Stupido è chi povero è: disuguaglianze cognitive, una minaccia per la democrazia?

disuguaglianze

Il tema delle disuguaglianze è tornato prepotentemente di attualità nel dibattito politico ed economico, dopo decenni di prolungato torpore. La rivoluzione monetarista anglo-sassone dei primi anni Ottanta, via di fuga economica e ideale per un Primo Mondo preda di sempre maggiori rivendicazioni politiche e salariali delle classi lavoratrici e dell’esaurimento della spinta propulsiva keynesiana, è stato un vero e proprio cambio di paradigma (Hall 1993), maggiore responsabile di questa rimozione collettiva. Non l’unico: il crollo dell’impero sovietico e la conseguente diaspora ideale di partiti comunisti e socialisti, il contagioso innesto di democrazie liberali ed economie di mercato su una sempre più ampia parte di mondo, l’illusione di una Terza Via capace di conciliare gli interessi di capitale e lavoro su una piattaforma progressista. Passaggi cruciali, non sul viale del tramonto della storia come a molti è piaciuto pensare, bensì verso un tornante oscuro di cui oggi appena si intravedono le forme.

La fine del primo decennio del Duemila ha coinciso con l’implosione del capitalismo finanziario statunitense, ergo mondiale, a suggellare la fine di quella Great Moderation equivalente economico della fine della storia. Il tema delle disuguaglianze è quindi tornato, improvvisamente, in auge: non più indispensabile corollario di un sistema capace, nel medio periodo, di beneficiare tutti come la famosa marea che solleva sia zattere che velieri; ma attributo intrinseco di un modello di produzione e distribuzione basato su iniquità non (solo) legate a differenze di valore aggiunto né destinate a livellarsi nel corso del tempo.

Il lavoro pionieristico di Sir Anthony Atkinson, economista britannico recentemente scomparso, impegnato in decennali studi su cause e rimedi della disuguaglianza e autore di un monumentale Inequality (2015), ha rappresentato le fondamenta di una riscoperta incarnata simbolicamente dal successo planetario di Thomas Piketty e del suo Capitale nel XXI Secolo. Opera imponente e di lungo respiro, capace di tracciare l’evoluzione di capitale e reddito attraverso gli ultimi tre secoli nei maggiori paesi occidentali, il libro dell’economista francese ha radicalmente influenzato il dibattito politico ed economico. Il suo giovane collaboratore Gabriel Zucman si è concentrato sull’aspetto tecnico ma cruciale dei paradisi fiscali con The Hidden Wealth of Nations (2015). Branko Milanovic, infine, si è occupato a più riprese dell’analisi della disuguaglianza a livello globale, con i suoi The Haves and the Have-Nots: A Brief and Idiosyncratic History of Global Inequality (2010) e Global inequality: A New Approach for the Age of Globalization (2016), uno dei saggi più acclamati dell’anno passato.

Questa rinnovata attenzione al tema della distribuzione ha inevitabilmente influenzato il contesto politico, specialmente dalle parti di quella sinistra che storicamente ha considerato l’uguaglianza come stella polare (Bobbio 1994). Il classico crinale tra sinistra radicale e riformista si è quindi allargato intorno ai principi da opporre all’incalzante concentrazione della ricchezza, senza però riempirsi di contenuti nuovi volti ad aggiornarne le politiche. Distanti nella valutazione del capitalismo e delle sue conseguenze (anti-)democratiche, così come nelle proposte per scioglierne i nodi, le due piattaforme non riescono a smarcarsi dalle rispettive tradizioni, con qualche timida proposta di reddito universale e poco altro rimasto a marcare la contesa politica.

Tra i due litiganti, la destra lepenista gode, e raccoglie i dividendi politici di questo nuovo vento. Il nazionalismo protezionista e xenofobo (à la page come sovranismo), arci-nemico di tutte le istituzioni sovranazionali, ha infatti guadagnato terreno culturale e politico un po’ ovunque, e promette di infiammare le maggiori tornate elettorali del 2017.

Come se non bastassero le brutte notizie per una sinistra orfana di riferimenti, c’è un ulteriore meccanismo che potrebbe rivelarsi sempre più rilevante nel motore delle disuguaglianze. Un meccanismo che da freno rischia di diventarne acceleratore nell’arco di pochi decenni, e che giocherà un ruolo cruciale nella nostra comprensione ed eventuale capacità di fornirvi risposte adeguate. Mi riferisco a quelle che potremmo definire disuguaglianze cognitive, e alle potenziali conseguenze del cognitive enhancement (letteralmente “potenziamento cognitivo”).

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Il tema delle disuguaglianze

Pagina 2: Disuguaglianze e potenziamento cognitivo

Pagina 3: Conclusioni


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Laureato in Economics presso l'Università di Bologna, attualmente studia Economics and Philosophy presso la London School of Economics and Political Science.

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