Stupido è chi povero è: disuguaglianze cognitive, una minaccia per la democrazia?

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Disuguaglianze e potenziamento cognitivo

Le disuguaglianze cognitive, in principio, ricalcano null’altro che la distribuzione delle facoltà intellettive nella popolazione, le quali per decenni, grazie a un vasto e democratico sistema di istruzione pubblica, hanno agito come principale ascensore sociale. Rigettate tutte le ambizioni di riforma strutturale dell’organizzazione di produzione e distribuzione, la sinistra ha fatto della meritocrazia il proprio vessillo: un principio volto a garantire uguali condizioni di partenza per tutti (grazie a un’istruzione di qualità), così da assicurare disuguaglianze “giuste”, basate su valori fondamentali anziché su privilegi e rendite (altra buzzword di primo piano nel vocabolario della sinistra contemporanea).

A prescindere dall’intrinseca fragilità del concetto di meritocrazia (termine peraltro coniato con accezione dispregiativa) e le critiche alla sua presunta azione mitigatrice rispetto alle disuguaglianze di censo, nuove insidie ne minacciano l’efficacia nei decenni a venire. Non mi riferisco qui all’istruzione d’élite e alle ormai documentate crescenti iniquità nei tassi di ammissione alle università più prestigiose, e più attive nella retorica meritocratica, del mondo1, bensì a nuove o nuovissime forme di potenziamento cognitivo che potrebbero giocare un ruolo ancora più importante rispetto a quello dell’istruzione: la diffusione delle “smart drugs”, la selezione genetica e l’integrazione con device esterni.

L’utilizzo di sostanze volte a migliorare le prestazioni umane, in termini fisici o mentali, non è una recente novità, né si limita all’ambito cognitivo (pensiamo al doping nello sport). È vero tuttavia che l’assunzione di psicofarmaci in contesti accademici altamente competitivi è aumentata in modo sostanziale, in particolare nel mondo anglosassone, così come l’efficacia di questi prodotti (British Medical Association 2007). I quesiti etici hanno dominato la discussione intorno a questo fenomeno, con pareri sia favorevoli che fortemente contrari alla legalizzazione o promozione dell’uso di smart drugs. Un aspetto sottovalutato nel dibattito, però, riguarda l’effetto “redistributivo” di questa sempre più diffusa abitudine, ancora una volta favorevole agli studenti economicamente più facoltosi e quindi in grado di permettersi il maggior numero o la maggior qualità di smart drugs (al di là di ogni disposizione etica). Un fattore che, sommato al filtro classista nelle procedure di ammissione, rischia di aggravare sensibilmente il divario socio-economico tra laureati di successo e il resto della popolazione.

Lo stesso discorso potrebbe ben presto applicarsi a tutte le professioni che richiedono performance cognitive cruciali in condizioni di stress (per esempio cardiochirurghi o piloti di aereo) – in questo caso con implicazioni etiche più che politico-economiche.

Il potenziamento per via genetica è una via più impervia in ragione delle attuali stringenti regolazioni (principalmente dovute a drammatiche esperienze storiche) ma anche molto più “promettente” in termini di risultati e in vista della probabile deregulation che investirà il campo nei prossimi decenni – in particolare per timore del sorpasso di una Cina concentrata su politiche demografiche a lungo-termine e molto più impermeabile a premure etiche (si veda Bostrom 2014). La selezione di embrioni sarebbe uno dei metodi di potenziamento cognitivo (e non solo) più efficaci, ed è consentita, entro certi limiti, in sempre più paesi: in Italia, per esempio, la Consulta l’ha resa possibile quando finalizzata a evitare l’impianto di embrioni affetti da gravi malattie trasmissibili. Nel febbraio 2016, il Ministero della Salute britannico ha concesso l’autorizzazione a un gruppo di biologi di sperimentare l’editing genetico su un gruppo di embrioni umani, per la prima volta in Occidente – con il divieto di impiantarli nelle pazienti. E le paure di una deriva “eugenetica” sembrano se non altro fuori tempo massimo, considerata la florida esistenza di aziende come California Cryobank o Cryos International, attive banche del seme con tariffe altamente variabili a seconda delle caratteristiche fisiche e intellettive del donatore.

Senza bisogno di considerare più esotici percorsi alternativi per il potenziamento cognitivo per via genetica (come la clonazione, o il design di nuovi geni sintetici), è ancora più evidente che nel caso precedente come la distribuzione delle qualità cognitive rischi di essere sempre più positivamente correlata alla distribuzione della ricchezza, visto che genitori più ricchi saranno più inclini a investimenti più corposi sulla determinazione delle caratteristiche genetiche dei propri discendenti.

L’integrazione con device esterni, infine, è forse la prospettiva più prossima seppur più trascurata. L’ipotesi della mente estesa (hypothesis of extended mind, Clark e Chalmers 1998) invita a considerare gli elementi dell’ambiente esterno che integrano o realizzano un processo cognitivo come parte della mente stessa. Il classico esempio è quello di un malato di Alzheimer che affida a un quaderno tutti i propri appunti da utilizzare in futuro – in questo caso, il quaderno equivale, né più né meno, alla sua memoria (per i più cinefili, qualcosa di simile vale per il corpo e le fotografie del protagonista di Memento, il film diretto da Cristopher Nolan). Dapprima vivacemente combattuta, l’ipotesi ha preso sempre più piede, anche grazie alla diffusione e alla rilevanza degli smartphone nella nostra vita quotidiana. A prescindere dalla validità di questa teoria (e della sua parente più “moderata” detta ipotesi della cognizione integrata, hypothesis of embedded cognition), il ruolo giocato da fattori esterni nelle nostre capacità cognitive, non solo mnemoniche, è sempre più preponderante, e sempre più legato a device cui facciamo costante affidamento. Le disuguaglianze rimangono relativamente ininfluenti finché pensiamo a strumenti come Wikipedia o Google Maps (il cui proficuo utilizzo è comunque circoscritto a possessori di smartphone con adeguata connessione), ma è facile immaginarne l’impatto con l’arrivo dei primi wearable devices e più in generale della cosiddetta Internet of Things. Quando, cioè, l’integrazione tra uomo e macchina raggiungerà livelli senza precedenti, e potenza ed efficacia cognitive dipenderanno in maniera cruciale dalla qualità e dall’estensione degli strumenti a disposizione. Strumenti con un costo adeguato alle potenzialità, così che è facile immaginare come la distribuzione delle potenzialità cognitive potrebbe rispecchiare fedelmente la distribuzione delle capacità di spesa.

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Laureato in Economics presso l'Università di Bologna, attualmente studia Economics and Philosophy presso la London School of Economics and Political Science.

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