“Senza Lavoro. La disoccupazione in Italia dall’Unità a oggi” di Manfredi Alberti
- 19 Ottobre 2016

“Senza Lavoro. La disoccupazione in Italia dall’Unità a oggi” di Manfredi Alberti

Scritto da Enrico Cerrini

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La disoccupazione dall’Unità a oggi

Lo scontro tra le teorie socio-economiche va situato nel contesto sociale e politico, aiutando a contestualizzare il dato della disoccupazione e a comprendere il fenomeno, che assume caratteristiche diverse in ogni epoca studiata. Il primo capitolo del libro analizza gli anni dall’Unità alla Grande Guerra, quando l’Italia si presentava come un Paese profondamente rurale, nel quale l’andamento della disoccupazione dipendeva spesso da quello delle stagioni. L’Autore ricorda un’intervista del 1893 in cui un contadino ammetteva di lavorare la terra in un dato periodo per poi cucinare l’erba selvatica raccolta nei campi nel resto dell’anno.3 Sicuramente risultava molto complicato etichettare questo lavoratore come disoccupato o meno. Durante quest’epoca storica, in cui la teoria neoclassica era dominante, la legislazione a tutela dei lavoratori iniziava a creare i primi strumenti di assistenza in caso di disoccupazione e di evitare che il bracciantato si tramutasse in schiavitù.

Il fascismo ereditò un tessuto produttivo plasmato dalla Grande Guerra, durante la quale lo sviluppo industriale si velocizzò per sostenere lo sforzo bellico. La crescita del settore industriale favorì la crescita di una classe operaia pronta a rivendicare i propri diritti. Per contenere le turbolenze e i conflitti sociali generatisi, la borghesia liberale favorì in parte l’ascesa del fascismo, che si attestò inizialmente su posizioni neoclassiche. Ma le teorie keynesiane, emerse dalla Grande Depressione del ’29, finirono per influenzare le scelte del regime.4 L’intervento statale in economia si tradusse in grandi opere pubbliche, come i piani di bonifica, e la nascita dell’IRI. I provvedimenti del regime avevano anche l’obiettivo di evitare agitazioni della classe operaia, dato che l’elevata disoccupazione minacciava la stabilità del regime in un contesto in cui si riaffacciava il Partito Comunista clandestino.5

Dopo la fine della Secondo Guerra Mondiale, i Padri Costituenti scelsero di fondare la Repubblica sul lavoro indicando implicitamente il pieno impiego come una priorità. In linea con le teorie keynesiane, la spesa pubblica ebbe un ruolo determinante nel contrastare la disoccupazione e, negli anni Sessanta, il governo di centrosinistra raggiunse una situazione molto vicina al pieno impiego. In seguito, furono rafforzate le tutele dei lavoratori grazie all’ampliamento del sistema di welfare, che incise sia per quanto riguarda il sostegno al reddito in caso di disoccupazione che per le tutele operaie e sindacali nei luoghi di lavoro. Mentre il welfare si espandeva, terminava il predominio del settore industriale, cresceva il peso del settore dei servizi e si verificarono fenomeni che contraddicevano le teorie keynesiane, come la stagflazione, ovvero la crescita dei salari accompagnata ad un’elevata disoccupazione.6 In reazione a questo fenomeno, fiorirono le teorie neoliberiste che prevedevano la deregolamentazione del mercato del lavoro e predicavano il contenimento della spesa pubblica.7 Le stesse teorie appaiono ancora oggi dominanti, sebbene la crisi del 2008 abbia fatto emergere una timida e parziale revisione.

Al momento attuale, malgrado notevoli riforme, il tasso di disoccupazione italiano rimane ancora elevato. Al fine di ridurre questo dato, l’Autore del saggio fa intendere al lettore come sia necessario ripensare le modalità con cui si combatte questo fenomeno. In particolare, non appare efficace concentrarsi sulla sola deregolamentazione del mercato del lavoro, ma è necessario far crescere gli investimenti pubblici e privati, in modo da dare nuovo impulso alla domanda di lavoro. Quest’ultimo appare come il metodo che ha ottenuto risultati migliori nel corso del tempo. Inoltre, devono essere affrontati i grandi problemi strutturali che hanno da sempre caratterizzato il mercato del lavoro italiano. Malgrado i numerosi sforzi, l’Italia deve ancora cercare adeguata soluzione alla scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro, alla sottooccupazione dei lavori intellettuali, al divario economico-sociale tra Nord e Sud e al grande peso dell’economia sommersa.

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1 I. Bonomi, La politica di emigrazione. Colonizzazione interna e colonizzazione estera, in <<Critica Sociale>>, a. XIV, n. 6, 16 marzo 1904, pp. 81-84

2 A. Loria, La vecchia e la nuova fase della teoria della popolazione, in <<Rivista Italiana di Sociologia>>, 1, luglio 1897, pp. 4-16

3 A. Rossi, L’agitazione in Sicilia. A proposito delle ultime condanne, Max Kantorowicz Editore, Milano, 1894, p. 68

4 A. Macchioro, Il keynesismo in Italia, in Id. Keynes, Marx, l’Italia, a cura di L. Michelini, Carocci, Roma, 2007, pp. 182-187

5 P. Secchia, La lotta della gioventù proletaria contro il fascismo (1930), Teti, Milano, 1975

6 P. Garonna, Disoccupazione e pieno impiego. Il dibattito sul concetto di occupazione e disoccupazione, Marsilio, Venezia, 1981

7 M. Friedman, The role of monetary policy, in <<The American Economic Review>>, LVIII, 1, marzo 1968, pp. 1-17


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Scritto da
Enrico Cerrini

Ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e all’Università di Graz e ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena.

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