Disuguaglianze e postdemocrazia. Intervista a Colin Crouch
- 21 Gennaio 2019

Disuguaglianze e postdemocrazia. Intervista a Colin Crouch

Scritto da Eleonora Desiata

7 minuti di lettura

In occasione della recente uscita del nuovo libro, Identità perdute. Globalizzazione e Nazionalismo, abbiamo avuto il piacere di intervistare nuovamente l’importante politologo e sociologo britannico Colin Crouch – una prima intervista era infatti uscita sul quarto numero della nostra rivista cartacea, dedicato al tema delle élite -. L’intervista affronta temi attuali e complessi come la disuguaglianza socio-economica, le trasformazioni del welfare, l’ascesa delle nuove forze “populiste”, i mutamenti del lavoro e  la sfida fiscale, il ruolo dell’informazione nella società postdemocratica, concetto che Crouch stesso ha teorizzato. Colin Crouch è professore emerito presso l’Università di Warwick, dove ha insegnato Governance e Management pubblico presso la Business School, e membro del Max Planck Institute for Social Research di Colonia. Tra le sue numerose opere ricordiamo: Postdemocrazia (2003), Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo (2012), Quanto capitalismo può sopportare la società? (2014) e il già citato Identità perdute (2019) tutte uscite con Editori Laterza.


Seppur in declinazioni fra loro diverse, la questione sociale e il tema della disuguaglianze occupano posizioni di primo piano nelle piattaforme programmatiche della maggior parte delle forze politiche contemporanee, a cominciare da quelle che tendiamo a definire “populiste”. D’altra parte, il comportamento elettorale delle democrazie consolidate segnala ormai da qualche tempo un’insoddisfazione diffusa dei cittadini e la volontà di superare gli schemi del passato. In che cosa sono stati maggiormente manchevoli gli stati sociali dell’Europa occidentale, e in particolare quelli delle socialdemocrazie?

Colin Crouch: Il legame fra i cambiamenti che hanno interessato i sistemi di welfare europei e l’ascesa del populismo è molto complesso, di certo le socialdemocrazie ne hanno risentito immensamente. Questi stati sociali erano stati concepiti per rispondere alle problematiche delle società industriali e alle esigenze di famiglie strutturate secondo il modello della male breadwinner-family. Un esempio su tutti: oggi non abbiamo più un solo genere all’interno della forza lavoro. Purtroppo, quando le forze socialdemocratiche cominciarono ad occuparsi di queste trasformazioni sociali lo fecero sotto una forte influenza neoliberale. Ossia lo fecero attraverso riforme che introducevano più workfare, riducevano le tasse e tagliavano la spesa pubblica. Questo fu, a mio avviso, l’errore più grande. 

Nella lettura del conflitto sociale contemporaneo si parla spesso di vincitori e vinti della globalizzazione. Diversi studiosi concordano nel sostenere che la grande linea di demarcazione sia oggi da ricercarsi fra quei cittadini bisognosi di protezione sociale tradizionale (centrata su prestazioni di disoccupazione e pensioni) e coloro che invece necessitano di un welfare esteso ad aree vaste di assistenza, all’istruzione, alla conciliazione dei tempi di vita e lavoro. Che ruolo ha giocato il sistema capitalistico in questo senso?

Colin Crouch: Ritengo che la responsabilità sia soprattutto da attribuire all’interpretazione neoliberale del capitalismo. La risposta più sintetica a questa domanda è che entrambi i tipi di stato sociale sono fondamentali. Se guardiamo per esempio alla Danimarca, vediamo che accanto ad un welfare di natura più “moderna” c’è anche un solido stato sociale vecchio stampo, con sindacati forti in grado di giocare un ruolo preponderante. Al contrario, temendo un incremento complessivo della spesa pubblica, molti governi socialdemocratici riformisti hanno presentato il welfare nel dibattito pubblico come un gioco a somma zero, in cui era del tutto necessario scegliere fra il welfare del social investment e il vecchio stato sociale, l’uno o l’altro. A ciò si aggiunge che, nel momento in cui l’Unione Europea cominciò a promuovere la nozione di social investment welfare, i governi scelsero, sbagliando, di adottare la stessa retorica. È invece proprio la sicurezza del vecchio stato sociale a permettere alle persone di correre i rischi che il welfare del social investment richiede loro. L’ideologia neoliberale ha contribuito in maniera determinante a distorcere queste riforme.

Che lettura dà al fenomeno della disuguaglianza politica, esemplificato dalla porzione crescente di cittadini marginalizzati (disenfranchised) e dal successo delle forze anti-sistema? In che modo pensa che la crisi della rappresentanza sia legata alla frammentazione e al declino delle culture politiche occidentali?

Colin Crouch: C’è una connessione complessa fra le due cose. Partiamo dal presupposto che bassi livelli di disuguaglianza nella storia sono l’eccezione, non la norma. Quello che è strano è che la politica nel suo complesso si stia allontanando sempre di più dall’idea di welfare, che pure in origine era pensato proprio per risolvere questo problema. È successo che i socialdemocratici e alcuni neoliberali riformisti hanno cominciato a definire la disuguaglianza non in termini di classe, ma sulla basse di genere, etnia, orientamento sessuale, disabilità. Tutte questioni della massima importanza, ma così facendo si è lasciata indietro una parte altrettanto importante. Le forze populiste vi si sono interessate, e ne hanno raccolto i frutti. (Con ciò non voglio dire, ad esempio, che Donald Trump sia un egualitario: dichiara di voler proteggere i posti dei lavoratori americani, non parla di garantire loro salari migliori). E in un momento della storia come questo, in cui più che mai ce ne sarebbe bisogno, sembra non riuscire ad emergere un movimento egualitario.

Quali sfide si trovano ad affrontare le diverse forme di azione collettiva (e in modo particolare, le mobilitazioni contro la disuguaglianza) nelle società postdemocratiche?

Colin Crouch: Questa è un’unica questione, ma possiamo scomporla in due parti. Da un lato, c’è il tema della disuguaglianza di reddito. Un fenomeno in crescita, in parte a motivo della predominanza del settore finanziario e di quei settori che generano profitti elevati per pochi. La disuguaglianza è nettamente più alta nell’economia dei servizi di quanto non lo fosse nell’economia manifatturiera. La si può affrontare facendo ricorso alla regolamentazione fiscale. Uno dei problemi maggiori degli ultimi anni è la corsa degli stati a rendersi il più attrattivi possibile per gli investimenti esteri, con il conseguente crollo della tassazione sul capitale delle grandi aziende. Io penso che si possa correggere questa tendenza, ma con tutta probabilità sarà possibile solo attraverso l’internazionalizzazione delle strategie fiscali, sperando che i governi si rendano conto che la situazione attuale non è realmente nel loro interesse. Dall’altra parte occorre restituire forza agli stati sociali, facendo sì che servizi vitali come istruzione e sanità restino fuori dall’economia di mercato. Se sanità e istruzione sono fuori dall’economia di mercato, la disuguaglianza pesa un po’ meno. La seconda questione è il lavoro. L’aumento del lavoro temporaneo, il lavoro illegale o forzato, questi fenomeni generano disuguaglianza nelle condizioni di vita e nel grado di insicurezza, il che a sua volta tende a creare conflitto sociale fra lavoratori con status differenti. È essenziale che i sindacati trovino la maniera di risolvere questo problema, è cruciale trovare il modo di garantire alle persone che il loro reddito non varierà più in queste proporzioni enormi e a questo ritmo così rapido.

 

Colin Crouch: tra postdemocrazia e possibilità di rinnovamento democratico

Lei ha parlato spesso di come la post-democrazia abbia trasformato la comunicazione politica e l’uso dei media. Come ritiene si debbano affrontare le disparità di accesso all’informazione, sia dal lato della produzione di informazione, sia da quello del consumo? Anche in questo caso una regolamentazione sovranazionale potrebbe essere la soluzione?

Colin Crouch: La mia riflessione su questo aspetto è cominciata prima della crescita esponenziale di internet. In principio pensavo che internet potesse costituire una soluzione a questo problema, nella misura in cui permetteva finalmente alle persone di avere accesso diretto e diffuso all’informazione, in cui offriva ai movimenti sociali un insieme di strumenti del tutto nuovi per organizzarsi e mobilitarsi, in cui consentiva di rendere pubblici i comportamenti scandalosi di politici e grandi aziende. E per tanti versi questa è stata davvero una rivoluzione, una liberazione. Quello che avrei dovuto prevedere, invece, è il modo in cui i gruppi di potere e i più ricchi avrebbero potuto acquisire il controllo di questi strumenti. C’è una battaglia in corso, sulla regolamentazione dell’informazione. Credo che i governi finiranno con il concordare nel voler reagire alle distorsioni messe in atto dai gruppi mediatici, per esempio quando la presenza di migliaia e migliaia di persone online viene simulata, costruita ad arte. Per la semplice ragione che possono facilmente essere usate per delegittimarli. È chiaro da qualche tempo ormai che gruppi legati a Trump e Putin stiano lavorando sottobanco per influenzare la politica di un certo numero di Paesi. Ora, di questo un governo non può che essere spaventato. Serve regolamentazione. Non per restringere l’accesso, al contrario: per garantire un accesso realmente aperto. 

Negli ultimi decenni, abbiamo assistito ad un fenomeno di metrofilia crescente, con il progressivo isolamento della aree rurali e l’intensificarsi del divario fra centro e periferia. Come leggere la dimensione territoriale della disuguaglianza, se le periferie geografiche diventano periferie della democrazia?

Colin Crouch: Molte attività del settore dei servizi non sono intrinsecamente vincolate rispetto alla scelta di dove collocare le proprie sedi. Così per molto tempo si è ritenuto che i servizi si sarebbero collocati ovunque, distribuiti in maniera proporzionata. Se questo era vero per alcuni servizi, soprattutto i servizi pubblici essenziali, nel complesso non lo era affatto. Il settore delle tecnologie di informazione o dei servizi finanziari, ad esempio, proprio perché possono scegliere dove andare, e le loro necessità di spazio sono imparagonabili a quelle della manifattura, si sono collocate nei posti “migliori”, nelle capitali, nel centro delle città. Questo ha portato ad un aumento radicale della disuguaglianza fra i luoghi in cui la gente aspirava a vivere, ben collegati dai trasporti e così via, e tutti gli altri luoghi, fondamentalmente abbandonati a loro stessi. Un fenomeno che ha contribuito molto a plasmare la percezione delle persone che oggi si sentono lasciate indietro, in particolare i tanti uomini “etnicamente nativi” una volta impiegati nella manifattura. Perciò la sfida vera oggi è quella di coinvolgere la aree periferiche in nuovi settori dell’economia. Servono investimenti, crescita infrastrutturale, sostegno alla formazione, risorse che solo i governi possono mettere sul tavolo. Non c’è garanzia immediata di successo, non sono processi semplici, ma abbiamo bisogno di un nuovo modello.

A lungo il discorso pubblico delle democrazie consolidate è stato esposto alla retorica della meritocrazia. A suo avviso che relazione intercorre fra questa narrazione e la riproduzione delle disuguaglianze, fra il discorso meritocratico e la presenza di poteri oligarchici nelle post-democrazie?

Colin Crouch: La meritocrazia è una bugia. Lo è sempre stata. The Rise of Meritocracy, il libro da cui tutto è nato, era inteso come una satira, purtroppo oggi è usato seriamente. Prima di tutto, ciò che il sistema economico premia non è necessariamente il merito. Secondo, un vero fautore della meritocrazia non avrebbe problemi a sostenere l’idea di abolire i diritti di eredità. Eppure se ne sentono pochi. Terzo, dietro la meritocrazia c’è il concetto di pari opportunità per tutti. Anche questa è una bugia: non ci può essere uguaglianza di opportunità quando c’è una tale disuguaglianza nelle condizioni di partenza. Sono tutte invenzioni che servono il solo scopo di mandare avanti un sistema ingiusto.

Concludendo, e provando a guardare avanti: come si possono combattere oligarchie e disuguaglianza? Quali attori potrebbero meglio incarnare quel rinnovamento democratico capace di permettere a chi si sente lasciato indietro e non rappresentato di recuperare la propria voce?

Colin Crouch: Quanto alla prima domanda, credo che se ne debbano fare carico prima di tutto i sindacati. Si è aperto uno spazio nuovo per loro oggi, specialmente con la crescita del lavoro precario. Per anni si sono battuti per salari più alti che hanno generato soltanto inflazione, ma il loro vero compito è combattere la disuguaglianza. Venendo al secondo quesito, invece. Per quanto strano possa sembrare, in questi ultimi tempi sono state soprattutto le organizzazioni economiche internazionali: il FMI, l’OCSE, la Banca Mondiale, tutti stanno dicendo che la disuguaglianza va combattuta perché impedisce la crescita economica. Hanno realizzato che, con lo scoppio della crisi, i salari erano stagnanti e le persone consumavano facendo leva su un debito sempre meno sicuro, il che a sua volta minacciava l’intero sistema economico. Se d’altra parte si fosse impedito alle persone di accumulare debito, avremmo avuto una contrazione drammatica dei consumi, e anche questo avrebbe minacciato il sistema. Ergo, l’unica alternativa possibile è battersi contro le disuguaglianze. Oggi le organizzazioni economiche stanno dicendo questo, che questa dinamica è andata troppo oltre. Speriamo che vengano ascoltate.


Crediti immagine: da Niccolò Caranti, [Creative Commons 3.0], attraverso Wikimedia Commons

Scritto da
Eleonora Desiata

Dottoranda in Scienza Politica e Sociologia alla Scuola Normale Superiore. Dopo la laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche all'Università di Bologna con un periodo di studi a Sciences Po (Parigi) ha conseguito la laurea specialistica in Government all'Università Bocconi. Oggi si occupa principalmente di partecipazione politica, partiti e movimenti sociali.

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