Dove va l’informazione? Intervista a Peppino Caldarola
- 04 Maggio 2020

Dove va l’informazione? Intervista a Peppino Caldarola

Scritto da Giacomo Bottos e Raffaele Danna

18 minuti di lettura

Nel periodo recente il sistema dell’informazione italiano è andato incontro a trasformazioni importanti, prima con l’acquisizione di GEDI da parte di Exor (gruppo FCA/FIAT), e poi con il recente cambio di direttori nelle sue principali testate. In particolare, il passaggio di consegne tra Verdelli e Molinari alla guida di Repubblica e l’arrivo di Massimo Giannini, già vicedirettore de La Repubblica e della stessa Stampa alla direzione di La Stampa e di GEDI News Network, e di Mattia Feltri all’Huffington Post. Prendiamo spunto da questi avvenimenti per una discussione con Peppino Caldarola, che prova anche a gettare uno sguardo sulle tendenze più generali del mondo dei media a livello globale e a costruire un ragionamento sull’informazione in Italia in ottica storica.

Peppino Caldarola è direttore di Civiltà delle Macchine e collabora con Lettera43, è stato direttore per due volte dell’Unità, vice-direttore di Rinascita e fondatore di Italiaradio. È stato anche editorialista del Riformista e negli anni giovanili redattore della Casa editrice Laterza.


Potremmo partire da un commento sui recenti cambiamenti degli assetti proprietari del Gruppo GEDI e sul conseguente avvicendamento dei direttori delle sue principali testate. Come cambierà verosimilmente il panorama dell’informazione italiana in conseguenza di questo passaggio?

Peppino Caldarola: Il cambiamento era nell’aria da quanto i tre figli di De Benedetti si erano dissociati dall’impresa paterna. A quel punto è apparso abbastanza chiaro che la storia di Repubblica si avviasse verso un finale d’opera. Forse assai meno prevedibile era, invece, che la FIAT, nella persona di John Elkann, avrebbe deciso di fare la parte del leone. Tutto, infatti, lasciava pensare che ormai gli interessi di ciò che resta della famiglia Agnelli fossero rivolti prevalentemente ad attività di tipo industriale, con sede all’estero. È del tutto evidente come questa novità imprenditoriale segnali un cambiamento molto forte. Si può dire paradossalmente che la FIAT di Elkann stia tentando di portare a compimento la stessa operazione della FIAT di Valletta e della FIAT di Gianni Agnelli. La FIAT di Valletta fece sì che il suo principale giornale diventasse un grande giornale nazionale, governativo, serio. La FIAT di Gianni Agnelli a un certo punto decise di allargare l’orizzonte e guardare anche al Corriere della Sera. Queste dinamiche vanno considerate tenendo presenti anche gli orientamenti dei giornalisti, non solo quelli della proprietà. E vi sono stati fior di giornalisti. Non solo Paolo Mieli, un protagonista assoluto dell’informazione italiana, assieme ad Eugenio Scalfari, a Ezio Mauro e, a destra, a Vittorio Feltri. Vi sono stati direttori di giornali di alto profilo che si trovavano in una tale sintonia con la proprietà che non richiedeva subalternità. Al tempo stesso essi avevano in mente un’idea di protagonismo del giornalismo. Il caso più clamoroso non è quello di Eugenio Scalfari, che faceva da solo il suo giornale, ma di Paolo Mieli, che usava giornali altrui per intervenire sulla vita politica. Il cambiamento attuale segnala dunque un protagonismo della FIAT e anche un mutamento nella collocazione politica dei giornali. Secondo una regola mai smentita, nonostante il loro declino, i giornali di carta vengono ritenuti assai importanti per chi detiene il potere economico. Ai giornali di carta sono ora associati giornali online, anche se non si tratta di autentici giornali online, ma semmai di riproduzioni online degli stessi giornali di carta. I veri giornali online sono altri: Il Post, TPI, Linkiesta, Lettera43. Questi vivono problematiche e difficoltà proprie. Dunque, con questa scelta il gruppo legato ad Elkann sta manifestando una intenzione politica esattamente in linea con quella propria della storia della FIAT, cercando di avvicinare a sé il governo di Roma. Mostra un’insoddisfazione nei confronti di Conte assai pronunciata, mentre Verdelli manteneva un atteggiamo intermedio. Elkann può ora contare su un grande giornalista, Maurizio Molinari, che ha una straordinaria esperienza internazionale e la capacità di leggere la politica italiana nel quadro mondiale. Soprattutto è un uomo senza passioni, il che lo pone agli antipodi rispetto alla storia di Repubblica. L’operazione che è stata messa in campo vuole dare vita ad un giornale che veda smorzate le sue passioni militanti e che predisponga alla nascita di un governo durevole, serio, adatto alla fase tre, un governo della ricostruzione. Il governo Conte viene ritenuto inadatto a questo ruolo. Si vuole dunque un giornale che possa svolgere un ruolo in questa fase che necessariamente si deve aprire. In questo panorama osserviamo poi la navigazione solitaria del Corriere della Sera. Il Corriere è affidato a quello che teoricamente possiamo considerare l’unico editore puro presente, un uomo di straordinaria mutevolezza di opinioni, che ha oscillato tra 5 Stelle, PD e Salvini. Per il Corriere della Sera ha scelto la linea di una navigazione costa-costa, affidandola a un grande professionista dell’informazione, il mio amico Luciano Fontana, rinunciando completamente, al tempo stesso, allo svolgimento di un ruolo nazionale ed internazionale. Oggi il Corriere della Sera non è in grado di far discutere Liberation, Die Zeit o il New York Times. Non crea, se non pubblicando un’intervista, un evento politico. Detto in sintesi, ci stiamo avviando verso una fase straordinaria ed eccezionale, essendo dotati, però, di un sistema dell’informazione impoverito, dominato da una straordinaria mediocrità. Applico questo concetto non alle singole persone coinvolte, ma ai progetti che sono chiamati ad attuare.

 

In relazione a questo discorso sui cambiamenti del mondo dellinformazione, quali principali tendenze vedi nellevoluzione del quadro politico e dei rapporti con esso?

Peppino Caldarola: Per quanto riguarda il posizionamento politico si continua a ragionare come se fossimo ancora in un sistema politico con propri fondamentali, per quanto imperfetto. In realtà va riconosciuto che noi oggi non sappiamo quali partiti politici esisteranno tra tre anni. Sappiamo che probabilmente la Lega ci sarà, ma forse con un leader diverso, una figura che sperabilmente, pur non piacendo alla sinistra, non sarà un cialtrone. Non sappiamo fino a che punto la Meloni può radunare nostalgismo e sogni almirantiani. Non sappiamo se esisteranno i Cinque Stelle. Sappiamo solo una cosa, di cui però non sono consapevoli i protagonisti medesimi: la vicenda che stiamo vivendo sta rivelando l’esistenza di un partito centrale. Il Partito Democratico non dovrebbe rifiutare la collocazione di partito centrale – non centrista –, inteso come asse intorno a cui ruota la politica e la vita dello Stato. Oggi il PD ha bisogno di un intenso, vero rapporto con il popolo. Dovrebbe intestarsi alcuni risultati: il reddito di cittadinanza, l’erogazione di risorse che andranno a beneficio dei commercianti disperati – che rischiano di assomigliare ai sottoufficiali della prima guerra mondiale, diventando una massa di manovra terribile –. Il Partito Democratico deve intestarsi lo Stato, anche nella fantasia del dopo. In questa fantasia del dopo il PD è ancora carente, ma è l’unico che può sviluppare questa capacità. Cosa dobbiamo immaginare per quanto riguarda il rapporto tra giornali e partiti? I giornali possono avere un’influenza sulle leadership dei partiti, possono blandire o spaventare i singoli, Renzi, Salvini, Meloni. Però questo potrebbe venire meno mano a mano che questo genere di leadership perderà peso a vantaggio di leadership più pesanti, come Draghi o come altre personalità che potrebbero emergere. Mi ha stupito vedere che, nelle classifiche della popolarità agli occhi degli italiani, c’è il giovane Speranza. In momenti come questo, in cui gli italiani hanno molta paura potrebbero prendere i forconi, tendenzialmente preferiscono guardare ad un partito e ad un leader che li guidi verso una prospettiva. Questo lo può fare solo il Partito Democratico. Ciò presuppone però che esso sia in grado di svolgere un’operazione su se stesso molto importante: deve smettere di giocare. Anche i giornali giocano, continueranno a giocare, non hanno in mano la palla, neppure quelli di destra. Il governo Conte non cadrà per una campagna stampa, ma per un errore politico o una scivolata, per l’incapacità di soddisfare eventuali nuove domande che verranno dal Paese. Una campagna stampa oggi non danneggia neppure una brava giornalista come Giovanna Botteri, figuriamoci se danneggia la politica.

 

Pensi che le vicende di cui abbiamo parlato siano anche la spia di una tendenza, attiva non solo a livello italiano, verso una ristrutturazione e concentrazione del settore? E se sì, da dove nasce questo processo? Quali ne sono le radici storiche?

Peppino Caldarola: Abbiamo avuto due rivoluzioni negli ultimi trent’anni. Una è stata una rivoluzione economica, iniziata col duo Reagan – Thatcher. L’altra rivoluzione ha avuto il segno molto forte della politica. Mi riferisco alle Presidenze Bush e Obama, allo scontro francese – epico, storico, in un contesto di sparizione del socialismo – tra il moderatismo repubblicano e il tentativo lepenista di andare al governo. In Germania, per fortuna, è rimasto l’unico grande partito superstite cristiano-democratico – dovremmo riflettere un po’ più amichevolmente sulla Germania –. In Gran Bretagna abbiamo assistito ad una crisi di leadership pazzesca: vi sono stati leader moderati che l’hanno portata allo sbando e un leader di sinistra affascinante ma privo di sguardo e di futuro. Se consideriamo il sistema dell’informazione a livello mondiale in questa fase storica, ci accorgiamo con grande e dolorosa sorpresa che il famoso quarto potere di Orson Welles non esiste più. Esistono grandi giornalisti uti singuli. Esistono giornali che prendono posizioni coraggiose: Der Spiegel che difende l’Italia, i giornali americani che difendono Fauci contro Trump. Ma il sistema dell’informazione nel suo complesso, in tutto il mondo, preferisce inseguire il cabaret degli uomini politici, piuttosto che indagare ciò che vi è sotto. Il sistema dell’informazione non ha avuto e non ha il coraggio di porsi alcune domande fondamentali. È vero o no che Bolsonaro sta distruggendo l’Amazzonia? Perché non si parla dell’impatto del COVID-19 nel terzo mondo? Com’è possibile che il Presidente degli Stati Uniti possa suggerire liberamente di iniettarsi disinfettante come rimedio contro il virus e non essere cacciato il giorno dopo da due giornalisti che vincano per questo il Premio Pulitzer? Se consideriamo quella certa mediocrità di sistema del mondo dell’informazione di cui abbiamo parlato siamo tentati di considerare la rivoluzione del COVID come una guerra che la natura vince a tavolino contro il mondo, cogliendolo del tutto impreparato nel momento in cui questo era totalmente privo di visione, non aveva più fantasia e aveva la peggiore classe dirigente della storia. Poi certo, oggi non ci sono Hitler, Stalin o Mussolini. Però questa classe dirigente può portare al massacro miliardi di persone. In questo contesto emerge una figura singolare: il mecenate miliardario, il capitalista soddisfatto. Bill Gates decide di finanziare un vaccino e costringe Angela Merkel, Conte e altri leader europei ad una partnership per finanziare il vaccino di Pomezia, costringendo anche gli americani a stanziare una cifra paurosa per il vaccino americano. In tutto ciò il ruolo del sistema dell’informazione è totalmente inesistente. Da cosa dipende tutto ciò? Il sistema dell’informazione non ha ragionato abbastanza su se stesso. La quantità dell’informazione non soddisfa le persone, anzi rende necessario un di più di qualità e un livello superiore dei professionisti. Non è vero che siamo tutti giornalisti. Avremmo bisogno di una “classe giornalistica” che sia più adeguata ai tempi. Qui si pone il tema della formazione. Nei “bei tempi andati” non solo avevamo al governo, ma anche a dirigere i giornali dei professori universitari. La classe dirigente aveva letto diecimila libri. Oggi si rilancia quello che si vede sui social.

 

In questo si è inserita anche la dinamica del processo di digitalizzazione, una transizione in cui siamo ancora immersi. Quanto è riuscito il settore a elaborare dei modelli sostenibili che incorporino anche il digitale o che facciano di esso un punto centrale?

Peppino Caldarola: Non possiamo ancora ragionare su esempi compiuti, ma solo su pillole di esempi. Oggi non c’è esempio di inchiesta riuscita che non preveda una combinazione di strumenti diversi: un computer che viene usato per fare ricerca e dialogare, una telecamera che viene portata a spalla, un’inchiesta che viene mandata in rete. Lo vedo bene nell’esperienza che sto portando avanti e che è ancora agli inizi, Civiltà delle Macchine. È un giornale di carta. Avevamo pensato poi di affiancare al cartaceo anche un giornale online e inizialmente pensavamo ad uno strumento che permettesse di leggere online il giornale di carta. Poi abbiamo capito che il giornale online doveva essere un’altra cosa, un quotidiano online di scienza e umanesimo, con incursioni anche nella vita quotidiana, purché mantenessero un legame con questo filone. Tutto ciò sta creando un dialogo tra la carta e il digitale. La verità è che il sistema dell’informazione, che sarà contrassegnato da una quantità esagerata di informazioni, e da ineliminabili fake news, si può reggere solo se sarà in grado di dare forza e dignità a imprese, anche piccole – perché anche le imprese piccole possono fare cose importanti: come una piccola impresa di Pomezia può fare un vaccino, una piccola impresa editoriale può fare un vaccino informativo per migliaia di persone – che sappiano tenere tutto insieme. La carta perché deve esserci, perché rappresenta un elemento di solidità, di durata nel tempo, perché trasmette una certa immagine e una certa modalità di scrittura. È indispensabile l’online perché è un elemento di immediatezza, rapidità, è senza confini, mette in allerta il Paese. Quando un pazzo mise una bomba vicino a una scuola a Brindisi la notizia venne data attraverso Facebook, non sui giornali, perché qualcuno era lì vicino, assistette alla vicenda e la condivise. Questo tipo di giornalismo non può essere fatto da ragazzi che prendono stipendi da fame. Non stiamo parlando di un giornalismo minore, ma maggiore. Certo, è necessaria la gavetta, bisogna andare su strada, ma questo è un lavoro che va pagato. Bisogna modificare il centro del progetto editoriale: deve essere assai meno il giornale di carta e assai più il giornale online. Qualche anno fa, forse anche sei mesi fa avrei detto che il centro, il cacciatorpediniere doveva essere il giornale di carta, affiancato, come piccole navi veloci, dai giornali online. Ora penso che il centro sia il giornale online, che abbia accanto a se il giornale di carta ed eventualmente una televisione. Serve che queste cose crescano. Questo non perché altrimenti ci sia il rischio che vincano Cairo o Elkann, che non riusciranno a spostare un voto nelle prossime elezioni. Un sistema diverso, invece, può spostare voti. Non dimentichiamo che il secondo Bush vinse usando solo le radio evangeliche, diffuse in tutto il Paese, che crearono una rete di simpatia intorno a lui. Nessuno se ne era accorto. Si può contrastare Salvini e quelli come lui solo con questo metodo, con un sistema diffuso sul territorio, resistente, molecolare.

 

Hai giustamente tracciato un quadro delineando in parallelo l’evoluzione del sistema dell’informazione e la crisi e l’involuzione dei sistemi politici. Rispetto a questo tema, del rapporto tra ecosistema dell’informazione ed ecosistema politico, come fattore dell’impoverimento della democrazia nel suo complesso, emergono due domande. La prima: ritieni che sia un’ipotesi attuale quella del finanziamento del sistema dell’informazione nel suo complesso in quanto bene pubblico necessario alla democrazia? In secondo luogo: come segnala il caso del Washington Post acquistato da Bezos, riguardo al rapporto con le piattaforme tecnologiche pensi ci siano dei rischi per i giornali e per gli editori di essere, in qualche modo, assorbiti dalle piattaforme?

Peppino Caldarola: La risposta è sì a tutte e due le domande. Se dobbiamo immaginare una “fase tre”, una ricostruzione, uno Stato imprenditore come dice la Mazzucato, dobbiamo liberarci da ogni fobia nei confronti dello Stato, recuperare una sua centralità. Non dello Stato etico, ma di uno Stato che indirizza settori dell’economia, che fornisce un quadro di riferimento e aiuta, detassando, erogando risorse, indirizzando anche pesantemente. Nel Dopoguerra noi avemmo uno Stato che aveva chiari due punti: la riforma agraria, nella misura in cui era attuabile, e lo sviluppo dell’industria dell’automobile e dei beni di consumo per le famiglie. C’era un intervento di finanziamento e di facilitazione legato a questo tipo di progetto. Ora dobbiamo decidere in quale quadro inserire l’Italia. La visione è quella delineata da Roberto Cingolani: un’Italia che fa un salto tecnologico senza precedenti. In questo salto l’informazione ha un ruolo decisivo e dev’essere aiutata. Può essere aiutata in due o tre maniere. Può essere aiutata con il finanziamento pubblico, che è però una soluzione rischiosa, perché può essere oggetto di abusi. Più auspicabili sono, invece, facilitazioni ad acquisti, detassazioni, premi alla produzione dalla parte dello Stato, basati su misurazione dei contatti e produzione effettiva. Nel momento migliore la Cassa per il Mezzogiorno adottava una logica premiante, non a fondo perduto. Il rischio che le grandi piattaforme possano assorbire tutto è un rischio cruciale. Per questo vedo come compito per la politica e per i vari sistemi, innanzitutto quello di fornire quantità e qualità di informazioni tali da rendere difficile la prepotenza degli straricchi. Del resto, per quanto i tempi siano cambiati, abbiamo avuto paura che Berlusconi dominasse mediaticamente l’Italia o che altri tycoon dominassero gli Stati Uniti. È giusto avere paura, ma la paura ci deve spingere a reagire, spingerci a mostrare di essere più bravi. Davide deve battere Golia. Questo richiede fantasia, rischio. I “cento uomini di ferro” di Dorso devono occuparsi non di perdere tempo a contraddire Salvini, ma di creare le condizioni perché Salvini non esista più.

 

Tornando più specificamente all’Italia, abbiamo detto come questo cambio di proprietà e direzione rappresenti, comunque, una cesura o la fine di una storia per un giornale come Repubblica, caratterizzato da sempre da una forte identità e da una determinata cultura politica e dell’informazione. Pensi che si possa ora fare un bilancio di quello che Repubblica ha rappresentato, nella diverse fasi della sua storia, nella storia dell’informazione e nella storia politica italiana?

Peppino Caldarola: Repubblica è stato indubbiamente, per un lungo tratto, il giornale più importante, perché ha mobilitato, portandole alla vita politica attiva, culture e forze liberali che erano atomizzate, che vivevano nel privato. Lo è stato anche perché ha compiuto una doppia grande operazione, ponendosi come una realtà forte di fronte ai due grandi colossi politici, ai quali ha posto delle condizioni con l’aggressività e l’intrusività del grande giornalismo. Il primo anno di Repubblica fu disastroso, quasi al punto da dover chiudere. Nel secondo anno, quando il giornale decise di occuparsi di politica direttamente, acquisirono alcuni giornalisti di razza – alcuni c’erano già, altri venivano dalla stampa comunista –, cominciarono ad occuparsi del Partito Comunista, della tradizione comunista come non se ne era mai occupato nessuno. Nell’anno successivo, nel secondo e nel terzo anno di Repubblica, l’Unità perse 100.000 copie. Bisogna riconoscere che il ruolo di Repubblica è stato francamente incredibile. Ha avuto, dentro uno schema un po’ ingessato, una capacità di irruzione tra i due grandi partiti, iniziando a dare fastidio. Il modo in cui l’ha fatto ha creato fatti nuovi. Quando Berlinguer ha parlato al Palazzo delle Colonne a Mosca, è a Repubblica che La Malfa ha detto “non c’è più il fattore K”. Scalfari fu il paladino del dialogo con il partito comunista, aprì a tutte le correnti. Noi l’abbiamo deriso per il dialogo con De Mita. Ma fu un gesto coraggioso, aprire alla parte più fervida, meno pigra della Democrazia Cristiana. Il problema è che tutto questo diede a Scalfari quasi l’idea di essere diventato il Presidente della Repubblica, che Repubblica fosse il Quirinale e che potesse dare indicazioni al Quirinale. Tutto ciò ha retto fino a quando il terreno era quello del mercato dei lettori di sinistra. Poi le cose sono cambiate. Si è trovato di fronte un vecchio giornalista, Indro Montanelli, che ora tutti considerano un democratico, ma che non lo era: un uomo delle colonie, che odiava i comunisti, che venne sospettato di aver partecipato al golpe di Edgardo Sogno, un uomo di destra. Provò la strada dell’informazione ma c’era solo il suo talento, irraggiungibile, come scrittore. Ma dietro di lui viene fuori lo Scalfari di destra, Vittorio Feltri, che inventò il pubblico di destra, che prima non c’era. Il pubblico di destra leggeva Il Borghese, i giornali ironici, i giornali scandalistici, si era rincantucciato. Invece con tutti i giornali che via via ha fondato, Feltri – giustamente fondandone tanti – ha rimesso insieme un popolo che rappresenta oggi l’unico pubblico aggregato. Tutto il ragionamento che stiamo facendo deve infatti tenere conto che non stiamo lavorando nel vuoto pneumatico. Siamo dentro un sistema di informazione in cui la combinazione del sistema di fake news e rete, giornali di carta – Libero e La Verità –, un intero canale televisivo come Rete 4 parlano alla “pancia” dell’italiano di destra in modo tale da potere potenzialmente persuadere una parte della popolazione a scendere in campo con esiti preoccupanti. Quindi il ruolo di Repubblica è stato decisivo, positivo, ma il problema è che né Repubblica né le forze politiche da essa sostenuta hanno compreso che ad ogni azione corrisponde una reazione, che non avrebbero giocato da soli. Tant’è che oggi, se si vanno a vedere i dati di diffusione dei quotidiani, gli unici positivi sono quelli di La Verità e Libero. La gente per strada solitamente nasconde i giornali. Gli unici che li espongono fieramente sono i lettori di questi giornali, esattamente come facevano i comunisti, che mostravano con orgoglio L’Unità.

 

Rispetto ai direttori di Repubblica successivi a Scalfari che considerazioni si possono fare?

Peppino Caldarola: Ezio Mauro è stato un grande giornalista in generale, un grande corrispondente estero. Dico una cosa che può risultargli sgradevole: ha fatto un filmato, un libro sulla caduta dell’URSS, ma il più grande giornalista che il mondo ricorderà su questo tema, a cui bisognerà ricorrere, è stato Giulietto Chiesa, prima dell’ultima fase, prima che si imbarcasse nell’avventura politica. Tuttavia Ezio Mauro è, della sua generazione, che è anche la mia, il migliore in assoluto. La Repubblica di Ezio Mauro è stata migliore della Repubblica di Scalfari perché era un giornale che aveva una sua compattezza. Perché esiste il partito di Repubblica? Perché Ezio Mauro ha dato a quel giornale un di più rispetto a Scalfari. Ezio Mauro, da cattocomunista piemontese, ha costruito un sistema. Gli altri direttori non sono stati comparabili. Mario Calabresi è un ottimo scrittore di articoli ma non poteva reggere il confronto. Verdelli ha tentato una reinterpretazione, un’imitazione di Repubblica. Io penso che non sia facile, perché Repubblica era pronta per un’altra stagione. Mi auguro di avere con Molinari, da lettore, una Repubblica forse meno brillante ma più analitica. Certo, poi, Molinari è un signore che ha un sistema culturale che è opposto a quello di Ezio Mauro. Tanto Ezio Mauro era un possibile capo della sinistra, quanto Molinari è collocato in un mondo liberale che non definirei di centrosinistra – però certamente in un mondo molto democratico.

 

Abbiamo parlato di Repubblica. Il complemento di questo discorso è quello relativo alla presenza – o, nell’ultimo periodo all’assenza – di altri quotidiani che occupino l’area della sinistra, che appare oggi poco presidiata. Emblematica la vicenda dell’Unità. In generale, a parte il caso sui generis de Il Manifesto, sembra che oggi manchi un grande quotidiano di riferimento – a parte Repubblica che ha le sue particolarità – che rifletta una sensibilità di sinistra. Quali sono le cause principali di questa situazione?

Peppino Caldarola: Il Manifesto merita tanti complimenti, perché dimostra una resistenza veramente fantastica. C’è la possibilità di un altro giornale, di un giornale vero, nuovo? Voglio essere molto franco: non c’è alcuna possibilità che questo giornale, se ci sarà, si chiami l’Unità. L’Unità è morta, perché l’hanno fatta morire. Poteva essere salvata, io sono testimone dell’assassinio. Poi è risorta nella forma che gli hanno dato Furio Colombo, Padellaro e Travaglio. Era l’Unità, ma non era davvero l’Unità, perché storicamente l’Unità è il giornale del popolo, il giornale che ti racconta le tue lotte, i tuoi sentimenti, che raduna i tuoi intellettuali. È persino un giornale che si contamina, ma non si fa contaminare da culture di destra come il giustizialismo, da tutto ciò che è arrivato sulle pagine dell’Unità e poi su altri giornali. Chi può fare un giornale di sinistra oggi? Nessuno. Se, come dice De Benedetti, gli venisse in mente di fare un giornale chiamato L’Unità, si avrebbe la riedizione peggiore del giornale assai brillante che fece Furio Colombo, che ebbe un successo immediato molto forte, ma che tre mesi dopo vendeva molto meno. I giornali sono uno strano animale, che se muore non rinasce. Si può tenere in vita un giornale che si chiama Il Resto del Carlino, ma un giornale che è morto non si può far rinascere. Quanti tentativi ci sono stati di far rinascere giornali gloriosi come L’Ora di Palermo, Paese Sera o l’Unità? Tanti. Ma quando il lettore giudica che un giornale è un cadavere, non c’è più niente da fare. Bisogna inventarsi un nuovo giornale e questo è possibile solo percorrendo due strade. La prima è quella di partire dalla politica, cercando di radunare tutto ciò che vi è di democratico e di riformista, tagliando le ali solo alle culture ultraliberiste che hanno visibilmente fallito e alle culture che ci vogliono portare a uno scontro ultraradicale. Insisto sempre, la filosofia deve essere quella di Riccardo Lombardi, quella di fare un giornale che deve fare a cazzotti con il capitalismo, certe volte recuperandolo e certe volte scontrandosi con esso. Il secondo modo in cui un giornale può nascere è da un sodalizio di intellettuali visionari, come Repubblica. Magari anche a partire da esperienze che inizialmente partono lentamente, basse. Ad animarlo devono essere giovani intellettuali di mente aperta – i vecchi possono dare una mano, sono importanti, hanno memoria, sanno le cose, si accorgono quando il mondo si ripete –, ma si deve partire da giovani, che abbiano anche il coraggio di sbagliare. Siamo partiti raccontando che Scalfari fece un giornale che per un anno non funzionava. Mi ricordo una circolare di Luca Pavolini, che arrivò a tutte le Federazioni del PCI, che rassicurava che questo giornale, che nasceva contro il PCI, era già fallito. Tre mesi dopo, quel giornale tolse 100.000 copie all’Unità. Quindi c’è bisogno di questo sodalizio o di quell’operazione che dicevo. Io non vedo né l’uno né l’altra. Soprattutto non sono, da lettore, interessato ad una qualunque operazione che nasca dalla testa del gruppo De Benedetti. Potevano tenersi La Repubblica. Gramsci lasciamolo un po’ in pace o leggiamolo di più. Lì c’è un metodo, che consente di fare anche giornali modernissimi. Se non si vuole fare questo si faccia altro.

 

Da poco è arrivata la notizia che Carlo De Benedetti fonderà un giornale, online e di carta, concorrente a Repubblica. Pare che si chiamerà “Domani”. Cosa pensi di questa operazione? 

Peppino Caldarola: Le scissioni non portano a risultati né nei partiti né nei giornali. Poi ci sono pochi soldi da spendere per comprare tanti giornali. Se l’iniziativa di De Benedetti andasse in porto avremmo sicuramente un giornale ben fatto ma un giornale segnato dallo stigma della scissione. Mi colpisce il nome scelto per la testata “Domani”. Ti racconto una cosa che pochi sanno. Quando l’Unità era diretta da Renzo Foa e Piero Sansonetti (c’ero anche io come vice, inviato lì da D’Alema ma contavo poco) si cercò di portare alle estreme conseguenze l’idea balorda dell’autonomizzazione completa del giornale dal partito. Questa idea era e fu mortifera perché ci fece perdere migliaia di lettori. Ma i miei amici non vollero fermarsi lì, volevano addirittura cambiare nome. Un pomeriggio Foa, Sansonetti, Amato Mattia, che era l’amministratore, ed io ci recammo nel famoso studio Maoloni dove si disegnavano o si faceva il restyling di tutti i principali quotidiani, compreso il nostro. Maoloni era un genio. Lì mi trovai di fronte a un quotidiano interamente rifatto, anche molto bello, ma mi colpi amaramente vedere che la testata non era più “L’UNITÀ” ma “NOVITÀ” oppure, la memoria non mi aiuta, addirittura “Domani”. Uscimmo da quell’incontro tutti disorientati. Io, devo confessare avvertii il partito, forse D’Alema. La stessa cosa fece secondo me anche Amato Mattia. La cosa morì sul nascere. Nessuno ne parlò più… Si evitò la scissione, almeno quella, e campammo qualche altro anno ancora. Poco dopo Foa si dimise e venne Veltroni.

 

Attualmente sei direttore di Civiltà della Macchine, una rivista promossa da una grande impresa pubblica italiana, che promuove una riflessione di ampio respiro sul rapporto tra cultura tecnica e cultura in senso lato nel nostro Paese. Quale spazio e bisogno pensi ci sia per una riflessione di approfondimento di questo tipo nel nostro Paese? Pensi che ci sia la possibilità di una nuova vita per una grande tradizione come quella delle riviste nel nostro Paese? E quali obiettivi per le riviste nell’Italia di oggi?

Peppino Caldarola: La sfortuna ha fatto sì che abbiamo rimesso in piedi questa grande rivista in anni che un po’ assomigliano agli anni in cui lavorò Leonardo Sinisgalli. L’intenzione non è solo quella, dichiarata, di mettere in dialogo le diverse culture, perché questo avviene già nei fatti, si realizza ogni giorno. Ilaria Capua è già interconnessa con la cultura umanistica. Roberto Cingolani, che è nostro autore e dirigente di Leonardo, non ha bisogno di Civiltà delle Macchine per stabilire un rapporto tra tecnologia, etica e umanesimo. Il vero significato di Civiltà delle Macchine e di altre riviste che ci sono e io spero evolvano nella stessa direzione o che possano nascere da piccole startup è quello di mostrare la propria armatura culturale come interfaccia con la società. Cos’è Civiltà delle Macchine per Leonardo? È innanzitutto un luogo di discussione, che parte dal presupposto che Leonardo è il più grande aggregato di intellettualità scientifica in Italia. Ci sono alcune migliaia di ingegneri superspecializzati, che esprimono cultura. Al tempo stesso quando si fanno elicotteri, armi, ma anche tante altre cose, necessariamente si lavora con la società, si ha bisogno della società e bisogna cercare un rapporto con essa. Questo si può fare cercando un rapporto con l’intellettualità. La storica Civiltà delle Macchine nasceva con l’ambizione di dare intellettuali all’impresa e impresa agli intellettuali. Di restituire agli intellettuali la realtà dell’impresa e della produzione e al tempo stesso di dare all’impresa la dimensione di mondi culturali che non stavano solo negli algoritmi – all’epoca non si chiamavano così – della propria produzione e dei propri bilanci. Io penso che questa sia un’esperienza utile, che farò per tutto il tempo per cui verrà ritenuto necessario, che spero comunque che duri a lungo. Spero inoltre che il progetto evolva. Attualmente la rivista viene distribuita direttamente. Spero di convincere la dirigenza a far diventare questa rivista un prodotto da distribuire al mercato culturale, che possa associarsi anche ad altre esperienze. Possiamo collaborare anche con altre esperienze, come la vostra, la rivista di Alessandro Campi, le iniziative di Almagisti, quelle della Fondazione Feltrinelli. La nostra apoliticità non ci impedisce di lavorare con esperienze anche politicamente orientate, a condizione che queste lavorino con serierà e scientificità. Così si possono creare esperienze interessanti. Io su questo lavorerei.

Scritto da
Giacomo Bottos e Raffaele Danna

Giacomo Bottos è Direttore di Pandora Rivista. Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Collabora con diverse riviste cartacee e online. Raffaele Danna è dottorando in Storia presso l’Università di Cambridge, Pembroke College. Laureato in Scienze Filosofiche al Collegio Superiore di Bologna. È stato collaboratore di una delle principali aziende tedesche coinvolte nei processi di innovazione legati a “Industria 4.0”.

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