Disuguaglianze e postdemocrazia. Intervista a Colin Crouch

Colin Crouch

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Colin Crouch: tra postdemocrazia e possibilità di rinnovamento democratico

Lei ha parlato spesso di come la post-democrazia abbia trasformato la comunicazione politica e l’uso dei media. Come ritiene si debbano affrontare le disparità di accesso all’informazione, sia dal lato della produzione di informazione, sia da quello del consumo? Anche in questo caso una regolamentazione sovranazionale potrebbe essere la soluzione?

Colin Crouch: La mia riflessione su questo aspetto è cominciata prima della crescita esponenziale di internet. In principio pensavo che internet potesse costituire una soluzione a questo problema, nella misura in cui permetteva finalmente alle persone di avere accesso diretto e diffuso all’informazione, in cui offriva ai movimenti sociali un insieme di strumenti del tutto nuovi per organizzarsi e mobilitarsi, in cui consentiva di rendere pubblici i comportamenti scandalosi di politici e grandi aziende. E per tanti versi questa è stata davvero una rivoluzione, una liberazione. Quello che avrei dovuto prevedere, invece, è il modo in cui i gruppi di potere e i più ricchi avrebbero potuto acquisire il controllo di questi strumenti. C’è una battaglia in corso, sulla regolamentazione dell’informazione. Credo che i governi finiranno con il concordare nel voler reagire alle distorsioni messe in atto dai gruppi mediatici, per esempio quando la presenza di migliaia e migliaia di persone online viene simulata, costruita ad arte. Per la semplice ragione che possono facilmente essere usate per delegittimarli. È chiaro da qualche tempo ormai che gruppi legati a Trump e Putin stiano lavorando sottobanco per influenzare la politica di un certo numero di Paesi. Ora, di questo un governo non può che essere spaventato. Serve regolamentazione. Non per restringere l’accesso, al contrario: per garantire un accesso realmente aperto. 

Negli ultimi decenni, abbiamo assistito ad un fenomeno di metrofilia crescente, con il progressivo isolamento della aree rurali e l’intensificarsi del divario fra centro e periferia. Come leggere la dimensione territoriale della disuguaglianza, se le periferie geografiche diventano periferie della democrazia?

Colin Crouch: Molte attività del settore dei servizi non sono intrinsecamente vincolate rispetto alla scelta di dove collocare le proprie sedi. Così per molto tempo si è ritenuto che i servizi si sarebbero collocati ovunque, distribuiti in maniera proporzionata. Se questo era vero per alcuni servizi, soprattutto i servizi pubblici essenziali, nel complesso non lo era affatto. Il settore delle tecnologie di informazione o dei servizi finanziari, ad esempio, proprio perché possono scegliere dove andare, e le loro necessità di spazio sono imparagonabili a quelle della manifattura, si sono collocate nei posti “migliori”, nelle capitali, nel centro delle città. Questo ha portato ad un aumento radicale della disuguaglianza fra i luoghi in cui la gente aspirava a vivere, ben collegati dai trasporti e così via, e tutti gli altri luoghi, fondamentalmente abbandonati a loro stessi. Un fenomeno che ha contribuito molto a plasmare la percezione delle persone che oggi si sentono lasciate indietro, in particolare i tanti uomini “etnicamente nativi” una volta impiegati nella manifattura. Perciò la sfida vera oggi è quella di coinvolgere la aree periferiche in nuovi settori dell’economia. Servono investimenti, crescita infrastrutturale, sostegno alla formazione, risorse che solo i governi possono mettere sul tavolo. Non c’è garanzia immediata di successo, non sono processi semplici, ma abbiamo bisogno di un nuovo modello.

A lungo il discorso pubblico delle democrazie consolidate è stato esposto alla retorica della meritocrazia. A suo avviso che relazione intercorre fra questa narrazione e la riproduzione delle disuguaglianze, fra il discorso meritocratico e la presenza di poteri oligarchici nelle post-democrazie?

Colin Crouch: La meritocrazia è una bugia. Lo è sempre stata. The Rise of Meritocracy, il libro da cui tutto è nato, era inteso come una satira, purtroppo oggi è usato seriamente. Prima di tutto, ciò che il sistema economico premia non è necessariamente il merito. Secondo, un vero fautore della meritocrazia non avrebbe problemi a sostenere l’idea di abolire i diritti di eredità. Eppure se ne sentono pochi. Terzo, dietro la meritocrazia c’è il concetto di pari opportunità per tutti. Anche questa è una bugia: non ci può essere uguaglianza di opportunità quando c’è una tale disuguaglianza nelle condizioni di partenza. Sono tutte invenzioni che servono il solo scopo di mandare avanti un sistema ingiusto.

Concludendo, e provando a guardare avanti: come si possono combattere oligarchie e disuguaglianza? Quali attori potrebbero meglio incarnare quel rinnovamento democratico capace di permettere a chi si sente lasciato indietro e non rappresentato di recuperare la propria voce?

Colin Crouch: Quanto alla prima domanda, credo che se ne debbano fare carico prima di tutto i sindacati. Si è aperto uno spazio nuovo per loro oggi, specialmente con la crescita del lavoro precario. Per anni si sono battuti per salari più alti che hanno generato soltanto inflazione, ma il loro vero compito è combattere la disuguaglianza. Venendo al secondo quesito, invece. Per quanto strano possa sembrare, in questi ultimi tempi sono state soprattutto le organizzazioni economiche internazionali: il FMI, l’OCSE, la Banca Mondiale, tutti stanno dicendo che la disuguaglianza va combattuta perché impedisce la crescita economica. Hanno realizzato che, con lo scoppio della crisi, i salari erano stagnanti e le persone consumavano facendo leva su un debito sempre meno sicuro, il che a sua volta minacciava l’intero sistema economico. Se d’altra parte si fosse impedito alle persone di accumulare debito, avremmo avuto una contrazione drammatica dei consumi, e anche questo avrebbe minacciato il sistema. Ergo, l’unica alternativa possibile è battersi contro le disuguaglianze. Oggi le organizzazioni economiche stanno dicendo questo, che questa dinamica è andata troppo oltre. Speriamo che vengano ascoltate.

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Dottoranda in Scienza Politica e Sociologia alla Scuola Normale Superiore. Dopo la laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche all'Università di Bologna con un periodo di studi a Sciences Po (Parigi) ha conseguito la laurea specialistica in Government all'Università Bocconi. Oggi si occupa principalmente di partecipazione politica, partiti e movimenti sociali.

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