Centro, periferia e territori: come ridurre il divario. La Strategia nazionale per le aree interne

Strategia Nazionale delle Aree Interne

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Il caso italiano: la Strategia nazionale per le aree interne

Fra i Paesi più colpiti da questo impoverimento diffuso figura proprio l’Italia. Certo, la straordinaria crescita economica ed industriale della Penisola a partire dagli anni Cinquanta non viene messa in dubbio, ma se osservata da un punto di vista territoriale risulta molto meno omogenea. Infatti, se da un lato un numero molto elevato di città e sistemi locali, nel corso degli anni, ha sperimentato un innegabile aumento del benessere, dall’altro tale benessere si è manifestato con intensità molto diverse, addirittura risultando, come detto, in decrescita e perdita di capitale[10]. Un esempio lampante è lo spopolamento della maggior parte della montagna: a fronte di una crescita nazionale di 12 milioni di individui dal 1951 al 2011, la montagna ha perso nello stesso tempo quasi 1 milione di abitanti[11]. Quindi non solo la maggior parte delle zone alpine ed appenniniche non ha beneficiato del trend demografico positivo del secondo dopoguerra, ma ha addirittura perso popolazione residente.

Alla fine degli anni Ottanta, dopo quattro decenni di intenso sviluppo economico, l’Italia era dunque caratterizzata da un lato da una moltitudine di centri urbani, grandi e piccoli, dall’elevato benessere e dinamismo economico, e dall’altro da insediamenti minori sempre più periferici. È il caso dei comuni della Val Cannobina, in Piemonte, dove si viveva di allevamento fino a pochi decenni fa. Ora, con lo spostamento dei valligiani in Ticino, la chiusura delle scuole e la disastrosa manutenzione stradale, a presidiare i declivi sono rimaste meno di 700 persone sprovviste di tutto. Un discorso analogo si può fare per i Monti Dauni, in Puglia, per decenni abbandonati in quanto lontani dal mare. E ancora per le Dolomiti friulane, patrimonio UNESCO tanto quanto quelle trentine, che faticano ad intercettare il turismo. Una vera e propria “Italia minore” dove i beni pubblici sono malridotti, le scuole si svuotano, i giovani emigrano e la popolazione invecchia. A questo va aggiunto che la presenza di questo vasto territorio de-antropizzato e contrapposto ai sistemi urbani in crescita, è stato messo in secondo piano nei discorsi pubblici rispetto alle differenze di sviluppo Nord-Sud. Tuttavia il divario Nord-Sud, pur cruciale per il Paese, non è l’unico cleavage di disparità territoriale ad essa andrebbero affiancati i problemi di decrescita e le debolezze delle aree interne, una questione in cui la distinzione tra Nord e Sud evapora: Palermo e Torino sono città difficilmente paragonabili, ma le Madonie e la Val Maira hanno problemi molto simili[12].

Grazie all’accelerazione dei macro processi di globalizzazione, tuttavia, qualcosa è cambiato. Lo spostamento di attenzione dall’ottica macro-regionale allo sviluppo locale ha permesso di cogliere altri aspetti della complessità del territorio italiano. Si è iniziato a prendere in considerazione le problematiche di aree che coprono il 60% del Paese e abitate da oltre 13 milioni di italiani, che non possono assolutamente essere periferiche né politicamente, né nel dibattito pubblico. Cambiare paradigma non è però sufficiente, in particolare ora che queste aree “dimenticate” stanno aumentando e, durante le competizioni elettorali, i loro abitanti tendono ad esprimere in misura più elevata della media consenso per i movimenti che veicolano un messaggio di protesta o di rottura.

Proporre strategie efficaci, fatte di politica, cultura, territori e peculiarità locali non significa, però, né riproporre l’idillio del mondo rurale né pianificare il “greening di ritorno”, il cosiddetto “deserto verde” capace di far presa su fasce limitate della popolazione ma inadatto ad affrontare la crisi di fondo delle periferie[13]. Significa, al contrario, elaborare un metodo bottom-up per ascoltare i territori che superi la dicotomia urbano-rurale, il pensiero dominante per cui il futuro esiste solo in città, cercando di incanalare in energie politiche le dinamiche di collaborazione tra cittadini e amministrazioni, progettando iniziative a tutti i livelli istituzionali e trasformando i conflitti in laboratori economici capaci di creare lavoro in ambito sanitario, infrastrutturale e scolastico in loco. Tale leitmotiv, un intervento partecipato e radicato sul territorio, è stato al centro dell’idea di Barca ed è quindi divenuto il principio guida della SNAI. Dice Barca: «le politiche imposte da Roma non sanno interpretare le necessità locali, mentre la strategia deve venire dalle persone che vivono lì e ne conoscono le peculiarità»[14].

Principale innovazione della Strategia è dunque uno sguardo diverso al locale da parte del centro. Lo sguardo nazionale percepisce le peculiarità e le differenze delle aree interne, ma solo la comunità locale può adattare la strategia al suo contesto, facendo leva su soggetti innovatori spesso già presenti ma incapaci di esprimere il loro potenziale[15]. Ciò che colpisce esplorando le aree interne, infatti, non è tanto la mancanza di infrastrutture, quanto l’incapacità di chi le abita, vuoi per motivi politici, vuoi per meccanismi decisionali da molto tempo statici, di rivendicare anche i diritti più elementari. Coerentemente con i più moderni metodi di sviluppo della coesione territoriale, la Strategia intende rilanciare lo sviluppo di queste aree attraverso i Fondi comunitari e i fondi della Legge di Stabilità. Al centro vi è dunque la qualità della vita delle persone, declinata in uno sviluppo intensivo, con l’aumento del benessere e dell’inclusione sociale di chi vive in quelle aree, e uno sviluppo estensivo, con l’aumento della domanda di lavoro e dell’aumento del capitale territoriale.

L’inversione di prospettiva non è da poco perché si agisce sull’innovazione piuttosto che sull’implementazione di nuovi servizi[16]. Come ben descrive il documento programmatico: «Crescita ed inclusione sociale. L’una funzionale all’altra. Riassunte da un obiettivo ultimo che diventa la stella polare della Strategia: l’inversione del secolare trend demografico negativo»[17]. Concretamente, spiegano i territorialisti Filippo Tantillo e Giovanni Carrosio, del coordinamento scientifico della SNAI: «significa implementare le occasioni di lavoro e mettere in piedi politiche di attrazione di nuovi abitanti. Quindi porre al centro i giovani e i migranti, immaginando politiche giovanili e di formazione mirate, favorendo l’accesso al credito. […] E infine favorire il ritorno della fiducia nei luoghi, restituendo ai cittadini la sovranità di cui oggi, un po’ dappertutto, ma in maniera devastante nelle aree interne, si sentono espropriati»[18]. Certamente obiettivi ambiziosi e di lungo periodo, soggetti tanto al pericolo di non superare le scadenze elettorali quanto alle possibilità di ottenere giudizi negativi da parte delle amministrazioni locali, spesso poco inclini a rompere schemi decisionali classici. Eppure, a distanza di quattro anni, la Strategia è ancora finanziata, segno che si sono percepiti cambiamenti, seppur lentamente[19].

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[9] K. Sennert, The Authoritarian Dynamic, Cambridge, CUP, 2005.

[10] AA.VV, Strategia Nazionale per le Aree Interne: definizione, obiettivi, strumenti e governance, « Materiali UVAL » XXXI (2014), n. 1, p. 14.

[11] G. Cerea, M. Marcantoni (a cura di), La montagna perduta, cit., p. 42.

[12] A. Maggiolo, Aree interne, il futuro dell’Italia passa di qui: “Politica e cultura, si può fare”, Today.it, 01 aprile 2017, http://www.today.it/cronaca/strategia-aree-interne-intervista-filippo-tantillo.html

[13] P. Pombeni, La montagna e il governo dell’autonomia, cit., pp. 23-24.

[14] G. Riva, L’economia della conoscenza sta uccidendo la nostra provincia, cit.

[15] Cfr. S. Lucatelli, Strategia Nazionale per le Aree Interne: un punto a due anni dal lancio della Strategia, in «Agrigregionieuropa» XII (2016), https://agriregionieuropa.univpm.it/

[16] AA. VV., Strategia Nazionale per le Aree Interne, cit., pp. 7-8.

[17] Idem, p. 8.

[18] . Maggiolo, Aree interne, il futuro dell’Italia passa di qui, cit. Si veda anche G. Carrosio, F. Tantillo, Uscire dal vecchio mondo. Dialogo con Fabrizio Barca, Che Fare, 5 aprile 2017, https://www.che-fare.com/uscire-dal-vecchio-mondo-dialogo-con-fabrizio-barca/

[19] Si veda AA.VV. Relazione Annuale al CIPE sulla Strategia Nazionale per le Aree Interne, Roma, Agenzia per la Coesione Territoriale, Gennaio 2018.


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(1992) Friulano di origine ma bolognese d'adozione. ha studiato storia all'Università di Bologna e si è laureato in Relazioni Internazionali. S'interessa di confini, minoranze etnico-linguistiche e identità territoriali. Attualmente in tirocinio a Bruxelles presso l'Ufficio di Collegamento della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia a Bruxelles.

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