“Di chi posso fidarmi. Autorità ed esperti nella filosofia analitica contemporanea” di Michel Croce
- 27 Ottobre 2020

“Di chi posso fidarmi. Autorità ed esperti nella filosofia analitica contemporanea” di Michel Croce

Recensione a: Michel Croce, Di chi posso fidarmi. Autorità ed esperti nella filosofia analitica contemporanea, il Mulino, Bologna 2020, pp. 232, euro 20 (scheda libro)

Scritto da Raffaele Indri

8 minuti di lettura

Molti di noi sanno usare una calcolatrice tascabile o un telecomando da quando sono bambini pur essendo tuttora incapaci di spiegare in una maniera plausibile il loro funzionamento, mentre nella fisica delle particelle accade comunemente che le ipotesi siano corroborate da esperimenti che richiedono la cooperazione di centinaia di scienziati provenienti da campi differenti per anni, se non addirittura decenni. Chi, tra tutti i ricercatori coinvolti, può dirsi pienamente giustificato nella sua credenza che l’evidenza raccolta sia davvero implicata dalla teoria fisica? Che si valutino scenari quotidiani o sofisticati, la possibilità della conoscenza o dell’agire pratico razionale (e ciò vale ancor più in una società tecnologicamente complessa come quella che abitiamo) dipende da una delega continua di compiti cognitivi: chi presenta le previsioni meteorologiche mi fornisce ragioni prima facie per mettere nello zaino una giacca impermeabile quando voglio andare in montagna oppure no, il medico sceglie la terapia farmacologica al mio posto e via dicendo. Ma è possibile conciliare queste attitudini decisionali all’istanza peculiarmente moderna dell’autonomia intellettuale? E, pur concesso che ciò sia auspicabile, come farlo in una società dove i mezzi di comunicazione sono stati democratizzati a un punto tale che risulta complesso determinare chi siano gli “informatori” accurati e ideologicamente disinteressati?

Nelle duecento pagine del suo recente Di chi posso fidarmi? (il Mulino, 2020), Michel Croce esplora l’idea, recentemente avanzata nell’epistemologia analitica, secondo cui sarebbe razionale subordinarci ad autorità non soltanto pratiche ma anche prettamente epistemiche: proprio come talvolta la scelta migliore può essere agire come ci viene prescritto da un individuo o da un’istituzione (si pensi al soldato che esegue l’ordine del suo superiore), il processo attraverso cui formiamo credenze dovrebbe essere intersoggettivo non soltanto nel senso debole per cui dovremmo soppesare le opinioni dagli altri agenti al fine di scartare certe credenze e confermarne altre, ma in quello più forte (e per questo potenzialmente controverso) che, quantomeno in certi contesti, identifica credere qualcosa perché qualcun altro lo fa e per le sue stesse ragioni con la “strategia corretta” da perseguire. Croce muove dalla teoria sull’autorità epistemica elaborata da Linda Zagzebski[1] – una delle pensatrici che detiene il merito di aver progressivamente spostato l’attenzione dei filosofi di matrice anglosassone dall’analisi dei concetti epistemici (verità, giustificazione, credenza) e del loro rapporto all’esposizione delle abilità o delle virtù che i diversi agenti devono possedere ed esercitare al fine di approssimarsi alla conoscenza – e tenta di integrare le critiche che le sono state mosse in un framework “ibrido” che ne superi le aporie e che dia spazio alle riflessioni indipendentemente svolte nella filosofia della scienza e nell’epistemologia sociale da altri autori come Alvin Goldman (di cui si segnala l’ormai classico Knowledge in a Social World), contribuendo in definitiva, tra le altre cose, alla stesura del vocabolario necessario per inquadrare fenomeni pressanti quali il problema della comunicazione scientifica.

Zagzebski suggerisce che la razionalità non sia altro che “fare meglio quello che […] le nostre facoltà farebbero naturalmente”[2] e che, considerata l’avversione che proviamo rispetto all’esperienza della dissonanza tra i nostri stati mentali, l’unica soluzione al problema filosofico della circolarità epistemica – ovvero l’impossibilità di trascendere la nostra prospettiva per determinare se le facoltà cognitive che impieghiamo siano davvero attendibili – consista nel riabbracciare coscienziosamente la fiducia pre-teoretica e naturale che riponevamo negli organi percettivi, nella memoria e nelle capacità inferenziali. Questa fiducia deve però essere estesa affinché valutiamo anche la testimonianza altrui come una motivazione genuina per credere prima facie (o meno) a qualcosa, in quanto essa è dopotutto il prodotto di facoltà analoghe a quelle in cui siamo imprigionati e che non possiamo fuggire per falsificare una volta per tutte lo scenario scettico; il “desiderio di verità” di chi ci circonda è solitamente non minore del nostro. (È interessante avvicinare la difesa zagzebskiana dell’universalismo epistemico a ciò che lo psichiatra Giovanni Stanghellini scrive riguardo all’attunement, ovvero la “conoscenza non-proposizionale consistente nell’abilità emotivo-cognitiva di percepire l’esistenza degli altri come simile alla propria e di accedere in modo intuitivo alla loro vita mentale”;[3] per Stanghellini diversi fenomeni psicopatologici sono caratterizzati da una frattura di questa “pietra angolare dell’intersoggettività”). Se, come è plausibile supporre, vi sono individui che hanno più probabilità di noi di raggiungere la verità in un certo dominio grazie alla loro “superiore consapevolezza del proprio desiderio di verità e delle risorse a [loro] disposizione per soddisfarlo,”[4] lasciare che ci indichino che cosa credere non può che essere razionale.

Zagzebski riprende così il modello illustrato dal teorico del diritto Joseph Raz nella filosofia dell’azione[5] – per cui il ruolo dell’autorità coincide con quello dell’erogatore di un servizio che migliora certe performance dei soggetti subordinati – e lo estende in un’altra dimensione: l’esistenza dell’autorità epistemica è esplicabile nei termini dei beni, altrimenti irraggiungibili per mancanza di tempo e di risorse, che un agente sceglie di assicurarsi perdendo un certo grado di autonomia nella sfera doxastico-cognitiva. L’autorità è legittima nella misura in cui i soggetti a essa subordinati ritengono che seguire le sue direttive rappresenti il metodo migliore per garantirsi quei benefici epistemici che ricercherebbero in ogni caso, mentre la sua autorevolezza consiste invece nel fatto che le ragioni che fornisce hanno un carattere “decisivo ed escludente” (preempting): quando mi fermo al semaforo rosso non in virtù del codice stradale ma soltanto per il timore di ricevere una multa sto conformandomi al volere dell’autorità preposta senza rispettarla in un senso più profondo, poiché ciò comporterebbe riconoscere che l’ordine indicato dal semaforo rosso è normativo indipendentemente dal suo contenuto e che avrei dovuto rispettarlo anche nel caso in cui avesse contrastato la mia volontà pratica. Sommare le ragioni che posseggo a quelle fornite dall’autorità (“Potrei essere multato, ma anche risparmiare qualche minuto ed evitare il traffico, ma in tal caso infrangerei la legge…”) viola implicitamente il commitment generato dal riconoscimento dell’autorità come tale persino quando agisco in modo conforme rispetto a ciò che essa ordina, in quanto questo riconoscimento è equivalente alla convinzione che seguirne sistematicamente le direttive mi condurrà al mio obiettivo quanto è più possibile – svolgere il bilancio delle ragioni “in prima persona” significherebbe dunque rinunciare al servizio offerto dall’autorità raziana.

Nei primi tre capitoli Croce espone e chiarisce la concezione di Zagzebski, difendendola da certe critiche e mostrando come riflessioni adiacenti alle sue richiedano di essere arricchite prima di poter essere inserite nel progetto teorico più ampio del testo: delineare la figura dell’esperto attraverso un approccio novice- oriented e veritistico (che ne definisce cioè il ruolo puramente attraverso le credenze vere che può trasmettere agli agenti non versati in un ambito particolare) come fa Goldman conduce a risultati controintuitivi e poco desiderabili e, una volta che si siano fatti gli accorgimenti opportuni, diviene chiaro che vi è spazio logico sufficiente per accomodare una disamina dell’esperto che non faccia collassare concettualmente la sua figura su quella dell’autorità epistemica. Il quarto capitolo è forse quello più tecnico del testo ed è dove Croce tenta di motivare l’aspetto più controverso della proposta, cioè la trasposizione nel campo epistemico della preemption thesis raziana, che Zagzebski formula così: “(PT) Il fatto che un’autorità abbia una credenza p è una ragione per me di credere p che non si aggiunge alle altre ragioni che possiedo a proposito di p, ma le sostituisce”[6].

Croce osserva innanzitutto che la posizione di Raz sulla controparte pratica di (PT) si è indebolita nel corso degli anni, giungendo infine ad ammettere che S debba rinunciare alle proprie ragioni soltanto quando esse supportano un corso pratico diverso da quello ordinato dall’autorità. D’altro canto, Katherine Dormandy ha sottolineato che rispettare (PT) negli scenari pro-reason (dove S e A condividono una credenza ma per ragioni diverse) comporta il rischio che il soggetto subordinato ponga un “limite superiore” immotivato al numero di ragioni su cui fondare la sua credenza, rendendosi così dipendente dall’autorità in un grado sub-ottimale e perdendo i benefici epistemici che una base evidenziale più ampia gli concederebbe[7].

Zagzebski deve in ogni caso affrontare una critica più globale di quella avanzata da Dormandy ed essa consiste nel sospetto che la funzione dell’autorità epistemica sia irriducibile al miglioramento del track record di credenze vere da parte del soggetto subordinato: Christoph Jäger afferma che “diamo valore alla comprensione [understanding] o tendiamo spesso a valutare la comprensione di un argomento più dell’avere vere credenze o addirittura conoscenza al riguardo”[8]. Una dinamica essenziale del mondo educativo si manifesta quando un docente adduce ragioni aggiuntive a favore di una credenza che i suoi studenti già posseggono, permettendo che ora “[colgano] connessioni sistematiche tra gli elementi di un complesso o [acquisiscano] informazioni su determinate relazioni tra gli elementi all’interno di un corpus di informazioni più ampio”[9]. Allo stesso modo, scoprire di essere nel torto simpliciter rispetto a una certa tematica può talvolta spingerci in uno stato di insoddisfazione epistemica – ci interesserebbe capire perché la nostra credenza risulta infine non supportata dall’evidenza e ciò richiede penetrare nella “rete di ragioni […] costitutiva della tematica” che ci renda, seppure in minimo grado, più autonomi qualora intraprendessimo nuove indagini in questo particolare dominio. Jäger definisce vividamente quest’autorità “socratica” in virtù della componente maieutica insita nella sua pratica: così come nel Menone il filosofo ateniese conduce un giovane schiavo privo di istruzione ad afferrare verità geometriche non banali attraverso una semplice serie di domande, l’autorità jägeriana non si grava dei compiti cognitivi del soggetto subordinato, bensì prepara il terreno affinché il novizio stesso possa completarli.

È proprio nel sesto capitolo che Croce delinea una teoria pluralistica che, da un lato, amalgami la concezione strumentalista di Zagzebski a quella socratica di Jäger specificando la rilevanza contestuale di entrambe e, dall’altro, chiarisca come (I) sia talvolta possibile un legittimo esercizio di autorità epistemica senza il possesso di particolari expertise; (II) l’expertise di un agente rispetto a una certa tematica non lo renda automaticamente in grado di essere autorevole riguardo a essa. Di chi posso fidarmi? si rivela un testo considerevole sotto diverse chiavi di analisi – per chi sia totalmente estraneo all’epistemologia analitica specie nella sua “svolta applicata” l’opera rappresenterà soprattutto un’esposizione della metodologia argomentativa che contraddistingue questa corrente di pensiero nonché un’introduzione chiara ai suoi dibattiti più recenti; chi invece già detenga nozioni assodate a riguardo riscontrerà una proposta da considerare con estrema meticolosità. In ogni caso, possiamo dichiararci lieti che un contributo sostanziale alla problematica dell’autorità epistemica come quello apportato da Croce sia disponibile innanzitutto per i lettori italiani, troppo spesso abituati a credere (anche a causa dell’egemonia accademica di altre forme filosofiche) che la tradizione analitica costituisca una sorta di neo-scolastica che bellamente ignora questioni dalle ricadute concrete e terrene.


[1] Zagzebski, L. T. (2015). Epistemic authority: A theory of trust, authority, and autonomy in belief. Oxford University Press.

[2] Ibid, p. 30.

[3] Stanghellini, G. (2004). Disembodied spirits and deanimated bodies: The psychopathology of common sense. Oxford University Press, p. 10.

[4] Croce, M. (2019). Di chi posso fidarmi. Autorità ed esperti nella filosofia analitica contemporanea, p. 64.

[5] Raz, J. (1986). The morality of freedom. Clarendon Press.

[6] Zagzebski, L. T. (2015). Epistemic authority: A theory of trust, authority, and autonomy in belief. Oxford University Press, p. 107

[7] Dormandy, K. (2018). Epistemic Authority: Preemption or Proper Basing? Erkenntnis, 83(4), pp. 773-791. Per la filosofa, (PT) risulta irragionevole in tutti quei contesti dove il soggetto subordinato all’autorità è un informed amateur e possiede cioè una comprensione minima del subject-matter rispetto cui ha credenze. A ben vedere, sembra possibile costruire in modo arbitrario scenari in cui S possiede evidenza in linea di principio inaccessibile ad A: è sufficiente che le ragioni di S dipendano dall’impiego di facoltà sensoriali rispetto cui A non può fornire alcun giudizio, come nel caso in cui S creda che “l’uccello sull’albero [è] un pettirosso” (p) perché ode un particolare canto che associa in modo corretto e affidabile ai pettirossi. Se il suo amico ornitologo A – che sta passeggiando insieme a lui e non ha avuto modo di ascoltare il canto dell’uccello perché distratto – fornisce soltanto evidenza indipendente per p (ad es., le sue percezioni visive relative alle caratteristiche fisiche dell’uccello ora silenzioso su un ramo), (PT) implica necessariamente che S abbandoni buone ragioni per la sua credenza che p. Tenendo poi conto che, come suggerisce la stessa Zagzebski nel celebre saggio “The Inescapability of Gettier Problems,” ogni caso di conoscenza genuina può essere rimodellato in uno scenario in cui l’agente ha una credenza vera in modo fortuito, A potrebbe credere in modo veritiero che l’uccello sia un pettirosso soltanto perché sta allucinando un pettirosso (e dunque avrebbe la stessa apparenza percettiva anche se sul ramo se non ci fosse un pettirosso, ma un colibrì). In uno scenario simile, (PT) comporterebbe che la credenza di S sia priva di giustificazione. Un’obiezione è che S può scoprire che A si trova in un caso di Gettier; tuttavia S dovrebbe allora riattivare le ragioni (fondate sull’evidenza uditiva) a favore di p che possedeva prima di consultare A, rendendo (PT) superflua.

[8] Jäger, C. (2015). Epistemic authority, preemptive reasons, and understanding. Episteme, 13(2), p. 179.

[9] Ibid., p. 180.

Scritto da
Raffaele Indri

Nato a Tolmezzo (UD) nel 1997, studia filosofia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Si interessa di filosofia analitica, di pragmatismo e di cinema.

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