“Dove. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società” di Venturi e Zandonai
- 11 Maggio 2019

“Dove. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società” di Venturi e Zandonai

Recensione a: Paolo Venturi e Flaviano Zandonai, Dove. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società, Egea, Milano 2019, pp. 192, euro 22, (scheda libro)

Scritto da Andrea Baldazzini

7 minuti di lettura

Nell’ultimo decennio non si è assistito solo al manifestarsi di profonde trasformazioni che hanno messo in discussione i principali modelli di sviluppo e ideali di progresso delle società occidentali, ma nello stesso tempo, e in maniera più silenziosa, si è osservata anche la nascita di una molteplicità di nuove esperienze che, seppur ancora poco conosciute, hanno saputo innescare delle vere e proprie controtendenze.

Non è un caso che, guardando in particolare al panorama italiano, si noti l’emergere di un crescente dibattito attorno a temi quali: lo sviluppo delle aree interne, la rigenerazione urbana, l’imprenditorialità sociale, i beni comuni o le reti di imprese, il cui insieme dimostra il serio tentativo di costruire una nuova prospettiva sul “fare-territorio” e “fare-comunità”. Quella a cui si è posti di fronte è dunque una sfida prima di tutto culturale, riguarda cioè in primis i modi attraverso cui bisogni, desideri, risorse e volontà si intrecciano per strutturare gli spazi di vita collettivi. A questo proposito, una delle dinamiche principali, e certamente con maggiori implicazioni, riguarda i processi e le forme di creazione dei luoghi, ovvero quegli «spazi fisici e virtuali dove relazioni sociali, economiche e tecnologiche producono significati condivisi»[1].

È infatti da essi, proprio grazie alle loro singolarità, che vengono oggi alla luce esempi di una “nuova cultura” relativa ai modi di gestire, immaginare e trasformare tali spazi di vita, per natura eterogenei e dove il diffondersi di disuguaglianze crescenti rischia di metterne in serio pericolo il tessuto relazionale inclusivo, la cui evoluzione o involuzione non può che incidere notevolmente anche sul corrispettivo tessuto produttivo e politico-amministrativo. Una tale rinnovata cultura trova poi concrete declinazioni in esperienze come: le cooperative di comunità, le imprese sociali, i patti di collaborazione per i beni comuni, progetti di rigenerazione urbana, piattaforme per servizi di welfare, la creazione di distretti intersettoriali, i community hub, insomma tutte quelle realtà che mescolando insieme una pluralità di codici (culturale, economico, politico, di welfare, ambientale) generano organizzazioni ibride attorno alle quali si strutturano luoghi e tessuti relazionali densi.

Su quali siano le principali dinamiche che innescano il sorgere di tali esperienze, si dirà qualcosa in seguito, qui si intende in primo luogo sottolineare la natura di queste progettualità sorte per far fronte, a livello locale ma non solo, alle grandi trasformazioni socio-economiche in atto, in quanto tali sperimentazioni comportano il coinvolgimento delle collettività nella loro interezza e richiedono una risposta di carattere corale: tutti i soggetti, pubblici o privati, informali o istituzionali, di modeste o grandi dimensioni, sono chiamati ad agire collaborando insieme. Questo porta a superare un approccio ai territori meramente “amministrativo” e segmentario, per inaugurare una diversa prospettiva che presuppone quella che Becattini e Magnaghi hanno chiamato la “coscienza dei luoghi”, ovvero una rinata consapevolezza sul fatto che «sono i luoghi a educare le comunità». È il patrimonio di saperi, culture, esperienze, tradizioni a fornire alle persone la direzione da percorrere per la crescita[2], aspetto che può apparire scontato, ma nell’ultimo periodo sembrava essere stato completamente dimenticato. Una tale coscienza rappresenta dunque il primo obiettivo da raggiungere in quanto permette: da un lato di svincolare i luoghi dalla subordinazione ai meccanismi economico-produttivi egemoni, evitando la convergenza verso modelli (si pensi ad es. al “modello Silicon Valley” o al “modello Milano”) che spesso spingono i territori o singole collettività a dimenticare le loro identità e reali risorse, per inseguire narrazioni che snaturano le comunità e le rendono subalterne a logiche tutt’altro che sostenibili e mirate alla creazione di un benessere ristretto e rivolto esclusivamente ad una minoranza.

Dall’altro lato, questa ritrovata “coscienza dei luoghi” costringe a ripensare le forme delle governance territoriali alla luce di possibilità inedite di collaborazione fra i diversi attori del territorio, e alla necessità di mettere in campo risposte condivise che guardino alla vita delle persone, alle loro capacità e aspirazioni, in un’ottica maggiormente ecologica, permettendo con ciò di «sbloccare il potenziale di forme di gestione del potere e di allocazione delle risorse più rispondenti alle peculiarità delle reti sociali, nonché valorizzandone gli elementi di ricchezza in termini culturali, motivazionali e di competenze»[3].

 

L’urgenza di contrastare le comunità rancorose

Quanto appena descritto relativamente alla natura corale di questa risposta, che emerge dai luoghi e guarda alle grandi trasformazioni sociali in atto, funge poi da premessa per cogliere al meglio la ricchezza dell’ultimo lavoro a quattro mani di Paolo Venturi e Flaviano Zandonai “Dove. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società”. Anch’esso è infatti un libro che parla in maniera corale, rivolgendosi ad un pubblico molto più vasto dei soli addetti ai lavori: dai singoli cittadini agli amministratori locali, da chi opera in campo imprenditoriale a chi si impegna gratuitamente per gli altri, questo libro vuole parlare a tutti coloro che a vario titolo e grado contribuiscono al dare forma ad uno specifico territorio e collettività.

A differenza di molti lavori dedicati a questi temi, il volume non si struttura attorno all’analisi di studi di caso specifici, esso ha piuttosto il merito di mettere al centro del ragionamento un unico concetto, ovvero «la dimensione di luogo» nelle sue declinazioni spaziali, relazionali, produttive e di governance. Ciò permette di concentrarsi su quelle modalità alternative di intreccio di tali elementi, che possono fungere da linee guida per la definizione di un nuovo paradigma di sviluppo per territori e comunità, permettendo la realizzazione di progettualità alternative in grado di proporre una diversa articolazione tra dimensione politica, culturale, produttiva e relazionale[4]. Per chi fosse poi interessato a conoscere più nel dettaglio specifiche esperienze e progettualità, si rimanda ad una serie di altre ricerche tra cui quelle promosse dalla community di Iris Network, dalla Fondazione Symbola in collaborazione con AICCON e quelle realizzate in occasione delle varie edizioni di Culturability.[5]

Le ragioni poi sul perché gli autori abbiano deciso di scegliere come cardine della propria riflessione il concetto di «luogo» e di concentrarsi sulle strutture dei processi che ne costituiscono le fondamenta, sono certamente molteplici. Tra di esse quella che senza dubbio va a toccare una questione di particolare urgenza, riguarda il riemergere di alcuni sentimenti e tensioni che trovano nello spazio della comunità il loro punto di innesco: «oggi a dominare sono le comunità rancorose, che preferiscono investire il loro capitale di relazioni e fiducia internamente (bonding), e non per ampliare la propria connettività (bridging)[6]». Per affrontare le grandi sfide poste in essere dalle macro trasformazioni dei contesti sociali, diventa dunque una priorità anche il reagire al sorgere di tali “comunità rancorose”, e di fondamentale importanza diventa il lavoro di ricerca proprio su quei luoghi dove nascono quelle esperienze capaci: sia di mettere in campo una contro-narrazione rispetto ai modelli di sviluppo mainstream e alle tendenze regressive sul piano dell’inclusione, sia di proporre un insieme di pratiche che aspirino a costruire una concreta alternativa nei modi di immaginare il futuro dei territori, come si dirà in meglio in seguito, a partire da una ridefinizione dei rapporti tra dimensione sociale e dimensione economico-produttiva, aspetti che non possono più essere scissi, ma anzi è solo insieme che i bisogni del primo possono trovare risposta nelle risorse del secondo e viceversa.

 

Un nuovo intreccio tra l’economia e il sociale per rilanciare lo sviluppo dei territori

Gli autori propongono così di partire mettendo a fuoco i principali driver di sviluppo che agiscono nei diversi territori a livello nazionale, per verificare se da qui possa scaturire o meno un nuovo paradigma per l’economia e la società, che altrimenti ridurrebbe la cosiddetta innovazione sociale a semplice mantra privo di ricadute concrete[7]. Venturi e Zandonai individuano quindi quattro principali driver[8]:

  • La capacità imprenditoriale di infrastrutturare le vocazioni territoriali rigenerando le loro culture sottostanti.
  • L’individuazione di una dimensione specificatamente produttiva del welfare che innesca un vero e proprio processo di institution building grazie al modello dell’impresa sociale.
  • La verticalizzazione dei processi di concentrazione di grandi player sia industriali che appartenenti all’economia civile, favorita dall’avvento di imprese-piattaforma digitali.
  • La ricomposizione della domanda sociale sia in termini di aggregazione sociale, culturale, politica, sia nei modelli di consumo.

Da qui segue un’articolazione del volume suddivisa in due macro sezioni: la prima si interroga sul chi produce il valore della dimensione di luogo, analizzando quali asset comunitari possano divenire nuove infrastrutture sociali, quali opportunità e insidie vengono introdotte dal radicamento della componente digitale all’interno di esperienze di welfare collaborativo, nonché le forme e dimensioni del valore prodotto dai luoghi. Nella seconda parte invece l’attenzione è rivolta al come governare la dimensione di luogo, ovvero a quali possibili forme di collaborazione tra organizzazioni (con un focus particolare sui processi di open innovation[9]), quali modelli di social business vengano sperimentati, e quali risorse si possano utilizzare per costruire nuove strategie di crescita che portino alla nascita di veri e propri ecosistemi territoriali e non di semplici reti inter-organizzative o progettualità isolate. Di nuovo, l’obiettivo è creare luoghi, non semplici spazi di connessione, è perciò necessario lavorare sulla dimensione del senso (qualitativa) e non solo su quella dei numeri (quantitativa), costruendo relazioni dense e produttive, altrimenti il rischio è di ricadere nelle logiche – oramai ben note – tipiche delle reti virtuali come quelle dei social network, dove le logiche di condivisione e collaborazione difficilmente riescono a produrre impatti profondi e significativi a livello relazionale.

L’intera riflessione degli autori poggia infine su un’ulteriore premessa che riguarda una rinnovata articolazione tra economico e sociale, nella quale: da un lato le realtà produttive tradizionali comprendono che il proprio futuro è legato inscindibilmente a quello dei territori in cui risiedono, dall’altro le realtà fino ad ora definite come non-profit-oriented acquisiscono dinamiche e logiche delle realtà for-profit scoprendo nuove possibilità per il perseguimento delle proprie mission sociali. Per concludere: una ritrovata coscienza dei luoghi e una riscoperta coscienza della reciprocità tra economico e sociale, diventano le basi per costruire quella nuova cultura del “fare-territorio” e “fare-comunità” necessaria per sperimentare alternative che contribuiscano a mettere in campo risposte place-based alle grandi sfide socio-economiche di oggi.

Dunque un libro questo dalla doppia funzione: per un verso bussola per l’orientamento all’interno di quel grande mondo oggi in fermento che, semplificando, si può riassumere nell’etichetta dell’innovazione sociale; per l’altro strumento da utilizzare per contrastare, riprendendo Bauman, quella tendenza di «questo mondo nuovo dove si chiede agli uomini di cercare soluzioni private a problemi di origine sociale anziché soluzioni di origine sociale a problemi privati»[10].


[1] Venturi P. e Zandonai F., Dove. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società, Milano, Egea, 2019, p. 2.

[2] Cfr., Becattini G., La coscienza dei luoghi: il territorio come soggetto corale, presentazione di Alberto Magnaghi, Roma, Donzelli, 2015.

[3] Venturi P. e Zandonai F., Dove. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società, Milano, Egea, 2019, p. 135.

[4] Cfr., Hemerijck A., The Uses of Social Investment edited, Oxford, Oxford University Press, 2017.

[5] 1) Coesione è competizione: www.symbola.net/coesionecompetizione
2) Iris Network: https://irisnetwork.it/risorse/

3) Culturability: https://culturability.org

[6] Venturi P. e Zandonai F., Dove. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società, Milano, Egea, 2019, p. 3.

[7] Ivi, cfr., p. 5.

[8] Ivi, cfr., pp. 6-7.

[9] Open_Innovation__cooperazione

[10] Cfr., Bauman Z., Capitalismo parassitario, Roma-Bari, Laterza, 2011.

Scritto da
Andrea Baldazzini

Classe 1992, laureato in filosofia contemporanea presso l'Università di Bologna, mi occupo di trasformazioni dei sistemi di welfare con particolare interesse per il Terzo Settore e il welfare di comunità. Presso la stessa università sono tutor del corso di alta formazione in Welfare Community Manager e collaboro con il Centro Servizi del Volontariato di Modena.

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