“Dove. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società” di Venturi e Zandonai

Venturi Zandonai

Recensione a: Paolo Venturi e Flaviano Zandonai, Dove. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società, Egea, Milano 2019, pp. 192, euro 22, (scheda libro).


Nell’ultimo decennio non si è assistito solo al manifestarsi di profonde trasformazioni che hanno messo in discussione i principali modelli di sviluppo e ideali di progresso delle società occidentali, ma nello stesso tempo, e in maniera più silenziosa, si è osservata anche la nascita di una molteplicità di nuove esperienze che, seppur ancora poco conosciute, hanno saputo innescare delle vere e proprie controtendenze.

Non è un caso che, guardando in particolare al panorama italiano, si noti l’emergere di un crescente dibattito attorno a temi quali: lo sviluppo delle aree interne, la rigenerazione urbana, l’imprenditorialità sociale, i beni comuni o le reti di imprese, il cui insieme dimostra il serio tentativo di costruire una nuova prospettiva sul “fare-territorio” e “fare-comunità”. Quella a cui si è posti di fronte è dunque una sfida prima di tutto culturale, riguarda cioè in primis i modi attraverso cui bisogni, desideri, risorse e volontà si intrecciano per strutturare gli spazi di vita collettivi. A questo proposito, una delle dinamiche principali, e certamente con maggiori implicazioni, riguarda i processi e le forme di creazione dei luoghi, ovvero quegli «spazi fisici e virtuali dove relazioni sociali, economiche e tecnologiche producono significati condivisi»[1].

È infatti da essi, proprio grazie alle loro singolarità, che vengono oggi alla luce esempi di una “nuova cultura” relativa ai modi di gestire, immaginare e trasformare tali spazi di vita, per natura eterogenei e dove il diffondersi di disuguaglianze crescenti rischia di metterne in serio pericolo il tessuto relazionale inclusivo, la cui evoluzione o involuzione non può che incidere notevolmente anche sul corrispettivo tessuto produttivo e politico-amministrativo. Una tale rinnovata cultura trova poi concrete declinazioni in esperienze come: le cooperative di comunità, le imprese sociali, i patti di collaborazione per i beni comuni, progetti di rigenerazione urbana, piattaforme per servizi di welfare, la creazione di distretti intersettoriali, i community hub, insomma tutte quelle realtà che mescolando insieme una pluralità di codici (culturale, economico, politico, di welfare, ambientale) generano organizzazioni ibride attorno alle quali si strutturano luoghi e tessuti relazionali densi.

Su quali siano le principali dinamiche che innescano il sorgere di tali esperienze, si dirà qualcosa in seguito, qui si intende in primo luogo sottolineare la natura di queste progettualità sorte per far fronte, a livello locale ma non solo, alle grandi trasformazioni socio-economiche in atto, in quanto tali sperimentazioni comportano il coinvolgimento delle collettività nella loro interezza e richiedono una risposta di carattere corale: tutti i soggetti, pubblici o privati, informali o istituzionali, di modeste o grandi dimensioni, sono chiamati ad agire collaborando insieme. Questo porta a superare un approccio ai territori meramente “amministrativo” e segmentario, per inaugurare una diversa prospettiva che presuppone quella che Becattini e Magnaghi hanno chiamato la “coscienza dei luoghi”, ovvero una rinata consapevolezza sul fatto che «sono i luoghi a educare le comunità». È il patrimonio di saperi, culture, esperienze, tradizioni a fornire alle persone la direzione da percorrere per la crescita[2], aspetto che può apparire scontato, ma nell’ultimo periodo sembrava essere stato completamente dimenticato. Una tale coscienza rappresenta dunque il primo obiettivo da raggiungere in quanto permette: da un lato di svincolare i luoghi dalla subordinazione ai meccanismi economico-produttivi egemoni, evitando la convergenza verso modelli (si pensi ad es. al “modello Silicon Valley” o al “modello Milano”) che spesso spingono i territori o singole collettività a dimenticare le loro identità e reali risorse, per inseguire narrazioni che snaturano le comunità e le rendono subalterne a logiche tutt’altro che sostenibili e mirate alla creazione di un benessere ristretto e rivolto esclusivamente ad una minoranza.

Dall’altro lato, questa ritrovata “coscienza dei luoghi” costringe a ripensare le forme delle governance territoriali alla luce di possibilità inedite di collaborazione fra i diversi attori del territorio, e alla necessità di mettere in campo risposte condivise che guardino alla vita delle persone, alle loro capacità e aspirazioni, in un’ottica maggiormente ecologica, permettendo con ciò di «sbloccare il potenziale di forme di gestione del potere e di allocazione delle risorse più rispondenti alle peculiarità delle reti sociali, nonché valorizzandone gli elementi di ricchezza in termini culturali, motivazionali e di competenze»[3].

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Perché i luoghi sono importanti?

Pagina 2: L’urgenza di contrastare le comunità rancorose

Pagina 3: Un nuovo intreccio tra l’economia e il sociale per rilanciare lo sviluppo dei territori


[1] Venturi P. e Zandonai F., Dove. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società, Milano, Egea, 2019, p.2.

[2] Cfr., Becattini G., La coscienza dei luoghi: il territorio come soggetto corale, presentazione di Alberto Magnaghi, Roma, Donzelli, 2015.

[3] Venturi P. e Zandonai F., Dove. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società, Milano, Egea, 2019, p. 135.


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Classe 1992, laureato in filosofia contemporanea presso l'Università di Bologna, mi occupo di trasformazioni dei sistemi di welfare con particolare interesse per il Terzo Settore e il welfare di comunità. Presso la stessa università sono tutor del corso di alta formazione in Welfare Community Manager e collaboro con il Centro Servizi del Volontariato di Modena.

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