico (nel senso di policy e non di politics) e dunque, anch’essa, tutt’altro che obiettiva; una scelta attraverso la quale una società adatta le sue convenzioni (categorie, nozioni, linguaggi, leggi) a quelli che sono i caratteri di volta in volta espressi dal sottostante ordinamento sociale della convivenza comune (espressi dai suoi conflitti e compromessi), evitando così quelle idiosincrasie che talvolta rischiano di essere tanto discriminatori quanto stigmatizzanti. E il tutto in attesa di ulteriori mutamenti sociali, e quindi e per conseguenza di altrettante riforme. Le attività di classificazione e categorizzazione non possono e non dovrebbero rappresentare un evento, ma piuttosto un processo suscettibile di una continua messa in discussione, Dewey compreso.

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Laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Ferrara, dove collabora in qualità di Cultore della materia di Sistemi Giuridici Comparati (Dipartimento di Giurisprudenza). Dottorato di ricerca in Diritto Privato Comparato (corso “Diritto, mercato e persona”) presso l'Università Ca’ Foscari di Venezia, in cotutela con l’Università Humboldt di Berlino. Attualmente, accanto all’attività universitaria di studio e ricerca, svolge la professione di Avvocato presso il Foro di Firenze. È membro della redazione della rivista on-line Cyberlaws.it.

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