La dismissione di Bagnoli, il primo impianto siderurgico a ciclo integrale
- 19 Settembre 2019

La dismissione di Bagnoli, il primo impianto siderurgico a ciclo integrale

Scritto da Enrico Cerrini

6 minuti di lettura

Nel 1904 il meridionalista lucano Francesco Saverio Nitti fu eletto in Parlamento e nominato consulente del Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti in merito alla Legge speciale sullo sviluppo di Napoli. Nitti era consapevole che Napoli dovesse acquisire un ruolo centrale in un programma di infrastrutturazione, controllo delle acque, elettrificazione e industrializzazione del Mezzogiorno. La Legge speciale segnò il passaggio da una politica d’ispirazione liberista a un approccio più interventista, volto a promuovere lo sviluppo industriale del Meridione e a correggere gli squilibri del mercato.

Il gruppo ILVA, costituito a Genova nel 1905, sviluppò il primo stabilimento siderurgico italiano a ciclo integrale sfruttando gli incentivi predisposti dalla Legge speciale. La fabbrica, inaugurata il 19 giugno 1910, occupava la Baia di Bagnoli, già utilizzata per le prime forme di turismo balneare. Durante la Prima guerra mondiale, le commesse belliche resero necessario l’ampliamento dello stabilimento che giunse a impiegare 3.800 operai. A seguito della crisi del 1929, il regime fascista fondò l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) operazione che completò il passaggio all’interventismo statale avviato da Nitti. Lo Stato diventava parte integrante del sistema imprenditoriale, assumendo il diretto controllo delle aziende in difficoltà, tra cui l’ILVA.

Il nuovo aumento degli ordinativi pubblici durante la Seconda guerra mondiale rese necessaria la creazione di un secondo altoforno a Bagnoli. L’esercito tedesco in ritirata demolì lo stabilimento e gli operai lo ricostruirono in appena due anni, malgrado gli ingenti danni subiti. Oscar Sinigaglia, presidente di Finsider, società del gruppo IRI che operava nel settore siderurgico, integrò lo stabilimento napoletano nel piano che proponeva il rilancio della produzione di acciaio italiana. L’intuizione di Sinigaglia si rivelò corretta e la siderurgia italiana giocò un ruolo fondamentale nell’innescare il boom economico degli anni successivi.

 

La crisi di Bagnoli

La crisi di Bagnoli e dell’intera siderurgia europea iniziò nel 1973 con il primo shock petrolifero e la conseguente diminuzione del consumo globale di acciaio. La domanda di acciaio nel Paese calò in misura minore rispetto ai partner europei, ma la produzione faticò a recuperare i livelli pre-crisi e le imprese meccaniche della Penisola furono costrette a ricorrere alle importazioni. Il sistema italiano si mostrava debole perché caratterizzato da una bassa produttività degli impianti, dovuta a fattori come l’alta conflittualità della manodopera, l’inesperienza del management e la scarsa innovazione tecnologica. In tale momento di ristrutturazione, con il Piano per l’Industria siderurgica del 1979 si decise di installare un nuovo treno coils a Bagnoli, stabilimento che aveva toccato due anni prima il picco massimo di 7.911 addetti.

Nel 1980 la situazione precipitò a causa dei cambiamenti economico-monetari in atto. L’insediamento di Ronald Reagan alla Casa Bianca segnò l’abbandono di una politica monetaria accomodante da parte della Federal Reserve. La nuova politica promosse alti tassi d’interesse volti a contenere l’inflazione, le cui conseguenze furono la rivalutazione del Dollaro e il rialzo dei costi delle materie prime nei paesi importatori come l’Italia. L’adesione dell’Italia al Sistema Monetario Europeo (SME) rese inoltre impossibile deprezzare la Lira mediante svalutazioni competitive. La crisi innescata dal secondo shock petrolifero si rivelò quindi più grave in Italia rispetto agli altri Paesi europei.

Il 3 novembre 1981, il Ministro delle partecipazioni statali Gianni De Michelis presenziò un’assemblea con oltre 2.000 lavoratori dello stabilimento napoletano. L’esponente socialista propose lo spegnimento dell’altoforno e il rimodernamento dei laminatoi, operazioni che avrebbero comportato almeno sei mesi di cassa integrazione per gli operai. Il governo riteneva che fosse possibile garantire un futuro all’acciaio italiano solo concentrando la produzione a Taranto e le attività di laminazione a Cornigliano e Bagnoli. Nel 1984, la stipula dell’accordo tra Finsider e Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM), caratterizzata da numerosi contrasti anche all’interno delle forze sindacali, sancì la costruzione di un moderno treno di laminazione dal costo di 800 miliardi di lire. La chiusura dell’altoforno fu momentaneamente sospesa.

Malgrado Finsider avesse investito sui nuovi treni di Bagnoli, nel 1984 la Commissione europea ne concesse solo un utilizzo parziale, pari a una capacità di 1,2 milioni di tonnellate a fronte di una potenza complessiva di 2 milioni.

 

L’Intervento europeo

I lavoratori di Bagnoli erano consapevoli della rilevanza della Comunità Economica Europea (CEE) per il futuro della fabbrica, tanto che nel 1983 organizzarono una tragicomica protesta nella capitale belga. Gli operai viaggiarono dall’aeroporto di Capodichino a Bruxelles a bordo di piccoli aerei messi a disposizione da una compagnia rumena, l’unica che rispose alla richiesta di aiuto dei sindacati. I lavoratori arrivarono in città il 23 luglio, giorno della festa nazionale belga, quando gli uffici erano chiusi e nessuno era disposto a riceverli.

L’interventismo della Commissione europea nel mercato dell’acciaio fu decretato dal crollo dei prezzi del 1980. Il Commissario per gli Affari Industriali nel periodo 1977-1985 era il diplomatico belga Étienne Davignon, fautore di un moderato interventismo volto a correggere le storture del mercato. Le azioni del Commissario puntavano principalmente a: stabilire quote produttive e prezzi minimi per permettere alle imprese di sopravvivere evitando di lacerarsi tra loro con una guerra di prezzi indiscriminata; evitare di drogare il mercato con eccessivi aiuti alle imprese da parte dei governi; erogare maggiori risorse per la riqualificazione della manodopera e per la diversificazione economica delle aree di crisi.

La politica di Davignon si manifestò con la ratifica del primo Codice degli aiuti nel 1980. Secondo tale codice, i finanziamenti degli stati alle aziende siderurgiche dovevano essere vincolati ai paletti comunitari, in particolare alla decrescita di capacità produttiva. Nel 1981 fu approvato il secondo Codice degli aiuti che restrinse ancora di più l’operato dei singoli paesi, visto che l’erogazione di aiuti diventò esplicitamente condizionata ai tagli produttivi. Gli stati che necessitavano di erogare aiuti alle imprese avrebbero dovuto presentare piani di ristrutturazione finalizzati all’efficienza economica degli impianti. La Commissione Europea valutò i piani nazionali ed elaborò un piano comunitario di chiusure basato sull’idea di coordinare la decrescita produttiva spalmando i sacrifici su diversi paesi.

Nel 1985 la Commissione chiese all’Italia di tagliare 5,8 milioni di tonnellate di produzione di acciaio. Finsider perse complessivamente 4,6 milioni di tonnellate, pari al 15% dell’onere europeo, a fronte del 12% del valore di produzione. A seguito dell’eccessiva perdita di produzione, la Commissione compensò l’Italia con una rilevante quota di aiuti comunitari, circa il 30% del totale.

Il terzo Codice del 1985 prevedeva la possibilità di aiuti solo in casi circostanziati, come la ricerca e sviluppo, le spese per la riconversione ambientale e quelle per gli oneri sociali legati alle dismissioni. Il documento segnava la svolta politica impressa dal nuovo Commissario europeo per l’Industria, la Scienza e la Ricerca, il tedesco Karl-Heinz Narjes. Uomo politico dell’Unione Cristiano Democratica (CDU), Narjes si contraddistinse per un forte liberismo. Il mercato, e non la CEE, avrebbe dovuto farsi carico di eliminare la sovracapacità produttiva. Nel 1986 la Commissione liberalizzò i mercati di alcuni prodotti, rimuovendo quote produttive e prezzi minimi. Tali operazioni innescarono un braccio di ferro tra Commissione ed Eurofer, l’associazione dei produttori di acciaio europeo, ma la ripresa dei consumi del 1988 sancì definitivamente l’affermarsi del nuovo ordine liberista.

 

Epilogo

Il nuovo gruppo dirigente di Finsider elaborò nel 1987 il Piano per il risanamento della siderurgia a partecipazione statale, che prevedeva la liquidazione della società e la creazione di una nuova, l’ILVA. L’IRI si fece carico di 7.663 miliardi di lire tra debiti e perdite, affinché Finsider potesse affrontare il processo esponendo un’equilibrata situazione patrimoniale. Finsider decise di investire su Taranto sacrificando Bagnoli, in modo che la Commissione europea potesse accettare gli ingenti aiuti stanziati. Il governo italiano ratificò il piano della società nel giugno del 1988, prevedendo la chiusura dell’area a caldo di Bagnoli l’anno successivo.

Si susseguirono proteste da parte degli operai e del Partito comunista napoletano che, tuttavia, non mutarono la decisione di chiudere e smantellare lo stabilimento. L’altoforno effettuò l’ultima colata il 20 ottobre 1989, per poi essere comprato dall’India. Il moderno treno di laminazione venne ceduto alla Cina dopo una vita di appena cinque anni, caratterizzata da inadeguati livelli produttivi. La vendita dei macchinari fruttò allo Stato circa venti miliardi di lire, a fronte di investimenti molto più ingenti effettuati per ammodernare lo stabilimento e renderlo compatibile con l’ambiente. Pochi anni prima erano stati, infatti, realizzati impianti di abbattimento delle polveri, depurazione delle acque e insonorizzazione, oltre che la strutturazione di un’area verde.

La dismissione non è stata una semplice svendita di moderni impianti, ma ha rappresentato il crepuscolo di un modello di partecipazione statale all’imprenditoria che, seppur con grandissimi limiti, ha garantito sviluppo economico e sociale alla classe operaia napoletana. Tale declino è stato d’ispirazione per autori che hanno narrato un mondo che scompariva e un futuro incerto. Un futuro vissuto tra rabbia e rassegnazione, come descritto nell’opera La Dismissione di Ermanno Rea.

Studiare il triste epilogo della fabbrica siderurgica di Bagnoli chiarisce la genesi di uno dei punti più bassi della storia industriale italiana, le cui cause scatenanti comprendono la debolezza e la mancanza di programmazione da parte dello Stato. Quest’ultimo non è apparso in grado di strutturare una coerente politica d’investimenti, capace di interagire con le politiche comunitarie, la cui “schizofrenia” era aggravata dalla graduale sostituzione del paradigma keynesiano con quello neoliberista. Un epilogo che ci ricorda l’importanza cruciale di programmare una politica industriale e di sostenerla con decisioni coerenti, sia a livello nazionale che internazionale.


Riferimenti Bibliografici

Margherita Balconi, La siderurgia italiana (1945-1990): tra controllo pubblico e incentivi del mercato, Bologna, il Mulino, 1991.

Salvatore Romeo, L’acciaio in fumo. L’Ilva di Taranto dal 1945 a oggi. Una fabbrica e una città nella lunga parabola della siderurgia italiana, Roma, Donzelli Editore, 2019.

Francesco Soverina, C’era una volta l’Ilva a Bagnoli, in Resistoria. Bollettino dell’Istituto campano per la storia della Resistenza, terza serie, 2014-2015.

Riferimenti Multimediali

Il Cuore e L’Acciaio di Rai Educational, https://www.youtube.com/watch?v=gH0JPPoIkVU

Scritto da
Enrico Cerrini

Ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e all’Università di Graz e ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena.

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