“Disuguaglianza: che cosa si può fare?” di Anthony Atkinson

Atkinson

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Un’aliquota al 65%

Nel corso degli anni il Regno Unito, così come molti altri paesi, ha radicalmente diminuito le tasse più alte. Il governo Thatcher, appena insediato, ridusse l’aliquota massima sul reddito da lavoro dal 83% al 60% e poi, nel 1988, l’aliquota massima venne nuovamente diminuita al 40% (attualmente è al 45%). Nel corso degli anni vi sono stati diversi dibattiti sugli effetti dell’aumento delle imposte, nello specifico relativi al rapporto fra l’aumento delle aliquote e il gettito; Brewer, Saez e Shephard ad esempio, hanno stimato che l’aliquota d’imposta più alta che massimizzi il gettito è del 40% . Atkinson critica apertamente l’idea per cui l’aliquota che massimizza il gettito debba essere fissata al 40%; secondo l’autore vi sono diversi motivi per essere scettici riguardo questa affermazione. Innanzitutto c’è molta incertezza sull’elasticità imponibile, inoltre il livello dell’aliquota massima può cambiare a seconda degli assunti di partenza (e se i guadagni marginali derivassero dal lavoro autonomo? Se i lavoratori dipendenti venissero pagati attraverso un’azienda così che non vengano versati tutti i contributi per la previdenza sociale?). Vi è anche un problema relativo all’interdipendenza fra i redditi di persone diverse, che nei lavori discussi da Atkinson, come quello della Mirrlees Review, non vengono presi in considerazione; l’autore sostiene infatti che “l’aumento del reddito del primo 1% risultante dal taglio delle imposte vada a spese di altri contribuenti. In termini di attività imprenditoriali, potrebbe essere come pescare nello stesso stagno: l’aumento di reddito per i primi significa meno opportunità per altri”.

A queste considerazioni bisogna anche aggiungere che l’abbassamento delle aliquote ha stimolato la crescita dei “super-dirigenti”, un elemento che anche Piketty ha ritenuto essere centrale nella determinazione delle disuguaglianze nei redditi da lavoro.  In passato, con aliquote marginali d’imposta elevate, i dirigenti non avevano molti incentivi nel negoziare retribuzioni più elevate, cosa che invece hanno incentivo a fare adesso. Dagli anni ’80 in poi, i manager si sono sempre più sforzati per aumentare le loro remunerazioni o i loro bonus, a spese degli azionisti. Perciò, sostiene Atkinson, “all’aumento dei guadagni dei manager vanno contrapposte le cifre più basse pagate agli azionisti che, sotto forma di dividendi più bassi, significano minor gettito fiscale”.

Prestando attenzione ai tremi di equità fiscale, sostenendo che l’aliquota marginale deve essere tenuta distinta da quella media, anche e soprattutto per tutelare le persone con i redditi più bassi, che quindi potrebbero trovarsi inverosimilmente svantaggiate da un aumento del proprio reddito, poiché questo farebbe scattare prelievi maggiori, Atkinson arriva a proporre l’introduzione di un’aliquota massima per i redditi più elevati delle persone fisiche del 65%. L’idea è quella di aumentare l’aliquota media pagata dalle persone con i redditi più alti. “Ciò significa che, per aumentare l’aliquota media di chi sta meglio, devono aumentare le aliquote marginali sui gradini inferiori della scala dei redditi”.

“Dobbiamo tornare a una struttura di aliquote più progressiva per l’imposta sui redditi delle persone fisiche, con aliquote marginali crescenti per scaglioni di reddito imponibile, fino a un’aliquota massima del 65%, il tutto accompagnato da un ampliamento della base imponibile”.

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Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.