Disuguaglianze e postdemocrazia. Intervista a Colin Crouch

Colin Crouch

In occasione della recente uscita del nuovo libro, Identità perdute. Globalizzazione e Nazionalismo, abbiamo avuto il piacere di intervistare nuovamente l’importante politologo e sociologo britannico Colin Crouch – una prima intervista era infatti uscita sul quarto numero della nostra rivista cartacea, dedicato al tema delle élite -. L’intervista affronta temi attuali e complessi come la disuguaglianza socio-economica, le trasformazioni del welfare, l’ascesa delle nuove forze “populiste”, i mutamenti del lavoro e  la sfida fiscale, il ruolo dell’informazione nella società postdemocratica, concetto che Crouch stesso ha teorizzato. Colin Crouch è professore emerito presso l’Università di Warwick, dove ha insegnato Governance e Management pubblico presso la Business School, e membro del Max Planck Institute for Social Research di Colonia. Tra le sue numerose opere ricordiamo: Postdemocrazia (2003), Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo (2012), Quanto capitalismo può sopportare la società? (2014) e il già citato Identità perdute (2019) tutte uscite con Editori Laterza.


Seppur in declinazioni fra loro diverse, la questione sociale e il tema della disuguaglianze occupano posizioni di primo piano nelle piattaforme programmatiche della maggior parte delle forze politiche contemporanee, a cominciare da quelle che tendiamo a definire “populiste”. D’altra parte, il comportamento elettorale delle democrazie consolidate segnala ormai da qualche tempo un’insoddisfazione diffusa dei cittadini e la volontà di superare gli schemi del passato. In che cosa sono stati maggiormente manchevoli gli stati sociali dell’Europa occidentale, e in particolare quelli delle socialdemocrazie?

Colin Crouch: Il legame fra i cambiamenti che hanno interessato i sistemi di welfare europei e l’ascesa del populismo è molto complesso, di certo le socialdemocrazie ne hanno risentito immensamente. Questi stati sociali erano stati concepiti per rispondere alle problematiche delle società industriali e alle esigenze di famiglie strutturate secondo il modello della male breadwinner-family. Un esempio su tutti: oggi non abbiamo più un solo genere all’interno della forza lavoro. Purtroppo, quando le forze socialdemocratiche cominciarono ad occuparsi di queste trasformazioni sociali lo fecero sotto una forte influenza neoliberale. Ossia lo fecero attraverso riforme che introducevano più workfare, riducevano le tasse e tagliavano la spesa pubblica. Questo fu, a mio avviso, l’errore più grande. 

Nella lettura del conflitto sociale contemporaneo si parla spesso di vincitori e vinti della globalizzazione. Diversi studiosi concordano nel sostenere che la grande linea di demarcazione sia oggi da ricercarsi fra quei cittadini bisognosi di protezione sociale tradizionale (centrata su prestazioni di disoccupazione e pensioni) e coloro che invece necessitano di un welfare esteso ad aree vaste di assistenza, all’istruzione, alla conciliazione dei tempi di vita e lavoro. Che ruolo ha giocato il sistema capitalistico in questo senso?

Colin Crouch: Ritengo che la responsabilità sia soprattutto da attribuire all’interpretazione neoliberale del capitalismo. La risposta più sintetica a questa domanda è che entrambi i tipi di stato sociale sono fondamentali. Se guardiamo per esempio alla Danimarca, vediamo che accanto ad un welfare di natura più “moderna” c’è anche un solido stato sociale vecchio stampo, con sindacati forti in grado di giocare un ruolo preponderante. Al contrario, temendo un incremento complessivo della spesa pubblica, molti governi socialdemocratici riformisti hanno presentato il welfare nel dibattito pubblico come un gioco a somma zero, in cui era del tutto necessario scegliere fra il welfare del social investment e il vecchio stato sociale, l’uno o l’altro. A ciò si aggiunge che, nel momento in cui l’Unione Europea cominciò a promuovere la nozione di social investment welfare, i governi scelsero, sbagliando, di adottare la stessa retorica. È invece proprio la sicurezza del vecchio stato sociale a permettere alle persone di correre i rischi che il welfare del social investment richiede loro. L’ideologia neoliberale ha contribuito in maniera determinante a distorcere queste riforme.

Che lettura dà al fenomeno della disuguaglianza politica, esemplificato dalla porzione crescente di cittadini marginalizzati (disenfranchised) e dal successo delle forze anti-sistema? In che modo pensa che la crisi della rappresentanza sia legata alla frammentazione e al declino delle culture politiche occidentali?

Colin Crouch: C’è una connessione complessa fra le due cose. Partiamo dal presupposto che bassi livelli di disuguaglianza nella storia sono l’eccezione, non la norma. Quello che è strano è che la politica nel suo complesso si stia allontanando sempre di più dall’idea di welfare, che pure in origine era pensato proprio per risolvere questo problema. È successo che i socialdemocratici e alcuni neoliberali riformisti hanno cominciato a definire la disuguaglianza non in termini di classe, ma sulla basse di genere, etnia, orientamento sessuale, disabilità. Tutte questioni della massima importanza, ma così facendo si è lasciata indietro una parte altrettanto importante. Le forze populiste vi si sono interessate, e ne hanno raccolto i frutti. (Con ciò non voglio dire, ad esempio, che Donald Trump sia un egualitario: dichiara di voler proteggere i posti dei lavoratori americani, non parla di garantire loro salari migliori). E in un momento della storia come questo, in cui più che mai ce ne sarebbe bisogno, sembra non riuscire ad emergere un movimento egualitario.

Quali sfide si trovano ad affrontare le diverse forme di azione collettiva (e in modo particolare, le mobilitazioni contro la disuguaglianza) nelle società postdemocratiche?

Colin Crouch: Questa è un’unica questione, ma possiamo scomporla in due parti. Da un lato, c’è il tema della disuguaglianza di reddito. Un fenomeno in crescita, in parte a motivo della predominanza del settore finanziario e di quei settori che generano profitti elevati per pochi. La disuguaglianza è nettamente più alta nell’economia dei servizi di quanto non lo fosse nell’economia manifatturiera. La si può affrontare facendo ricorso alla regolamentazione fiscale. Uno dei problemi maggiori degli ultimi anni è la corsa degli stati a rendersi il più attrattivi possibile per gli investimenti esteri, con il conseguente crollo della tassazione sul capitale delle grandi aziende. Io penso che si possa correggere questa tendenza, ma con tutta probabilità sarà possibile solo attraverso l’internazionalizzazione delle strategie fiscali, sperando che i governi si rendano conto che la situazione attuale non è realmente nel loro interesse. Dall’altra parte occorre restituire forza agli stati sociali, facendo sì che servizi vitali come istruzione e sanità restino fuori dall’economia di mercato. Se sanità e istruzione sono fuori dall’economia di mercato, la disuguaglianza pesa un po’ meno. La seconda questione è il lavoro. L’aumento del lavoro temporaneo, il lavoro illegale o forzato, questi fenomeni generano disuguaglianza nelle condizioni di vita e nel grado di insicurezza, il che a sua volta tende a creare conflitto sociale fra lavoratori con status differenti. È essenziale che i sindacati trovino la maniera di risolvere questo problema, è cruciale trovare il modo di garantire alle persone che il loro reddito non varierà più in queste proporzioni enormi e a questo ritmo così rapido.

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Dottoranda in Scienza Politica e Sociologia alla Scuola Normale Superiore. Dopo la laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche all'Università di Bologna con un periodo di studi a Sciences Po (Parigi) ha conseguito la laurea specialistica in Government all'Università Bocconi. Oggi si occupa principalmente di partecipazione politica, partiti e movimenti sociali.

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