Centro, periferia e territori: come ridurre il divario. La Strategia nazionale per le aree interne

Strategia Nazionale delle Aree Interne

Che cosa sono le aree interne? Che l’identità italiana sia principalmente “civica” è cosa nota. Ne aveva già parlato il sociologo Robert Putnam nel 1993, che in un famoso saggio descriveva la vita cittadina del medioevo come la principale radice dello sviluppo economico e sociale italiano[1].

Nella storia, però, non è mai esistita una città ricca senza una campagna altrettanto florida. A lungo, infatti, le aree rurali sono stati spazi perfettamente integrati con il resto del territorio della Penisola e si può parlare di un vero sviluppo solo considerando l’insieme, ovvero la combinazione dei tratti culturali più significativi dell’una e dell’altra.

A fianco di una molteplicità di poli cittadini, il paesaggio italiano mostra i segni di un secolare sfruttamento di acqua, risorse minerarie, boschive ed agricole. Dal Cadore alla Lunigiana, passando per i monti Sibillini fino al Gran Paradiso, in Italia esistono decine di aree “interne”, cioè lontane dai servizi erogati dai centri urbani (salute, istruzione, mobilità), che hanno avuto un peso pari alla città nello sviluppo del Paese. Si tratta di aree diversissime per vicende storiche e culturali ma accomunate dall’aver costituito per secoli l’alternativa alla vita urbana. Non solo di “cultura civica” è fatta l’Italia, dunque, ma anche di una “cultura rurale”, di montagna, centri minori e comunità locali. Un patrimonio di tradizioni, società solidali e modelli economici assolutamente non secondario per il Paese. Dimenticarsene, secondo lo storico Paolo Pombeni: «significa rescindere un rapporto con la nostra storia e questo non è mai una conquista»[2].

Eppure, ciò che accomuna la maggior parte di questi territori è stato proprio un processo di graduale abbandono, segnato principalmente da vistosi cali della popolazione, a seguito dell’industrializzazione della Penisola dal secondo dopoguerra a oggi. In altre parole, poiché le dinamiche di sviluppo del Paese sono state condizionate dalla città, queste aree “fragili” dal punto di vista dell’accessibilità sono state messe in secondo piano, causando calo delle nascite, emigrazione e perdita di attrattività[3].

Prendendo le mosse da una serie di seminari organizzati tra il 2012 e il 2013 sul tema della politica di coesione europea, l’allora ministro per la coesione territoriale Fabrizio Barca propose un modello di sviluppo nazionale che potesse liberare il potenziale inespresso delle aree interne e ridurre le disuguaglianze territoriali, con l’ambizioso obiettivo di invertire i trend demografici in atto. L’impegno per questi territori si è così concretizzato nella SNAI, la Strategia Nazionale per le Aree Interne, lanciata nel 2014, coordinata dall’Agenzia per la coesione territoriale[4] e governata dai Ministri responsabili, con la convergenza di tutti i livelli di governo (Stato, Regioni e Comuni) in forma associata.

In sintesi, la Strategia si prefigge da un lato di implementare l’offerta dei servizi pubblici essenziali per assicurare alle aree interne livelli adeguati di cittadinanza, e dall’altro di sviluppare, con progetti locali che facciano leva sui punti di forza dei diversi territori, le “condizioni di mercato” favorevoli per il loro rilancio economico. La Strategia, inoltre, viene implementata ed indirizzata da un Comitato tecnico, il cui compito è stato dapprima di mappare il territorio nazionale identificando le aree interne, e poi di creare aree sperimentali in cui realizzare i progetti, stimolando una discussione a livello regionale al fine di orientare l’utilizzo dei Fondi Europei in queste aree selezionate. Attualmente, le aree progetto sono 72, sparse da Nord a Sud in tutte le Regioni, interessano il 16% del territorio nazionale e il 3,46% della popolazione nazionale[5].

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Che cosa sono le aree interne?

Pagina 2: Il problema delle aree interne visto da una prospettiva più ampia: le periferie nel mondo

Pagina 3: Il caso italiano: la strategia nazionale per le aree interne

Pagina 4: Un punto a quattro anni dal lancio della strategia nazionale per le aree interne. Prospettive nazionali ed europee


[1] R. D. Putnam, La tradizione civica delle regioni italiane, Milano, Mondadori, 1993.

[2] P. Pombeni, La montagna e il governo dell’autonomia, in G. Cerea, M. Marcantoni (a cura di), La montagna perduta. Come la pianura ha condizionato lo sviluppo italiano, Trento, Trentino School of Management, 2016, p. 24.

[3] Ibidem, cit., p.25 e segg.

[4] http://www.agenziacoesione.gov.it/it/arint/

[5] Si veda la descrizione delle aree interne fatta dalla regione Toscana: http://www.regione.toscana.it/-/fondi-europei-la-strategia-regionale-per-le-aree-interne-


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(1992) Friulano di origine ma bolognese d'adozione. ha studiato storia all'Università di Bologna e si è laureato in Relazioni Internazionali. S'interessa di confini, minoranze etnico-linguistiche e identità territoriali. Attualmente in tirocinio a Bruxelles presso l'Ufficio di Collegamento della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia a Bruxelles.

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