Discutere i nodi dello sviluppo. Intervista a Lorenzo Benassi Roversi
- 22 Marzo 2022

Discutere i nodi dello sviluppo. Intervista a Lorenzo Benassi Roversi

Scritto da Giacomo Bottos

9 minuti di lettura

In questi anni il dibattito sui nodi dello sviluppo – sostenibilità, innovazione, rapporto tra Stato e mercato – è stato intenso, coinvolgendo le nuove generazioni e animando inediti spazi della cultura. Su questi temi abbiamo intervistato Lorenzo Benassi Roversi che si occupa di comunicazione culturale e collabora con l’emittente TRC-Bologna sui cui schermi conduce il programma di approfondimento culturale “Bristol Talk”, un format che propone un confronto tra esperti e punti di vista diversi sui temi di rilevo dell’attualità. Benassi Roversi è inoltre rappresentante under 35 di CISL Emilia-Romagna.


Nelle puntate di “Bristol Talk” è stato spesso affrontato il tema della sostenibilità che, se in passato poteva spesso essere apparso come una parola d’ordine generica, sembra oggi sempre più tradursi in indirizzi, linee di azione e normative specifiche. Quali sono alcuni dei nodi, a tuo avviso più interessanti, che sono emersi?

Lorenzo Benassi Roversi: Anche se il termine “sviluppo sostenibile” è stato introdotto nel 1987 dalle Nazioni Unite, è nel corso degli ultimi anni che abbiamo visto l’elemento della sostenibilità trasformarsi da obiettivo d’avanguardia, spesso non sufficientemente valorizzato, a lasciapassare per ogni iniziativa che pretenda pubblico riconoscimento. Nel talk abbiamo cercato di vagliare i nodi critici del processo di trasformazione in senso sostenibile del sistema produttivo. Posso riassumere, semplificando, in alcuni punti. La dimensione tra il piccolo e il micro che caratterizza il tessuto imprenditoriale non facilita le transizioni verso modi di produrre sostenibili. Mi riferisco ad un vasto insieme di aziende con scarsissima propensione all’innovazione, basso merito di credito e difficoltà strutturali a reperire risorse. Si tratta di contesti poco attrattivi per i profili dei lavoratori più qualificati, pressoché nulli sono gli investimenti nella formazione di competenze che possano accompagnare processi di crescita tecnologica. C’è un problema culturale, come sottolineato da Luciano Floridi, filosofo dell’informazione, ospite del talk. Troppo spesso aggiornamenti ed evoluzioni nei modi della produzione vengono percepiti come velleitari dagli stessi imprenditori, più concentrati su obiettivi di breve termine e culturalmente ben poco sensibili agli obiettivi di sostenibilità, abituati a muoversi in un universo relazionale – quello dei propri partner e committenti – molto consolidato e poco suscettibile di riforma. Anche per motivi anagrafici, questo “tipo imprenditoriale” non appare vocato all’innovazione, né interessato alle potenzialità legate allo sviluppo tecnologico. La polverizzazione del tessuto imprenditoriale fa sì che ogni impresa non sia che una particella di un sistema complesso di relazioni. È dunque necessario organizzare transizioni che attraversino intere filiere, moltitudini di attori in sinergia. L’aggiornamento, in ordine sparso, di singoli soggetti volenterosi rischia di risultare poco efficace in termini sistemici. Qui il ruolo delle istituzioni, di concerto con il mondo del credito, è centrale, come sottolineato, da Gian Luca Galletti, vicepresidente di Emil Banca. Troviamo poi la finanza e la crescita esponenziale di titoli ESG, ossia di titoli proposti sul mercato come sostenibili. Non si dispone però di strumenti di valutazione certi che ne attestino la reale sostenibilità, come ha messo in luce Rudi Bogni, analista finanziario. Tale mancanza espone i titoli ESG al fenomeno del greenwashing. Come affermato da Franco Debenedetti, il tema della sostenibilità si presta per essere utilizzato dalle aziende per ostentare un impegno sociale e ambientale inautentico. Dobbiamo guardare poi alle agende politiche le cui dead line si scontrano con l’imprevedibilità degli eventi (dalla pandemia alla guerra in Ucraina). Emerge sempre più per manager e policy maker la necessità di sviluppare competenze utili alla gestione dell’incertezza e al prodursi di eventi inaspettati come ha sottolineato da Max Bergami, dean della Bologna Business School.

 

Un’altra tendenza di grande rilievo con cui dobbiamo confrontarci è la digitalizzazione. Cosa significa, nel concreto, per una realtà economica e sociale diffusa che non sempre parte da livelli elevati di innovazione e tecnologia?

Lorenzo Benassi Roversi: Mi soffermerei su due punti già toccati: la questione culturale, che inerisce anche al difficile turnover generazionale dentro le imprese, e lo scarso investimento nella costruzione di competenze. L’iper ammortamento, oggi sostituito dal credito d’imposta, ha permesso investimenti tecnologici rilevanti anche ad aziende medie e piccole. Non si è ancora compreso però che ogni euro speso in tecnologia moltiplica il suo valore se si affianca ad un investimento ben calibrato in formazione. Non sono poche le testimonianze che raccontano di uno scarso impatto dell’aggiornamento tecnologico e dei processi di digitalizzazione avviati in ragione del fatto che il contesto aziendale rimane privo delle competenze necessarie a dispiegare le potenzialità della tecnologia introdotta. Anche qui bisogna pensare in filiera: sono molti i contesti dove la competitività si gioca non a livello di singola azienda, ma nelle sinergie di cluster. I vantaggi della digitalizzazione si realizzano appieno se applicati alla dimensione ecosistemica. Su questi fronti, organizzazioni datoriali e sindacati si trovano davanti ad una sfida comune e convergente.

 

La crisi del Covid, inaspettata, ha introdotto elementi di grande incertezza. Vista dal punto di osservazione di un territorio come quello emiliano-romagnolo, quali tendenze sembrano emergere? Quali prospettive sono emerse a questo proposito nella discussione con i tuoi ospiti? 

Lorenzo Benassi Roversi: Nel 2021 l’economia italiana è stata sospinta da una crescita quantitativamente superiore alle attese. In Emilia-Romagna l’export è ripartito con grande forza e ha trascinato il PIL a sfiorare il +7%. Ci si è resi conto che il Covid non aveva disarticolato i settori più forti dell’economia del territorio, né aveva comportato la perdita di fette importanti di mercato, come invece si temeva. Certo, ci si è scontrati con sofferenze, imprese che non hanno riaperto, forti disuguaglianze, come ha fatto notare Daniele Ravaglia, presidente di Confcooperative Bologna. Complessivamente però i conti pubblici, pur provati, hanno supplito efficacemente al blocco dell’economia e la risposta dell’Unione Europea ha segnato un cambio di passo: dall’Europa dell’austerity che ci aveva traumatizzati durante la crisi dei debiti sovrani si è giunti all’Europa della solidarietà che ci ha permesso di guardare con fiducia al futuro. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, messo a punto dalle istituzioni nazionali di concerto con quelle europee, ha poi spalancato grandi orizzonti, sia in termini di investimenti, sia in termini di riforme. Si sono riposte in questo Piano molte speranze. L’inflazione è sembrata un male inevitabile, connesso alla ripresa, in un quadro di aumento globale della domanda, almeno fino all’esplosione della guerra in Ucraina.

 

I nuovi, drammatici, eventi in Ucraina come vanno a inserirsi in questo contesto?

Lorenzo Benassi Roversi: L’irrompere del conflitto russo-ucraino ha modificato tutte le proiezioni sul futuro, prossimo e meno prossimo. Come ha scritto Aldo Cazzullo sul Corriere, noi europei non eravamo in grado più nemmeno di concepirla una guerra di invasione ai confini dell’Europa. Tocca di nuovo fare i conti con un evento inatteso, che sconvolge i nostri piani: è il secondo nel torno di due anni. Lo shock è prima di tutto psicologico e morale, come ha fatto notare il filosofo Vito Mancuso, ma non mancano angosce di ordine economico. Il nostro debito pubblico che nel 2020 è arrivato oltre quota 155% (oggi in discesa secondo dati Istat) dovrà probabilmente sopportare nuovi scostamenti di bilancio e le misure speciali della BCE (tassi vicino allo zero o negativi e acquisti di titoli di Stato) dovranno continuare a sostenere le economie nazionali per garantire stabilità finanziaria. Intanto le stime di crescita vanno riducendosi e nessuno può soppesare con certezza gli effetti delle sanzioni incrociate. Nell’immediato, a fare più paura sono i costi energetici e la carenza di materie prime. Francesco Milza, rappresentante regionale dell’Alleanza delle cooperative, l’ha sottolineato con forza: oggi sono tanti i settori a trovarsi in seria difficoltà, dalle cooperative sociali, colpite dal caro bollette, a quelle dei trasporti, vittime del caro carburante. L’esplosione dei costi energetici rischia di fare molto male. La FIM CISL ha stilato una lista di grandi aziende metalmeccaniche che hanno dovuto fermare o limitare le produzioni per carenza di materie prime. Sul territorio emiliano-romagnolo troviamo aziende come Nord Motoriduttori, leader nel settore degli azionamenti elettrici e Lamborghini, che nel 2021 ha chiuso il bilancio con il risultato migliore di sempre (quasi 2 miliardi di fatturato) e oggi deve fermare alcune produzioni per mancanza di componenti dall’Ucraina. Si aggiunge poi la Cooperativa Ceramica d’Imola, che ha fatto ricorso alla cassa integrazione perché la mancanza di argilla rende impossibile continuare a produrre.

 

Gli impegni relativi al PNRR rappresentano un ambito rilevante per la traiettoria del Paese nel prossimo futuro. Quali orientamenti sono emersi relativamente a questo tema? Come procede l’attuazione?

Lorenzo Benassi Roversi: L’attuazione del PNRR poneva molti dubbi già prima della guerra in Ucraina. C’è il tema della pubblica amministrazione, di cui è prevista una lunga operazione di riforma, che non si completerà prima del 2026. Intanto però è la PA a doversi rendere responsabile, fin nelle sue articolazioni più capillari, di spendere le risorse del Piano, alla cui mole è da aggiungere quella dei fondi strutturali europei. Sarà in grado di farlo? In dubbio è anche l’elemento qualitativo: c’è chi fa notare come i fondi finora spesi nell’ambito della politica di coesione europea non abbiano ottenuto l’effetto di comprimere i divari territoriali. Quanto all’arrivo delle risorse del PNRR, ci si preoccupa in particolare per le piccole amministrazioni comunali, dove scarseggiano risorse umane e di conseguenza le capacità progettuali sono molto limitate. Con il depauperamento delle funzioni delle province, ora sembra mancare un’istituzione territoriale intermedia che faccia da collettore e dia risposte alle esigenze emergenti. Nel talk molto si è dibattuto sul tema della partecipazione: vari gli ospiti che hanno sottolineato l’impostazione top-down del PNRR, nel quale «non soffia il vento della sussidiarietà», per usare la formula scelta dall’economista Stefano Zamagni. Il problema risulta forse attutito in Emilia-Romagna, dove le politiche pubbliche hanno da tempo trovato la propria direzione di sviluppo nel Patto per il Lavoro e per il Clima, che indirizzerà anche le scelte di spesa pubblica delle risorse in arrivo dal PNRR, come ha sottolineato Filippo Pieri, segretario generale della CISL in Regione. Il ritorno della guerra getta però un’alea significativa sulle agende pubbliche. Sembrano cambiare velocemente le priorità, quando si parla di riarmo e di autonomia strategica dell’Europa. Ci sono Paesi come il Regno Unito che già hanno avviato profonde revisioni al piano di transizione ecologica.

 

Da un punto di vista economico, quali potranno essere le caratteristiche della nuova fase? Quali sono i termini della discussione che si è avuta nelle trasmissioni? Si va verso un maggiore ruolo dello Stato o una rinnovata centralità del mercato? È auspicabile un protagonismo del terzo settore, della cooperazione?

Lorenzo Benassi Roversi: Abbiamo ospitato neoliberisti come Franco Debenedetti, convinti che la ripresa debba mettere il mercato al centro, ed economisti che, pur senza sconfessare il mercato, pongono l’accento sulle politiche pubbliche. Molto netto in questo senso Romano Prodi, che non ha mancato di sottolineare la centralità dell’intervento delle istituzioni nazionali e sovrannazionali. Per Stefano Zamagni va superata l’impostazione bipolare in favore di quella tripolare, che aggiunge il protagonismo del Terzo Settore, quindi la società civile e le sue forme organizzate, ad affiancare pubblico e privato. In questo senso, abbiamo registrato una forte coincidenza con le parole di Elisabetta Soglio, che dirige Buone Notizie, settimanale del Corriere della Sera dedicato al Terzo Settore. Permane però una difficoltà significativa a ricavare un ruolo strategico per queste organizzazioni, sia in ragione dell’insieme molto composito che esse rappresentano (dal volontariato alla cooperazione sociale, passando per APS ed enti filantropici), sia per quella che potremmo descrivere come una pigrizia culturale dei policy maker che continuano a guardare alla realtà con lenti bidimensionali, faticando a integrare in termini strategici questa terza dimensione.

 

Di recente hai anche assunto un ruolo come rappresentante under 35 di CISL Emilia-Romagna. Quale ritieni possa essere un ruolo per il sindacato in questo contesto?

Lorenzo Benassi Roversi: Viviamo in una Regione fortemente partecipativa, dove i giovani hanno voglia di farsi sentire. Il sindacato vive una difficoltà a dare rappresentazione di sé, a trovare una connessione con queste generazioni. Le indagini sull’impegno sociale delle nuove generazioni mostrano una minor propensione ad aderire in senso classico alle organizzazioni (tesseramento), ma una spiccata disponibilità su singoli fronti di impegno (l’ambiente e la giustizia sociale, ad esempio). Bisogna quindi cambiare il modo di coinvolgere. In Emilia-Romagna una prima opportunità in questo senso è stata offerta dal percorso partecipativo YOUZ, promosso dalla Regione e voluto dalla vicepresidente Elly Schlein, che la CISL ha voluto ospitare proprio su questo tema in sede di Congresso regionale, il 15 marzo 2022. Nel corso del 2021, YOUZ ha suscitato la partecipazione di oltre duemila under 35 in Emilia-Romagna, su specifici tavoli tematici: dalla giustizia sociale alla transizione ecologica, dall’innovazione tecnologica alle nuove forme della socialità. Come sindacato ci siamo sentiti chiamati in causa ad ogni tappa. Abbiamo cercato di fornire un contributo a più voci. Si tratta di un grande allenamento alla partecipazione. La Regione si è impegnata a realizzare dieci proposte puntuali (il cosiddetto “decalogo”), ma anche la CISL intende fare la sua parte. In partnership con Teatro dell’Argine, realtà artistica che vanta una expertise specifica nella comunicazione giovanile, lanceremo un percorso che risponda al bisogno di orientamento emerso nel corso di YOUZ. Tale percorso procederà su due binari: scuola e lavoro. Vorremmo rivolgerci sia a chi deve fare scelte di studio, sia a chi intende orientarsi nel mercato del lavoro. Ci sono poi le sfide connesse ai nuovi bisogni di rappresentanza, che spesso riguardano da vicino i giovani. Basti pensare alle occupazioni della gig economy, ai lavori delle piattaforme.

 

Quali contorni pensi assuma oggi il tema generazionale? C’è uno scollamento tra nuove generazioni e strutture di rappresentanza e quali credi ne siano i fattori? Quali soluzioni a tuo avviso sarebbe più opportuno mettere in campo?

Lorenzo Benassi Roversi: Ritengo che il bisogno di rappresentanza non sia finito, anzi, e che le nuove generazioni siano vicine, in termini valoriali, al sindacato e ai suoi fronti di impegno. La distanza tra sindacato e giovani è prevalentemente comunicativa. Va poi messo in conto il fattore demografico: i giovani oggi sono pochi e i trend ci dicono che domani saranno ancora meno. Significa che per contare c’è bisogno di organizzarsi. Poi c’ il ruolo dei giovani dentro al sindacato, dove farsi carico di contraddizioni ineludibili, legate all’ampiezza della rappresentanza sindacale, contraddizioni che dovranno trovare un punto di conciliazione nei prossimi anni. Sappiamo che le transizioni a cui ci avviamo – quella ecologica e quella tecnologica – cambieranno il tessuto produttivo e il mercato del lavoro. Ci sono filiere che andranno ad ampliarsi e filiere che andranno a ridursi o addirittura a scomparire; sorgeranno nuove professioni e altre saranno surrogate dalla tecnologia. Ognuno di questi processi inciderà sull’arco dell’intera vita lavorativa di chi oggi è giovane, portando con sé attriti da governare. In questo processo, il sindacato avrà un ruolo solo a patto di inaugurare un’alleanza vera con i lavoratori che dovrà accompagnare attraverso le trasformazioni che ci attendono.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

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