“Senza Lavoro. La disoccupazione in Italia dall’Unità a oggi” di Manfredi Alberti
- 19 Ottobre 2016

“Senza Lavoro. La disoccupazione in Italia dall’Unità a oggi” di Manfredi Alberti

Scritto da Enrico Cerrini

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Teorie e dibattiti sulla disoccupazione

Non a caso, il libro è diviso in piccole sezioni che riassumono il dibattito politico, economico e statistico delle tre epoche a cui corrispondono i capitoli principali intitolati: “La scoperta della disoccupazione nell’Italia liberale”, “Tra due guerre” e “La disoccupazione in una repubblica fondata sul lavoro”. Il lettore prende quindi coscienza di come le idee di economisti, politici, sociologi, statistici e demografi si siano scontrate, siano emerse, cadute per poi tornare ancora in auge. Oltre all’assenza di soluzioni predeterminate per sconfiggere la disoccupazione, l’autore segnala come oggi la teoria dominante appaia in crisi, incapace di dare risposte sufficienti ad affrontare un tasso di disoccupazione intollerabile.

Alcuni dei dibattiti che il saggio di Alberti rievoca nella sua sezione storica non appaiono più attuali alla sensibilità odierna. Fino all’età repubblicana, ad esempio, gran parte della classe politica vedeva nelle guerre coloniali un fattore di contenimento della disoccupazione, grazie alla possibilità di liberare nuove terre da assegnare ai contadini.1 Oggi, questa linea di pensiero appare inaccettabile prima ancora che inutile. Per quanto riguarda la questione demografica sembra invece che il dibattito sia approdato ad una soluzione unica, secondo la quale l’aumento della natalità è visto come fattore che stimola la crescita degli investimenti e contrasta la disoccupazione. Appare invece desueta la teoria ventilata dalla scuola malthusiana che riteneva che un eccessivo sviluppo demografico potesse limitare le risorse disponibili e aumentare la massa dei disoccupati.2

Al contrario, per quanto riguarda le teorie più prettamente economiche la discussione prosegue tuttora, malgrado gli ultimi trent’anni abbiano visto il prevalere della dottrina neoliberista. Questa teoria si riallaccia al modello neoclassico, in auge tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il quale suggerisce che l’intervento dello Stato non faccia altro che deprimere gli investimenti privati. Dal punto di vista del mercato del lavoro, la domanda e l’offerta si equilibrerebbero naturalmente se i salari fossero lasciati liberi di fluttuare e la legislazione in materia venisse ridotta ai minimi termini. Le teorie keynesiane puntano invece il dito contro le inefficienze del mercato, sostenendo, di conseguenza, come per creare occupazione sia necessario far crescere la domanda di lavoro aumentando gli investimenti pubblici e stimolando quelli privati. Secondo questa prospettiva non è essenziale diminuire le regole, ma piuttosto creare posti di lavoro.

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Scritto da
Enrico Cerrini

Ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e all’Università di Graz e ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena.

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