“Disuguaglianza: che cosa si può fare?” di Anthony Atkinson

Atkinson

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Reddito minimo di partecipazione

Per Atkinson ci sono pochi dubbi: è fondamentale rovesciare il trend che da più di trent’anni ha caratterizzato le politiche di taglio al Welfare State, che di recente sono state ulteriormente rinvigorite dalla logica dell’austerity. L’autore propone una riflessione molto interessante sul reddito minimo per gli adulti, un tema che ultimamente è spesso e volentieri al centro del dibattito pubblico. È soprattutto famoso il concetto di reddito di base, detto anche reddito di cittadinanza. Il reddito di cittadinanza verrebbe erogato su base individuale, con eventuali distinzioni in base all’età o alle condizioni di salute o a eventuali disabilità, senza essere legato allo status socioeconomico e senza legami con i contributi di sicurezza sociale, che verrebbero aboliti. Verrebbe sottoposto all’imposta dei redditi delle persone fisiche e verrebbero aboliti gli sgravi personali, rendendo quindi il reddito di cittadinanza, nella sua versione “pura”, il sostituto di tutto il sistema di previdenza sociale e dei benefici legati alla condizione economica. Secondo Atkinson questa è un’idea impercorribile, poiché il reddito di cittadinanza è molto difficile da finanziare. Togliere la spese di previdenza sociale e tutti i trasferimenti sociali non vorrebbe dire infatti che si è “coperta” tutta la spesa pubblica di uno stato, che potrebbe quindi essere rimpiazzata in toto dal reddito di cittadinanza. Vi sono altre spese di governo, motivo per cui servirebbe un’aliquota forfettaria troppo alta, anche al di sopra del 50%[7]. Ipotizzando che per finanziare queste altre spese servisse un’aliquota del 20%, finanziare l’erogazione di un reddito minimo pari ad un terzo del reddito medio (da finanziare con un aliquota del 33,3%) richiederebbe un’aliquota totale del 53,3%.

Atkinson propone quindi l’introduzione di un reddito minimo a complemento dell’attuale sistema di previdenza sociale, che si distinguerebbe dal reddito di cittadinanza su due aspetti. Il primo è la già menzionata natura complementare del reddito minimo: un pensionato che riceve una pensione statale si vedrebbe accreditato il più alto dei due importi, la pensione o il reddito minimo. Il secondo invece riguarda i criteri di erogazione del reddito, che Atkinson non legherebbe alla cittadinanza, un’idea che è allo stesso tempo troppo restrittiva e troppo ampia, ma alla “partecipazione”. L’autore definisce con “partecipazione” l’apporto di un “contributo sociale”, che per gli individui in età lavorativa potrebbe essere soddisfatto da un lavoro (sia autonomo, che dipendente o a tempo parziale), dalla formazione/istruzione o dalla ricerca attiva di un lavoro, dalla “cura domestica di bambini piccoli o di anziani non autosufficienti o dal volontariato regolare presso un’associazione riconosciuta”.

L’autore preferisce la partecipazione alla cittadinanza come criterio di erogazione del reddito minimo poiché quest’ultima è allo stesso tempo troppo ampia e troppo ristretta. Prendendo ad esempio il caso britannico l’autore sostiene infatti che la cittadinanza sia un criterio troppo ampio perché non sarebbe sensato fornire il reddito minimo a persone che pur essendo cittadini britannici non vivono in Regno Unito. Tuttavia, la cittadinanza è contemporaneamente una condizione troppo restrittiva per l’erogazione del reddito minimo poiché non sarebbe giusto escludere i cittadini di altri paesi che arrivano in Regno Unito per lavorare. Questo passaggio è sicuramente il più interessante, soprattutto alla luce dei recenti sviluppi: il libro è stato pubblicato un anno prima del referendum sulla permanenza del Regno Unito in Unione Europea. Atkinson chiama direttamente in causa l’Europa, affermando che in virtù della libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’UE sarebbe sbagliato escludere i cittadini di altri paesi membri dai programmi di fornitura del reddito minimo. Si potrebbe quasi dire che questo problema si sia “risolto” con il referendum del 28 Giugno 2016, ma la critica che Atkinson muove all’idea di reddito di cittadinanza è ancora valida: l’idea di un reddito di partecipazione sottostante alle condizioni enunciate dall’autore può tranquillamente valere nonostante la Brexit. Tuttavia è proprio sull’Unione Europea che l’autore si sofferma nel delineare la sua proposta:

“Deve essere introdotto a livello nazionale un reddito di partecipazione, a complemento della protezione sociale esistente, con la prospettiva di un reddito di base per i figli a livello di tutta l’Unione Europea”.

Altro elemento di interesse è che secondo Atkinson l’intero sistema di welfare debba superare l’assistenza cosiddetta “means-tested”, ovvero la fornitura di benefits legata agli indicatori della situazione economica. La diffusione di questi strumenti di controllo nell’erogazione dei social benefits non è nuova: la verifica della situazione reddituale è oggi sempre più estesa. Atkinson rileva diverse problematiche legate a questi strumenti, ma la più interessante fra tutte, che mostra la grande sensibilità dell’autore nei confronti di tematiche anche non prettamente economiche, è che la verifica del reddito crea delle barriere e, soprattutto, è stigmatizzante. Crea delle barriere perché raccogliere informazioni e completare il modulo di domanda per un determinato beneficio, che magari passa attraverso ad una burocrazia fortemente informatizzata ed automatizzata, può essere molto più difficile per gli individui delle classi più svantaggiate. Una delle ragioni per cui una “significativa minoranza” non fa domanda è per via degli stringenti criteri con cui devono dimostrare le proprie condizioni economiche[8].

Ma il sistema di “means-testing” è crea anche uno stigma per chi intende fare domanda. Atkinson rileva che questa è una storica preoccupazione in Regno Unito, in cui già dal XIX secolo si registravano testimonianze di persone che ammettevano di sforzarsi per non fare domanda di integrazione del salario. L’autore afferma che un sostegno efficace al reddito si misuri da come quel sostegno sia visto dai suoi potenziali beneficiari e in questo senso la pubblicità negativa fatta dai media nonché i commenti fatti dai politici nei confronti di chi fa domanda per i benefici hanno effetti esecrabili. Se chi gode di un beneficio viene bollato come “fallito”, scoraggiando molte persone dal fare domanda per dei benefici di cui avrebbero bisogno, allora non resta che ammettere le gravi falle che affliggono il sistema di protezione sociale, e non solo del Regno Unito.

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Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.