Scritto da Enrico Miglioli
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Viviamo in un’epoca in cui la realtà sembra meno solida rispetto al passato: si piega, si moltiplica e si lascia riscrivere da schermi, algoritmi e immaginari digitali. È in questo spazio sospeso, dove il vero e il plausibile si scambiano continuamente di posto, che si muove il pensiero di Alan N. Shapiro.
Alan N. Shapiro è teorico dei media e della cultura digitale, autore di numerosi volumi, tra cui: Star Trek. Technologies of Disappearance (AVINUS Press 2004) e Decoding Digital Culture with Science Fiction (Transcript Verlag 2024). Il suo libro più recente è Venice in Las Vegas. An American and European Auto-Socio-Biography (Peter Lang Publishing House 2025), è stato definito una narrazione controculturale nella tradizione del giornalismo gonzo di Hunter S. Thompson.
Come definirebbe il concetto di simulacro di Jean Baudrillard e la nozione di verità nel contesto postmoderno? Inoltre, cosa significa oggi parlare di era digitale e postumano?
Alan N. Shapiro: Baudrillard esercita una grande influenza sul mio lavoro, insieme a Donna Haraway, Nancy Catherine Hayles, Claude Lefort, Guy Debord, Albert Camus e Star Trek. I suoi concetti di simulacro e di iperrealtà sono per me punti di partenza. Riguardo alla mia analisi di Baudrillard, piuttosto che limitarmi a commentare accademicamente la sua opera, preferisco ragionare assieme a lui, cercando di proiettare le conseguenze e l’evoluzione dei suoi scritti. Ad esempio, Donald Trump è l’incubo dell’America e del mondo, ma lui e i suoi critici forniscono anche un contesto eccellente per spiegare la crisi della verità nel postmodernismo e oltre. Trump mente costantemente, ma ciò che dice diventa “vero” per i suoi seguaci cultuali. La menzogna è più potente della verità, perché la retorica diventa più potente del “referente” che menziona chi parla. L’immagine visiva diventa più potente di ciò che presumibilmente rappresenta. La simulazione sostituisce la rappresentazione. I media (ormai ex) liberali, come la CNN e il Washington Post, ignorando la teoria francese, credevano nella “epistemologia del vero e del falso” e hanno combattuto Trump tenendo un elenco delle sue ventimila bugie. Ciò si è rivelato inefficace. Anche l’intellighenzia di sinistra statunitense, esemplificata da Noam Chomsky, sostiene la lotta alla propaganda mediatica “sottolineando la verità” in ogni situazione politica e internazionale. Si tratta di un obiettivo nobile e necessario, ma è solo metà di ciò che occorre fare.
Penso che Baudrillard sia più vicino a Platone di quanto il primo vorrebbe ammettere. Platone vedeva l’omologia tra i poteri pericolosi dei discorsi e delle immagini visive e la chiamava retorica o simulacro. E gli scritti di Baudrillard sull’iperrealtà gettano una luce profonda sulle radici storiche di Trump nei media e nella cultura consumistica del secondo dopoguerra, tra cui la TV, il cinema di successo, la pubblicità e i centri commerciali. La postverità non è iniziata ieri. Tutte le controverse polemiche intorno a Baudrillard derivano dalla sua affermazione secondo cui “tutto è simulazione”. È fondamentale capire cosa intendesse dire con questo e quali ne siano le conseguenze. Teorici dei media come Jean Baudrillard, Marshall McLuhan, Guy Debord e Michel Foucault hanno sviluppato i loro sistemi di pensiero prima dell’era digitale, ma le loro idee sono oggi più attuali che mai, perché la digitalizzazione intensifica notevolmente le tendenze culturali di cui già scrivevano. Un modo per riflettere sulla situazione confusa in cui ci troviamo oggi è considerare che l’informatica è stata originariamente concepita come una disciplina strettamente tecnica. I tecnoscienziati non avevano previsto che saremmo finiti per vivere in una società informatica. La cibernetica lo aveva previsto, ma quel movimento di idee più collaborativo è stato purtroppo emarginato. Il postumanesimo, secondo me, ridefinisce l’informatica come transdisciplinare, riconoscendo che la tecnologia non è uno strumento, ma un ambiente in cui siamo immersi. Il nostro atteggiamento, sia nei confronti della natura che della tecnologia, può andare oltre l’antropocentrismo fino al “riconoscimento dell’alterità dell’altro”. Oggi siamo circondati da un transumanesimo superficialmente ottimista e pernicioso, ma la filosofia postumanista è la vera speranza.
Se i simulacri digitali generano realtà autonome, possiamo ancora parlare di verità o solo di plausibilità algoritmica?
Alan N. Shapiro: La risposta a questa domanda è paradossale e può essere affrontata sia dal punto di vista della teoria critica tradizionale, sia dalla prospettiva ironica e performativa che Baudrillard definisce “teoria fatale”. Il commentatore critico della postverità invoca la “verità”, credendo di aver stabilito una posizione “esterna” alla simulazione, un luogo esente da cui osservarla. La strategia di Baudrillard prende come dato di fatto l’epistemologia più sofisticata della fisica quantistica, in cui l’osservatore è coinvolto nel sistema osservato. La teoria fatale sfida il sistema spingendo all’estremo le contraddizioni interne del sistema stesso. Empiricamente, c’è sempre meno verità e sempre più operatività algoritmica sui social network.
Si potrebbe sostenere che si tratti solo di una tendenza. Eppure, si tratta di un sistema totalitario e chiuso in sé stesso. La possibilità di una “ricerca della verità” classicamente scientifica, morale o umanistica, “esterna”, diventa impossibile, poiché siamo tutti parte della “simulazione”. Il postulato che “tutto è simulazione” è un prerequisito per affrontare la questione di vitale importanza su come concettualizzare le potenziali sfide alla simulazione e ai sistemi di virtualità. È solo riconoscendo il simulacro, affrontandolo a testa alta, al di là della logica dell’interno e dell’esterno, che si possono teorizzare nuove forme di resistenza e di cambiamento sociale.
La verità diventa dunque una funzione del codice? L’engagement ha sostituito la verità come metro di misura?
Alan N. Shapiro: Sì, questa è una descrizione accurata del capitalismo algoritmico basato sull’intelligenza artificiale e sul deep learning delle piattaforme dei social media. Il loro modello di business, fondato sulla pubblicità personalizzata e sull’economia dell’attenzione, si è infiltrato e ha minato il tessuto e la coerenza della società politica. Le emozioni e il sensazionalismo la fanno da padrone. L’utente vive in una “camera dell’eco”, in cui gli vengono mostrate solo quelle narrazioni che rafforzano ciò in cui già crede, intrappolandolo in una bolla di filtro ideologico. Inoltre, non esistono strutture, informazioni contestuali o avvisi sui contenuti falsi o che incitano all’odio. Mancano l’espansione della conoscenza e la curiosità verso punti di vista diversi, che erano alcuni degli obiettivi originali dell’ipertesto del World Wide Web degli anni Novanta. La dipendenza dell’utente è l’obiettivo stesso dei proprietari di questi sistemi. Essi cercano il profitto e non pensano al mondo che stanno plasmando ciecamente.
Il simulacro subisce una mutazione quando il segno diventa un agente autonomo? Si tratta di una continuità della postmodernità o di una rottura radicale?
Alan N. Shapiro: In termini di paradigmi successivi della storia culturale, viviamo contemporaneamente nel modernismo, nel postmodernismo e nell’ipermodernismo. Quella che sembra una rottura epistemologica appare più comprensibile come continuità. Penso che sia utile trasferire ciò che Baudrillard ha scritto sui quattro ordini dei simulacri ai paradigmi successivi dell’informatica o della scrittura di codice. Non è molto noto, ma gran parte dell’opera tarda di Baudrillard, come Seduzione e Scambio impossibile, riguarda la ricerca della reversibilità “segreta” dei simulacri che appare all’interno dei simulacri più avanzati. Ha persino tentato una pratica radicale di inversione tecnologica attraverso la sua fotografia o la “scrittura della luce”. Le fasi dei simulacri di Baudrillard riguardavano le immagini, ma questo è ormai obsoleto, e la mutazione del “segno” è dall’immagine al codice. Dovremmo cercare una sfida pragmatico-utopica ai simulacri nel “codice creativo”. Le implicazioni etiche e ontologiche del cambiamento di paradigma dallo sviluppo di software combinatorio basato su regole, in cui un programmatore invia istruzioni a un processore, all’intelligenza artificiale basata su modelli e reti neurali sono enormi. C’è anche un movimento verso l’intelligenza artificiale neuro-simbolica, che cerca di combinare i punti di forza dei due paradigmi (scrittura di codice strutturato e scienza dei dati statistici). Finora queste implicazioni sono state poco considerate (dai filosofi o da chiunque altro), poiché le industrie dell’intelligenza artificiale sono guidate dal denaro, dalla mentalità ingegneristica e dalla narrazione semplicistica della prossima “singolarità” o “superintelligenza”. La regolamentazione etica dell’intelligenza artificiale, come quella che l’Unione Europea sta cercando di attuare, ma che i tecnofascisti della Silicon Valley vogliono che Trump fermi facendo pressione sulle istituzioni europee, è molto importante. Ma l’etica deve essere integrata più profondamente nell’infrastruttura tecnologica e inclusa nei big data alimentati dai large language model (LLM). Più in generale, abbiamo bisogno di una “intelligenza artificiale dialogica” di partnership tra esseri umani e IA.
Le idee socialiste democratiche per costruire una società migliore potrebbero alleviare il timore di un “socialismo dall’alto” di stampo autoritario come quello dell’Unione Sovietica, se la visione socialista includesse il trasferimento di parte del potere politico dagli esseri umani a un’IA attentamente monitorata e di cui ci possiamo fidare. Questo sembra proprio ciò che la gente teme, come nell’avvertimento di HAL in 2001: Odissea nello spazio, ma dobbiamo lavorare sulla progettazione dell’IA piuttosto che limitarci ad accettare o rifiutare semplicemente la versione che ne dà il capitalismo delle Big Tech. Nel contesto dell’intelligenza artificiale e dell’informatica, il termine ontologia ha assunto un significato diverso da quello filosofico. In filosofia, penso che l’ontologia orientata agli oggetti di Graham Harman sia un contributo interessante, così come le opere delle italiane Rosi Braidotti e Francesca Ferrando. Ci stiamo allontanando da tutto ciò che è incentrato sul soggetto. La scrittura classica del codice riguardava in gran parte il soggetto programmatore che dominava l’oggetto macchina “inerte”. Il postumanesimo è un cambiamento di ciò che intendiamo come essere. Le piante, gli animali e l’ecosistema sono vivi, mentre il software è semivivo. Questa affermazione è ciò che mi ha attratto del libro in lingua italiana di Gianna Maria Gatti sulla new media art, L’Erbario Tecnologico (Clueb 2005) che ho tradotto in inglese con il titolo The Technological Herbarium (oltre ad aver contribuito all’edizione tedesca), e dei libri di Pier Luigi Capucci e del suo sito web Noema Lab.
Se la narrazione è il modo più umano di comprendere il mondo, come possiamo evitare di perderci nella sovrapproduzione narrativa resa possibile da Internet e dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale?
Alan N. Shapiro: Uno degli aspetti che rendono Friedrich Kittler un teorico dei media postumano è la sua tesi secondo cui dovremmo considerare la storia e la narrazione non solo dal punto di vista umano, ma anche come una storia autonoma dei media e della tecnologia. Forse sta accadendo qualcosa di diverso dalle “narrazioni per gli esseri umani” e possiamo cercare di capire di cosa si tratta e imparare da esso. Ma nell’ambito del vocabolario della domanda, direi che la situazione è davvero catastrofica e che stiamo “perdendo noi stessi”. Perché scrivere una storia se può farlo l’intelligenza artificiale? Perché fare ricerca se l’intelligenza artificiale può farlo al posto mio? Le narrazioni umane sono in grave difficoltà.
Ma c’è una speranza segreta. Ciò che ci resta da fare è diventare noi stessi IA: pensare, parlare e agire come l’IA. In questo modo non solo scarichiamo la nostra intelligenza e creatività sull’IA, ma impariamo dai modelli di quell’intelligenza “altra” o “aliena” a cui abbiamo scaricato il peso del pensiero e della conoscenza. Incontrando l’IA a metà strada e imitandola come facciamo ora, partecipiamo alla co-creazione di un’espressività ibrida o di un’estetica computazionale. Come preludio a quel progetto condiviso, come individui, possiamo scegliere di utilizzare Internet e l’intelligenza artificiale con cautela, in parte, piuttosto che arrenderci a loro. Dobbiamo intraprendere questo sforzo collettivo di “diventare IA” con consapevolezza. Se lo facciamo in modo inconsapevole, il risultato sarà un circolo vizioso in cui l’IA inonda Internet di contenuti non generati dall’uomo che, a loro volta, diventano input per le IA.
Quali rischi derivano dal fatto che i simulacri digitali non solo sostituiscono la realtà, ma la governano attraverso logiche di piattaforma?
Alan N. Shapiro: La cosa divertente è che sono abbastanza vecchio da ricordare un tempo in cui, in Nord America e in Europa occidentale, c’era una vivace vita sociale nel mondo fisico. Sono sicuro che gli italiani lo sanno bene. Poi ricordo un tempo in cui il consumismo e i media hanno ucciso quella vita sociale. Poi Myspace e Facebook hanno sviluppato la brillante idea di far rivivere la vita sociale perduta attraverso una sorta di ricomparsa simulata e virtuale. Ma bisogna stare attenti a queste narrazioni nostalgiche e retrò, così come al termine stesso di “realtà”. La realtà non esiste. L’idea di realtà era già una costruzione culturale della civiltà occidentale. La nostra nozione di “reale” è sempre stata un simulacro. Questo è ciò che rende possibile il funzionamento del “virtuale”.
La “realtà” nella nostra cultura è sempre stata un’illusione. Questa chimera è stata mantenuta per un po’ dalla differenza chiaramente demarcata tra il mondo reale e la sua rappresentazione. Man mano che la cultura online spinge il simulacro nella sua fase successiva, la distinzione tra realtà e immagine si dissolve. Questa è la nostra crisi. Questa è l’essenza di Baudrillard. La governance della piattaforma o la logica del capitalismo di sorveglianza è il modo in cui il potere e il controllo vengono esercitati a livello micro nella società ipermoderna mediatico-tecnologica attraverso il codice. È brutale, ma segretamente apre anche più scelte esistenziali. I poli delle relazioni di potere ai nostri giorni sono meno identificabili in termini letterali negli agenti umani e più virtuali, quindi reversibili. Questa era la critica di Baudrillard a Foucault. Il segreto machiavellico del potere è che “il potere non esiste”. È come il Grande Inquisitore di Dostoevskij, che sussurrava che il segreto di Dio è che Dio non esiste.
In che termini l’opacità algoritmica e le attuali logiche di piattaforma ridefiniscono le condizioni di possibilità della resistenza sociale, e quale funzione epistemica e critica possono assumere l’arte e la filosofia nella progettazione di nuovi modelli di mediazione digitale?
Alan N. Shapiro: Offrirò prima una risposta pratica sulla resistenza, poi una filosofica, perché i due livelli sono collegati. Milioni di persone in tutta Europa (soprattutto giovani) interagiscono quotidianamente con le piattaforme dei social media tramite i loro smartphone e tablet. Queste comunità simulate online non sono state progettate e costruite in Europa e non riflettono, proteggono o promuovono i valori europei come la discussione ragionevole, l’uguaglianza umana, l’istruzione, la conoscenza, l’empatia e la moralità. Sono state sviluppate principalmente nella Silicon Valley, negli Stati Uniti, e in Cina. Provengono dai contesti del semi-totalitarismo cinese e del capitalismo “selvaggio” di un sistema economico statunitense governato da oligarchi miliardari. L’Europa deve sviluppare le proprie piattaforme di social media per proteggere lo stile di vita dei propri cittadini, elaborando i principi per progettare piattaforme di social media migliori. Le piattaforme alternative non possono rinunciare al fascino dell’economia dell’attenzione, ma devono anche diventare spazi responsabili e partecipativi per la comunicazione e il mantenimento del tessuto sociale. Sì, gli algoritmi sono opachi, non c’è trasparenza e non c’è praticamente modo di conoscere i criteri utilizzati per determinare ciò che viene mostrato, sul motivo per cui i contenuti vengono rimossi o moderati. La conoscenza del funzionamento degli algoritmi e delle opzioni per modificarli dovrebbe essere ben visibile nell’interfaccia. Attualmente, è diffuso l’uso dei dark pattern, che utilizzano trucchi psicologici per indurre gli utenti ad agire secondo i desideri dei detentori del potere. Questo è un esempio di un’area che necessita di una riprogettazione.
Non posso dire agli artisti e ai filosofi cosa dovrebbero fare, perché ogni persona creativa e ogni pensatore ha le proprie idee e i propri progetti. Però spero che gli artisti escano dalla sfera dell’arte che il capitalismo ha designato come lo spazio in cui è consentita la creatività e si avvicinino maggiormente all’attivismo e all’impegno nella vita quotidiana e nelle istituzioni. Questa è l’influenza che i situazionisti hanno avuto su di me. Ciò si ricollega anche alla “coreografia sociale” di Steve Valk, di cui ho scritto nel mio libro Transdisciplinary Design. Spero che i filosofi diventino più transdisciplinari, perché penso che sia meglio sviluppare un vocabolario condiviso tra i diversi campi del sapere piuttosto che praticare la filosofia accademica come una disciplina ermetica. La migliore piattaforma alternativa di social networking dovrà trascendere concettualmente una “epistemologia del vero e del falso”. Dovrà riconoscere che non esiste una “realtà oggettiva” e che viviamo in un’iperrealtà. Dovrà fornire un’architettura con diversi livelli di “realtà” e includere meccanismi di “teletrasporto” (come in un videogioco, in un mondo virtuale o in Star Trek) tra questi livelli.
Quale pensa che sarà la prossima fase del simulacro? Un’iperrealtà generativa o un ritorno alla materialità come antidoto?
Alan N. Shapiro: In qualità di docente di design transdisciplinare e di ricerca sul futuro, mi è stato spesso chiesto di fare previsioni. Penso che il futuro sarà probabilmente molto cupo, perché al momento siamo nelle mani di un capitalismo avido e persino di forme di fascismo, il tutto in un contesto tecnologico avanzato. Non posso fare molto al riguardo. Tuttavia, gran parte del mio lavoro è utopistico, o quello che io definisco pragmatico-utopistico. Ho sempre fatto una chiara distinzione tra ciò che probabilmente accadrà e ciò che sostengo che persone creative e ben intenzionate potrebbero scegliere di fare. Ma forse la prossima fase del simulacro invita ad abbattere questa opposizione binaria. La prossima fase del simulacro va ben oltre il cambiamento genealogico del simulacro dalle immagini visive all’ibrido di scrittura e codice.
Alla nascita dell’informatica negli anni Trenta del Novecento, la logica digitale (che in seguito si è evoluta nella logica di programmazione) sembrava l’antitesi completa del linguaggio umano. Il linguaggio umano è risonante, ambivalente, poetico, soggettivamente espressivo, culturale, semiotico, testuale e grammatologico. Il codice software seguiva la “logica discreta”. Ogni riga di codice era del tutto priva di ambiguità. Il codice incarnava l’idea di un linguaggio formale matematico puro. Ogni riga di codice era un’istruzione precisa e inequivocabile. Ciò che sta accadendo ora, nell’era di ChatGPT e Gemini, è che sta emergendo un nuovo linguaggio delle macchine intelligenti. Anche il linguaggio umano si sta evolvendo in una mimica di quel linguaggio, riprendendo René Girard. Non si tratta dell’immagine iperreale dell’Oasi in Ready Player One, né dell’iperrealtà delle “bugie più vere del vero” di Trump. Come docente universitario e insegnante di seminari, ho recentemente notato che la qualità dei saggi scritti dagli studenti è aumentata. Ovviamente, questo è dovuto al fatto che utilizzano strumenti di ricerca e scrittura basati sull’intelligenza artificiale. Si potrebbe reagire d’istinto e dire che questo è un male, che gli studenti stanno affidando il loro pensiero e la loro creatività su una “macchina”. Ma non è un male. È l’inizio di un incontro a metà strada tra postumani e postmacchine. E non sta accadendo solo a livello di utenti, ma rappresenta una nuova fase dell’informatica e un suo miglioramento. Sostituisce in gran parte la logica binaria originale dell’identità e della differenza a tutti i livelli. Penetrerà nell’architettura informatica e potrà potenzialmente diffondersi a tutta la società.
In che modo il coding creativo, come esplorato nel suo lavoro, può diventare un linguaggio critico per resistere o reinterpretare i simulacri digitali?
Alan N. Shapiro: Dagli anni Sessanta fino al 2010 circa, c’è stata un’intensa produzione di arte dei nuovi media in molti generi (robotica, realtà virtuale, telepresenza, net art, arte digitale, bioarte, ecc.). Questo fenomeno è ben documentato e supportato filosoficamente, ad esempio in The Technological Herbarium. Gli artisti hanno creato opere d’arte che esploravano le possibilità della tecnologia e/o dei media modificati per comunicare preoccupazioni estetiche e politiche. Il coding creativo ha seguito l’arte dei nuovi media. Si è sviluppato in modo piuttosto indipendente nelle facoltà universitarie di arte e design. Il coding creativo è un movimento di artisti e creativi che mirano a creare installazioni artistiche e progetti di design che utilizzano la tecnologia informatica. È stato dato per scontato che la programmazione sia ciò che è e che la codifica creativa sia semplicemente un’estensione dell’elenco delle categorie di persone che dovrebbero imparare a programmare. L’idea che chi si occupa di scienze umane, design, arte e studi culturali cambierà la natura della programmazione sta emergendo solo ora. L’obiettivo è quello di creare una disciplina ibrida che unisca tecnologia e scienze umane. La programmazione software è praticata in una serie di attività sottoculturali: immagini dal vivo, mostre interattive, coreografie di danza, performance in tempo reale, prototipi di design di prodotti, stampa 3D e sperimentazione ibrida di design e codice tecnico nei maker lab, nelle demo scene e negli hackerspace. Queste attività resistono e trasformano i simulacri, con una funzione legata all’attivismo. Nella programmazione creativa, le caratteristiche dei linguaggi umani riappaiono sempre più spesso all’interno del codice. Le caratteristiche del linguaggio umano estendono e ridefiniscono ciò che è il codice.
Nella poesia software codework di Alan Sondheim, ad esempio, codice e linguaggio si compenetrano. Il coding creativo può cambiare l’informatica stessa, nei suoi concetti fondamentali, nelle applicazioni, nei programmi di studio e nella definizione e nel profilo di chi è un programmatore. L’informatica si espande da disciplina tecnica ingegneristica a campo transdisciplinare. Vilém Flusser aveva capito che il codice software è legato alla storia e al futuro della scrittura. Questa è la fase due della codifica creativa. La codifica creativa ha una forte premessa concettuale nelle teorie culturali e nel pensiero poststrutturalista sulle radicali incertezze e ambiguità del linguaggio umano. Un movimento efficace per la trasformazione digitale deve essere ponderato su due livelli: applicazione e codice. Deve cambiare le cose a livello di utente, ma anche arrivare al cuore della questione.