Digitale, intelligenza artificiale, ecosistemi territoriali. Intervista a Luciano Floridi
- 28 Ottobre 2021

Digitale, intelligenza artificiale, ecosistemi territoriali. Intervista a Luciano Floridi

Scritto da Giacomo Bottos, Raffaele Danna

12 minuti di lettura

Luciano Floridi è uno dei massimi esperti italiani di filosofia ed etica dell’informazione. Professore ordinario all’Università di Oxford, è stato di recente chiamato all’Università di Bologna dove insegna sociologia della comunicazione e dirige il Center for Digital Ethics. Floridi è inoltre Presidente dell’International Scientific Board di IFAB – International Foundation Big Data and Artificial Intelligence for Human Development, nata per volontà della Regione Emilia-Romagna che, in relazione alle attività del Tecnopolo di Bologna mira a connettere università, centri di ricerca, imprese e comunità italiane, in un orizzonte internazionale, per contribuire al consolidamento, valorizzazione e promozione della ricerca scientifica e delle sue implicazioni interdisciplinari, in particolare in riferimento a Big Data e intelligenza artificiale. Nel quadro del Patto per il Lavoro e per il Clima promosso dalla Regione Emilia-Romagna la trasformazione digitale è un elemento centrale. Per questo abbiamo intervistato il Professor Floridi – con cui già più volte avevamo avuto occasione di dialogare nell’ambito del progetto di «Pandora Rivista» – partendo da alcune questioni di carattere generale, per approfondire poi il ruolo dei territori, e in particolare quello di Bologna e dell’Emilia-Romagna, in questa trasformazione.


Per approfondire le caratteristiche della rivoluzione digitale si può partire da un parallelo con un’altra grande trasformazione, ovvero quella legata all’introduzione della stampa. È un collegamento che viene spesso proposto, tra due passaggi che presentano, però, differenze importanti. Quale confronto si può fare tra queste due transizioni?

Luciano Floridi: Hai ragione, è un parallelo che da un lato aiuta e dall’altro confonde. Da un lato può essere utile a relativizzare l’idea che la rivoluzione digitale rappresenti un evento senza precedenti, che segni una discontinuità completa, una rottura con il passato. Si tratta di un’idea esagerata: ci troviamo pur sempre nell’ambito della storia, fatta da noi esseri umani. Esistono nessi numerosi e profondi che, nella storia, uniscono passato, presente e futuro. Occorre quindi evitare di esagerare l’importanza del momento disruptive. Al contempo bisogna saper cogliere la profondità delle trasformazioni in corso. Per questo il parallelo con la rivoluzione della stampa operata da Gutenberg è utile solo nella misura in cui ci aiuta a cogliere una continuità che, con una forte semplificazione, articolerei in tre passaggi. In primo luogo è stata inventata una modalità di registrazione dell’informazione: l’alfabeto. Successivamente sono state elaborate diverse modalità di disseminazione, tra cui la più importante è la stampa. Oggi siamo di fronte al terzo passaggio: tecnologie straordinarie che segnano una trasformazione nella manipolazione automatica dell’informazione. Questi passaggi – registrazione, disseminazione e infine manipolazione – si costruiscono l’uno sull’altro. D’altra parte è importante capire che in questa continuità ci sono momenti molto diversi. Pensare di essere oggi semplicemente di fronte ad una sorta di Gutenberg 2.0 vuol dire non comprendere ciò che è avvenuto: grazie all’enorme accumulo e possibilità di trasferimento dei dati – e ora anche grazie alla possibilità della loro manipolazione automatica – ciò a cui abbiamo assistito è la creazione di un ambiente. Se Gutenberg aveva trasformato la società senza però creare un nuovo ambiente sociale all’interno del quale operare, il digitale ha invece costruito un nuovo habitat, l’infosfera in cui passiamo sempre più tempo. Se non si coglie questo si commette l’errore di pensare che la rivoluzione digitale sia solo un capitolo della grande trasformazione creata dai mass media. Non è così, ed è per questo che il paragone risulta limitante, se non fuorviante. Bisogna pensare in termini di ecologia di un intero sistema, ragionando in termini non solo di comunicazione, ma di ontologia.

 

In questo orizzonte si pone oggi con sempre maggiore intensità il tema dell’intelligenza artificiale, che è stato anche al centro della Martini Lecture 2021, tenuta all’Università Bicocca, da cui è stato tratto un libro uscito per Bompiani, L’intelligenza artificiale. L’uso delle nuove macchine, scritto insieme a Federico Cabitza. A questo proposito, cosa significa dire che l’intelligenza artificiale sia un divorzio fra agire e intelligenza? Quale scarto tra questo nuovo tipo di agire e l’agire propriamente umano, che aveva nei secoli passati trasformato il reale agendo sul mondo naturale e sul mondo umano medesimo?

Luciano Floridi: Questo è un problema enorme, sul quale mi ritrovo ad avere una prospettiva non necessariamente originale, ma comunque meno ortodossa, la cui capacità esplicativa potrà essere vagliata anche alla luce degli sviluppi dei prossimi anni. Così come abbiamo precedentemente sottolineato il carattere non meramente comunicativo, ma ecologico della rivoluzione digitale, qui evidenziamo come l’intelligenza artificiale sia una trasformazione che ha a che fare non tanto con l’intelligenza, ma con l’agire. Guardandoci intorno possiamo constatare come tecnologie quali il machine learning, il natural language processing e la robotica rappresentino straordinarie soluzioni per far svolgere alle macchine compiti propri degli esseri umani, spesso in maniera più efficace, ma senza quella che – in modo intuitivo – definiremmo intelligenza. Stiamo separando la capacità di risolvere problemi dalla necessità di essere intelligenti nel farlo. Si tratta di un fenomeno che non è mai avvenuto nella storia dell’umanità: in precedenza per svolgere determinati compiti con successo era sempre necessario affidarsi ad un qualche tipo di intelligenza. Tornando alla domanda, in che cos’è che si diversifica questo agire artificiale dal nostro agire? Nel fatto che, mancando l’intelligenza, non c’è intenzionalità, contestualizzazione, significato, concetti di rilevanza, verità o falsità o di eticità dell’agire. Pensiamo all’algoritmo di intelligenza artificiale che raccomanda il prossimo film su Netflix: i suggerimenti vengono elaborati in modo radicalmente differente rispetto a come farebbe un altro essere umano – un amico – che conoscesse i gusti di una persona. Può darsi che il risultato sia il medesimo, ma i processi sono profondamente diversi e ciò implica che anche le conseguenze della raccomandazione possano essere molto diverse. Trascurare tutto quello che c’è a monte e quello che è a valle, e soffermarsi solo sul risultato efficace ed efficiente, è l’errore. Ci troviamo di fronte ad un agire di tipo operazionale, del tipo problema- soluzione. Ma è opportuno porsi altre domande: era il problema giusto da risolvere? Era il più urgente o c’erano problemi più importanti da risolvere prima? E quali conseguenze avrà questa soluzione? Purtroppo la narrativa attuale è quella di una intelligenza artificiale che unisce il biologico all’ingegneristico, creando un matrimonio, ma si tratta in realtà di un divorzio, le cui conseguenze sono evidenti anche da un punto di vista etico, di rischi che stiamo correndo. Occorre capire questo per avvicinarsi a comprendere le sfide che l’intelligenza artificiale sta ponendo, in modo da avere anche solo la possibilità di risolverle. Per arrivare a parlare, ad esempio, di governance, di legislazione, di etica, occorre prima riformulare i termini del problema, comprendendo appunto che ci troviamo di fronte a un divorzio tra capacità di agire con successo e intelligenza, e non a un matrimonio tra una qualche forma di intelligenza paragonabile a quella biologica e artefatti ingegneristici.

 

Venendo appunto al problema del governo dei processi, che è stato evocato, un’immagine che ricorre spesso è quella del ciberneta, di colui che imprime la direzione alla barca. Si tratta chiaramente di una metafora molto antica, che si richiama ad una tradizione importante nella storia della filosofia e della cultura occidentale. Una metafora che, in un qualche modo, è sempre stata associata anche alla figura del politico o, comunque, di chi ha ruoli di coordinamento a livello sociale. Come si ridefinisce la governance all’epoca della trasformazione digitale? Se ci troviamo di fronte a dinamiche che portano con sé, in qualche modo, il rischio di una relativa marginalizzazione dell’essere umano, come si può governare un processo in cui si occupa una posizione via via meno centrale?

Luciano Floridi: Questa è una questione fondamentale e, per quanto mi riguarda, una delle questioni che definirà la nostra epoca. Parliamo della governance del digitale, ma anche di tutto ciò che circonda il digitale: dall’intelligenza artificiale ai social media, dalle grandi banche dati all’Internet of Things. Per mettere in atto la governance di questi ambiti occorre un’idea di progetto umano. Questo, riprendendo l’immagine platonica del ciberneta, vuol dire aver chiaro dove si sta andando. Ma per questo occorrono anche le competenze tecniche per arrivare a destinazione. Per esemplificare, la politica deve sapersi valere delle competenze tecniche, pur non identificandosi con la tecnica stessa. Il momento dell’unificazione delle esigenze, speranze e desideri di molti, deve potersi unire anche con la conoscenza dei processi. Il ciberneta conosce la barca e i venti, sa navigare, guarda le stelle, riuscendo a dirigere la barca dove vorrebbe, facendo se necessario dei compromessi o accettando dei trade-off. Allora occorre chiedersi: quali sono i trade-off della governance oggi? E qual è il progetto che vogliamo perseguire, la mappa che stiamo cercando di avere e servendoci di quali competenze possiamo gestire la società per andare in quella direzione? Sono domande fondamentali, anche perché come società abbiamo commesso un errore grave: abbiamo mal compreso la rivoluzione digitale negli anni Novanta. Non abbiamo riconosciuto che fosse una rivoluzione fondamentale, di tipo ecologico, di identità e di antropologia culturale. L’abbiamo considerata semplicemente come l’introduzione di una nuova utility come l’elettricità, l’acqua, la luce o il gas. L’abbiamo lasciata crescere per poi regolamentarla dopo, come è prassi per questo genere di servizi. Ci siamo posti il problema della regolamentazione troppo tardi, avendo lasciato le chiavi dell’infosfera, di quella ecologia di cui parlavamo prima, a grandi aziende che non hanno nella loro missione la creazione dell’ambiente in cui viviamo. Si è così creato un cattivo allineamento tra una politica che non aveva capito quello che stava avvenendo e aziende che hanno dovuto svolgere un ruolo che non era il loro, quello della costruzione sociale della nostra realtà. Tutto questo è stato reso evidente in modo macroscopico, è esploso sotto gli occhi di tutti, con la pandemia, che ci ha dimostrato che le chiavi delle decisioni siano in mano ad aziende che forse non vorrebbero neanche avere questa responsabilità. In termini di governance dobbiamo allora sperare non tanto in un recupero – perché si può recuperare solo qualcosa che già si aveva – ma un nuovo posizionamento in termini di capacità di governo del mondo del digitale. Questo a livello europeo sta avvenendo lentamente, perché sono operazioni da fare con molta cautela: è facile creare incentivi che spingano nella direzione sbagliata, vanificando anche importanti opportunità. Occorre dunque agire con molta cautela, ma occorre agire. Festina lente: dobbiamo agire con una certa velocità ma prestando molta attenzione a ciò che stiamo facendo. Con questo incedere, tipico dell’Unione Europea, stiamo arrivando ad una regolamentazione del digitale. È avvenuto con il GDPR per i dati; è avvenuto con i tre atti sull’intelligenza artificiale, sui mercati digitali e sui servizi digitali, a cui se ne aggiungeranno altri. Ci troviamo in una fase di appropriazione di prima istanza, non di riappropriazione, di un mondo che è cresciuto in maniera priva di regole, di quadri, di aspettative sociali e di responsabilizzazione socio-politica. È come se fossimo sbarcati su un continente nuovo – il digitale – lasciando mano libera ai colonizzatori, per poi renderci conto finalmente che era necessario creare delle istituzioni, mettendo ordine in un Far West in cui il libero mercato fa, dispone e decide. Ma per questo, come dicevamo, bisogna avere un progetto: il ciberneta non va dove lo porta il vento, può essere che debba adattarsi ai compromessi e alle contingenze, ma la meta resta sempre il ritorno a Itaca. Qual è oggi il progetto europeo che dovremmo mettere in campo? L’Unione Europea dovrebbe essere il centro di incubazione di regole sociali e politiche a livello globale. Ed effettivamente è l’unico luogo dove sta davvero nascendo questo movimento del ventunesimo secolo. Credo che questo progetto debba nascere dall’unione tra il verde e il blu, ovvero mettendo al centro il tema dell’ambiente, con le sue possibilità e i suoi problemi. Da un lato l’ambiente naturale, ma anche ambiente urbano, sociale, politico ed economico, affrontando le molteplici ingiustizie che segnano il mondo in cui viviamo. Dall’altro l’ambiente digitale. Questo mi pare il nucleo di un grande progetto possibile che l’Unione Europea può perseguire con successo: il benessere umano e ambientale, sostenuto dal digitale. È una visione più normativa che descrittiva, ma una volta capito come le cose dovrebbero andare, è poi possibile correggere la rotta piuttosto che lasciarsi andare alle correnti, e cercare di mandarle nella direzione voluta. Il populismo è una corrente che ci porta lì dove è più facile andare: occorre resistere a questa corrente e tornare a un punto di vista più normativo, a un progetto umano che faccia bene all’ambiente, al mondo della produzione e alla società.

 

Mettendo al centro il problema della governance e del progetto umano di cui si è parlato, è chiara l’importanza di un ecosistema culturale, nel quale poter affrontare problemi che presentano una complessità importante, in modo ampio, partecipato e democratico. È un nodo che sottolineiamo spesso su Pandora Rivista. Questo solleva anche il problema del ruolo e dello spazio del pensiero in relazione a questo tipo di approfondimento e dibattito. Sembrano esservi però segnali che fanno pensare che questo spazio venga per certi aspetti eroso: pensiamo al calo dell’attenzione che viene osservato da tante parti, alla difficoltà nella lettura e nell’elaborazione complessa. Sono percezioni esagerate? Cosa può essere fatto per preservare e accrescere lo spazio del pensiero e dell’elaborazione come precondizione per una governance democratica?

Luciano Floridi: Un enorme rischio che corriamo è quello di andare verso una realtà in cui la distrazione abbia uno spazio prevalente rispetto alla riflessione. Non penso solo ad una mancanza di focalizzazione su problemi, ma alla presenza costante di qualcosa che porta a pensare ad altro, a pensare che altre questioni siano oggi più pressanti invece di altre. Questa questione di priorità, di distrazione e disattenzione, non è un problema nuovo, ma forse è stato ingigantito dalla società in cui viviamo. C’è però un’enorme necessità – e quindi anche un enorme spazio – per la riflessione, che non può essere soltanto critica. Spesso gli intellettuali si sono esercitati molto in questa direzione, lasciando poco spazio alla costruzione e alla proposta di alternative. A mio parere oggi abbiamo un disperato bisogno di pensiero costruttivo. Certamente il momento della comprensione e della critica è necessario. Ma dopo serve costruzione: se il pensiero critico è soltanto un pensiero di tipo distruttivo, che decostruisce senza mai costruire, ad esso manca una parte fondamentale. C’è un disperato bisogno di ciò che io definisco “design concettuale”, che parta dalla visione e dalla comprensione dei problemi, per poi proporre le soluzioni migliori. Se noi riuscissimo a superare la critica e la distrazione per arrivare alla costruzione, non solo analisi dei problemi ma anche sintesi delle soluzioni, credo che sarebbe molto più facile suscitare l’interesse e il consenso. Come dicevamo prima, il ciberneta non gestisce soltanto la barca, ma ha un progetto. Questo a mio avviso è il grande deficit che abbiamo oggi: manca una progettualità che motivi in maniera anche entusiasmante le nuove generazioni.

 

Il progetto di cui si è parlato può forse essere declinato a diversi livelli. Certamente a livello europeo, come abbiamo visto, si sta in parte già andando in questa direzione. Passando a un livello diverso, cosa può fare un ecosistema territoriale, come una regione, per declinare virtuosamente gli elementi di questo progetto? Come coniugare sviluppo economico, efficace governance del digitale, con la necessaria attenzione alla dimensione della transizione ecologica?

Luciano Floridi: È un aspetto molto interessante. Negli ultimi anni ci siamo abituati a pensare quasi esclusivamente alla dimensione globale, mettendo in secondo piano le potenzialità di impatto e di cambiamento delle realtà regionali e locali. Le cose sono più complesse e occorre rimetterle in discussione. Per prima cosa dobbiamo ricordare che viviamo sempre di più in grandi città. Tra pochi anni circa il 70/80% della popolazione mondiale vivrà in enormi strutture urbane di decine di milioni di abitanti. Allora da San Paolo a Tokyo, da Los Angeles ad altre città enormi, fare la differenza a livello di città sarà come riorientare una piccola nazione. Ma c’è un’altra questione fondamentale: l’impatto della politica si avverte in misura maggiore quanto più ci si avvicina ad una scala estremamente locale, come il quartiere. Sentire l’impatto diretto di politiche buone o cattive favorisce l’impegno nel cambiarle, promuovendo il convincimento o la mobilitazione della cittadinanza. Modificando le giuste variabili a questo livello si può sperimentare moltissimo, cominciando a osservare su piccola scala soluzioni che possono eventualmente essere oggetto di processi di scaleup. Anche in politica può essere utile sperimentare la logica della startup: un’iniziativa piccola che cresce trovando la giusta ecologia, il giusto sistema e connettendosi con molte altre piccole realtà. Questa crescita dal basso verso l’alto deve essere facilitata, costruendo una politica che sia interfaccia tra livello urbano, regionale, nazionale e sovranazionale. L’interfaccia non svolge soltanto un compito di traduzione, ma anche di facilitazione. Una sperimentazione che avviene a Bologna o in Emilia-Romagna, può essere buona non solo per il luogo in cui si svolge, ma anche per il contesto regionale e poi nazionale. Può essere un esempio di come si possono fare le cose. Da questo può nascere una rete che si crea attraverso l’interazione tra buone prassi. Da queste buone prassi possono nascere startup politiche in grado di diventare le grandi imprese politiche del dopodomani. Rimobilitare la politica a livello locale secondo me è un modo per innescare questo processo di startup e scaleup mirando a diventare un grande movimento internazionale.

 

Proseguendo sul filone della dimensione territoriale, veniamo nello specifico alla realtà dell’Emilia-Romagna e di Bologna, che può rappresentare un caso interessante per l’avvio di importanti progettualità, che sembrano andare almeno in parte nella direzione a cui si è accennato. Il Patto per il Lavoro e per il Clima, ad esempio, è un progetto della Regione che mira, attraverso il coinvolgimento e il dialogo tra numerosi attori del territorio – istituzioni, enti locali, Università, imprese, sindacati, terzo settore e associazioni ambientaliste – a proporre una visione di sviluppo in cui trasformazione digitale, transizione ecologica e dimensione sociale dovrebbero comporsi. Nel quadro del Patto la trasformazione digitale è uno dei processi trasversali, mentre nella “conoscenza” e nei “saperi” vengono indicate leve strategiche per raggiungere gli obiettivi posti. In questo caso il progetto della Data Valley che si svilupperà attorno al Tecnopolo di Bologna assume un ruolo centrale. Anche in qualità di Presidente dell’International Scientific Board di IFAB – International Foundation Big Data and Artificial Intelligence for Human Development, in che modo l’enorme capacità di calcolo che sarà resa possibile dai supercomputer che qui avranno sede, la presenza di numerosi centri di ricerca e l’attrazione di ricercatori e talenti potrà beneficiare il territorio ed essere declinata nell’orizzonte di una visione di sostenibilità e sviluppo umano?

Luciano Floridi: Credo che ci siano almeno quattro aspetti da mettere in luce in quella che possiamo chiamare la straordinaria crescita computazionale di Bologna. Anzitutto c’è l’aspetto più ovvio, quello tecnico-scientifico, che riguarda la creazione di competenze, l’avanzamento della conoscenza, la risoluzione di problemi altrimenti intrattabili senza il supporto computazionale (si pensi solo a tutto il mondo della simulazione medica, o per il cambiamento climatico), e così via. Tutto questo comporta la presenza di migliaia di ricercatrici e ricercatori, che fanno bene al territorio in termini di formazione e innovazione. Da qui segue un secondo aspetto: le grandi infrastrutture computazionali sono anche un momento imprenditoriale significativo, fatto di investimenti, finanziamenti, edifici, indotto, posti di lavoro di supporto, ecc. Terzo punto, abbiamo un vantaggio territoriale rappresentato dalla creazione di un sistema ecologico per il knowledge transfer, le startup e altre attività, basti pensare alle aziende, come SNAM, che preferiscono collocare i propri centri di ricerca nell’ambiente giusto, quindi a Bologna piuttosto che altrove. Infine, questi tre fattori hanno, insieme, un effetto volano: tanto maggiori sono, tanto più cresceranno. È per questo che poi si finisce per parlare di alcune aree come solo quelle in cui avviene qualcosa. Le faccio un esempio inglese: dopo che la Microsoft decise di creare i suoi laboratori di ricerca a Cambridge invece che a Oxford, oggi chi vuole creare altri progetti simili va a Cambridge, come ha fatto recentemente Samsung. In altre parole, piove sul bagnato. Per questo il Tecnopolo di Bologna è un’ottima opportunità per il territorio. Le posso confermare che stanno per arrivare molte altre buone notizie.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

Scritto da
Raffaele Danna

Laureato in Filosofia al Collegio Superiore dell’Università di Bologna e PhD in History presso la University of Cambridge, Pembroke College. È attualmente assegnista di ricerca presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Istituto di Economia.

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