“Disuguaglianza: che cosa si può fare?” di Anthony Atkinson

Atkinson

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Cambiamento tecnologico e disuguaglianza

Atkinson non ritiene che il cambiamento tecnologico sia una determinante “esogena” della disuguaglianza, al di fuori del nostro controllo, ma è invece “il prodotto di decisioni prese da aziende, ricercatori e governi”.

Si possono imparare molte cose infatti dal modo in cui le innovazioni tecnologiche sono state impiegate nelle aziende e da quali conseguenze hanno avuto. Prendiamo quindi il caso di un’azienda automobilistica che decida di investire in nuove tecnologie che, grazie alle innovazioni nella robotica, permettano di automatizzare il processo di verniciatura dei veicoli. L’autore afferma che a prima vista questo sembrerebbe essere un cambiamento positivo: gli operai che si occupano di verniciare le macchine non correrebbero più rischi per la propria sicurezza sul posto di lavoro[2] e per eseguire controllo e manutenzione sui robot, dovranno essere assunti nuovi lavoratori con livelli di istruzione maggiori. Una volta superata una prima fase di prova, in cui gli occupati aumenteranno, è legittimo aspettarsi invece una riduzione della forza lavoro, poiché una volta “rodati”, i robot avranno meno bisogno di controlli e manutenzione.

A ciò si aggiungono anche i minori costi di negoziazione che l’azienda dovrà sostenere, dal momento che i robot non scioperano e non sono nemmeno iscritti al sindacato. Emergerebbe quindi uno scenario benevolo: col progresso tecnologico i lavori più usuranti e spiacevoli verrebbero eliminati. Eppure Atkinson avverte il lettore che quando si parla di cambiamento tecnologico è molto pericoloso lasciare tutto in mano all’economia di mercato. Vi sono infatti tre elementi di criticità rinvenuti dall’autore.

Il primo è legato a questioni di equità e Atkinson lo riassume ponendosi la domanda “di chi saranno nipoti quelli che godranno del maggior tempo libero?”. Bisogna assolutamente prendere in considerazione il reddito da capitale che le persone ricevono, poiché impatta fortemente sul problema di una più equa distribuzione della ricchezza. Ecco quindi emergere l’altra grande domanda, che in futuro diventerà ancora più pressante: “chi possiede i robot”?.

Il secondo problema è che è facile immaginarsi un mondo in cui il cambiamento tecnologico elimini solo i lavori usuranti e spiacevoli[3]. I nostri giudizi possono cambiare sensibilmente qualora i robot eliminassero mansioni dove il “servizio umano” ha un ruolo importante. Per usare le parole dello stesso Atkinson: “l’interazione umana può dare la rassicurazione che il prodotto soddisfi i bisogni del consumatore o fornire informazioni fondamentali su come usare il prodotto. Farmaci prelevati da un distributore automatico non offrono il consiglio del farmacista sul loro uso corretto”. Ed è proprio l’elemento del servizio umano che sta al centro del pensiero di Atkinson, secondo cui il servizio umano rafforzerebbe la produttività relativa delle persone rispetto al capitale, ma solo se ci si aspettasse che tale servizio continuasse ad essere erogato.

È proprio in questo punto che emerge la posizione di Atkinson, in maniera potente ma incredibilmente semplice: se il cambiamento tecnologico prende piede in una fase storica in cui le necessità principali delle aziende e dello Stato sono quelle di minimizzare i costi di fornitura di determinati servizi, senza dare troppo peso al mantenimento della natura degli stessi, ecco che le aziende saranno spinte a investire su automazione e meccanizzazione che produrranno effetti negativi su salari e occupazione. Al riguardo, Atkinson muove un’importantissima critica nei confronti dei programmi di austerity. Se l’effetto del taglio ai budget pubblici è quello di ridurre gli elementi di servizio umano, allora i programmi di austerità “contribuiscono a spostare il reddito dai lavoratori al capitale”.

Il terzo elemento problematico rilevato da Atkinson è che l’automazione che diventa sempre più conveniente e che porta ad una crescente sostituzione con gli uomini non è l’unica strada da percorrere. Forse era possibile intraprendere una strada dove il cambiamento tecnologico valorizzasse il “servizio umano”, tuttavia in questo caso le motivazioni delle aziende potrebbero distaccarsi dagli interessi della società, ed è proprio da questa considerazione che Atkinson elabora la sua prima proposta.

“La direzione del cambiamento tecnologico deve essere una preoccupazione esplicita della politica; va incoraggiata l’innovazione in una forma che aumenti l’occupazione, mettendo in rilievo la dimensione umana della fornitura di servizi”.

In questo senso le proposte di Atkinson si intrecciano con quanto affermato da Mariana Mazzucato, mostrando come il ruolo dello Stato nel finanziare l’innovazione tramite investimenti pubblici di lungo periodo non sia solo motivato da questioni di efficienza, ma anche di uguaglianza. Per Atkinson infatti “non basta dire che la crescita della disuguaglianza è dovuta a forze tecnologiche al di fuori del nostro controllo. Il governo può avere un’influenza sulla strada che viene imboccata”. Com’è chiaro, la ricerca scientifica ricopre un ruolo vitale nel direzionare il cambiamento tecnologico; eppure, come ci ricorda Mazzucato, l’innovazione non è assolutamente un percorso studiato a tavolino ed è soprattutto un processo collettivo, dal momento che la società ha un interesse diretto nel trasferimento tecnologico. Quando vengono prese decisioni relative all’innovazione il governo dovrebbe quindi avere come primo pensiero le conseguenze distributive di tali processi. Ad esempio, sostiene Atkinson, la DARPA avrebbe dovuto porsi delle domande sulle conseguenze che avrebbe avuto il piano per realizzare veicoli autonomi, di cui un terzo delle forze di terra avrebbe dovuto servirsi entro il 2015. La DARPA avrebbe dovuto chiedersi quali potessero essere le conseguenze del trasferimento tecnologico dall’esercito alla società civile, domandandosi cosa sarebbe successo ai taxisti e ad altri lavoratori. La ricollocazione dei lavoratori umani che sarebbero stati sostituiti avrebbe dovuto essere un problema tanto importante quanto quello della realizzazione fattiva della ricerca stessa.

A fianco della direzione del cambiamento tecnologico e della produttività del lavoro e del capitale sta anche il problema della polarizzazione dei settori dell’economia. Atkinson ne parla partendo dal cosiddetto “effetto Baumol”, che afferma che la produttività cresca di più in determinati settori e che, al tempo stesso, in altri settori non vi sia modo di aumentare l’output per persona. L’autore ricorda che l’effetto Baumol è stato spesso applicato al settore pubblico, sostenendo che la crescita più lenta della produttività in settori come sanità e istruzione comporti un costo crescete dei servizi pubblici, che genererebbe problemi fiscali. Enunciato nella sua “versione forte”, l’effetto Baumol prevedrebbe che, poiché grazie al progresso tecnologico è ora possibile produrre due macchine nello stesso tempo con cui prima se ne produceva una, il costo relativo dell’istruzione raddoppi qualora i salari dell’istruzione pubblica aumentino in parallelo a quelli della manifattura. Atkinson afferma però che la produttività del servizio pubblico dipende sia dall’attività svolta che dal valore attribuito a quell’attività: “un mal di schiena ben curato può significare che il paziente è in grado di tornare al lavoro prima. Il fatto che il lavoratore sia più produttivo nella mansione […] a cui torna comporta che il guadagno derivante dal trattamento per il mal di schiena […] è ora maggiore. Il volume dell’attività di servizio pubblico rimane lo stesso, ma il suo valore è cresciuto”. Il governo quindi non può “arrendersi” all’effetto Baumol, prendendolo come inevitabile, ma deve puntare ad aumentare la produttività dei lavoratori nei settori ad alta intensità di lavoro e quindi investendo pesantemente sul capitale umano. Molto interessante è il ragionamento che Atkinson propone sulla pubblica amministrazione, che per lui dovrebbe essere migliorata, sostenendo la necessità di creare un servizio “ben addestrato e indipendente”.

La tecnologia ha un ruolo importantissimo nel migliorare l’efficienza di un servizio, ma il governo deve bilanciare i risparmi ottenuti tramite il progresso tecnologico ponendosi il compito di salvaguardare coloro i quali sono più svantaggiati nella loro relazione con le nuove tecnologie. Come afferma Atkinson “la disuguaglianza economica spesso va a braccetto con differenze nell’accesso nell’uso o nella conoscenza delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione […], per una persona che ha appena perso il posto di lavoro inoltrare una domanda di indennità di disoccupazione online può essere una seria sfida. Coloro che si trovano in difficoltà sono quelli che hanno più bisogno di un’amministrazione dal volto umano.

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Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.