Economia circolare e transizione energetica tra ambiente e mercato. Alla ricerca di un difficile bilanciamento
- 20 Dicembre 2021

Economia circolare e transizione energetica tra ambiente e mercato. Alla ricerca di un difficile bilanciamento

Scritto da Alice Alosi, Viola Cappelli

15 minuti di lettura

Questo contributo fa parte della sezione “Il PNRR in dettaglio visto dalla Next Generation” del numero 2/2021 di Pandora Rivista “Next Generation EU. Leggere il PNRR” – nata da una collaborazione con l’esperienza di “Next Generation Research”, un gruppo di giovani ricercatori e ricercatrici di diverse discipline della Scuola Superiore Sant’Anna e di altre Università. Per maggiori dettagli è possibile leggere l’introduzione a questa sezione, a cura di Francesca Coli e Alessandro Mario Amoroso, che presenta anche l’indice di tutti i 18 contributi di “Next Generation Research”.

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Ambiente, progresso economico e integrazione sociale sono i tre pilastri su cui si fonda il concetto di sviluppo sostenibile[1]: esso costituisce il momento di sintesi tra queste tre anime e specifica in che direzione debba muoversi il decisore pubblico per tutelare il valore ambientale, senza limitare l’evoluzione economica e salvaguardando contemporaneamente le istanze sociali. Con l’arrivo della pandemia di Covid-19, a livello istituzionale si è finalmente avvertita la necessità di affrontare la questione ambientale, quale fattore chiave cui dare priorità per uno sviluppo sostenibile delle economie nazionali e per il suo impatto sociale: questa tendenza conciliativa di esigenze economiche, sociali e ambientali dovrebbe trovare nei Recovery Plan nazionali la sua piena attuazione, in coerenza con gli obiettivi del Green Deal europeo[2].

La Missione 2 (M2) del Piano di Ripresa e Resilienza (PNRR), dedicata a Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica, può essere valutata in quest’ottica in ragione del suo oggetto: affrontare la questione della tutela dell’ambiente implica uno sforzo regolativo notevole per il decisore pubblico, proprio a causa delle inevitabili tensioni che la ricerca di una convergenza tra ragioni dell’economia e ragioni dell’ambiente può creare. Tuttavia, l’emergenza climatica in atto e, parallelamente, la crisi economica e sociale innescata dalla pandemia impongono di individuare una soluzione di autentico equilibrio tra queste istanze, rifuggendo una logica di mera prevalenza delle une sulle altre.

Come indicato nella M2, due elementi si pongono come fondamentali per l’attuazione in concreto della transizione ecologica in Italia, ovvero l’adozione di un modello di economia circolare (Componente 1) e l’implementazione della transizione energetica (Componenti 2 e 3). Con il termine economia circolare si indica un modello di produzione e di consumo fondato sui concetti di riparazione e rigenerazione by intention and design[3]. Questo paradigma industriale è guidato prioritariamente dall’obiettivo della riduzione del rifiuto, ma riserva allo stesso tempo particolare attenzione alla gestione sostenibile dei rifiuti residui comunque prodotti, valorizzandoli sotto forma di risorse per nuovi processi produttivi. Conseguentemente, l’economia circolare si radica concettualmente proprio nella rilevanza dell’azione a monte, che coincide con l’adozione di misure di prevenzione a livello di design di prodotto e/o processo, modelli di business sostenibili, utilizzo di energia rinnovabile ed eliminazione delle sostanze tossiche. Il decisore pubblico europeo ha recepito queste istanze nel Circular Economy Package[4] e nel New Circular Economy Action Plan[5], che non solo intervengono nel settore dei rifiuti, con ambiziosi obiettivi di riciclo e riduzione delle discariche, ma mirano anche a stimolare la collaborazione industriale circolare tra le piccole e medie imprese e a promuovere il riutilizzo, nonché a garantire ai consumatori un’informazione ambientale affidabile mediante la protezione normativa contro il greenwashing e l’obsolescenza prematura.

Parallelamente, con il termine transizione energetica[6] si intende un movimento tendenziale verso un cambiamento di paradigma nella produzione, nella gestione e nel consumo di energia, innescato dal graduale passaggio dal dominio delle fonti fossili alla prevalenza delle risorse rinnovabili. L’evoluzione tecnologica e una rinnovata attenzione alle tematiche ambientali stanno stimolando radicali cambiamenti nell’organizzazione delle filiere energetiche, con rilevanti ripercussioni sulla stessa struttura del mercato[7]. Il legislatore europeo ha raggiunto la necessaria consapevolezza di tale mutamento con il Clean Energy Package[8], finalizzato alla regolazione del nuovo mercato energetico in una diversa logica, sganciata dalla rigidità del tradizionale modello ordoliberale: il mercato dell’energia funziona bene non solo quando è garantito un elevato livello di concorrenza tra gli operatori, ma anche quando si realizzano obiettivi ambientali di efficienza energetica[9].

Economia circolare e transizione energetica sono intimamente connesse da un punto di vista concettuale[10]. Entrambe, infatti, si radicano nel medesimo presupposto dell’insostenibilità ambientale dell’attuale circuito economico e tendono verso un modello di mercato in grado di preservare le risorse naturali e raggiungere gli obiettivi climatici, che sia contemporaneamente capace di aumentare la competitività internazionale dell’Europa e creare nuovi posti di lavoro, attribuendo importanza centrale al ruolo dei privati nel perseguimento di obiettivi di interesse generale. Se, dunque, il successo della transizione ecologica europea dipende da un’efficace attuazione di questi paradigmi organizzativi nella logica armonica della sostenibilità, occorre valutare se e come il PNRR si inserisce in questa cornice, ovvero se sia in grado di innescare efficacemente, quantomeno in via preliminare, processi virtuosi in grado di attuare in futuro questo modello integrato in cui ambiente e rapporti economici dialogano virtuosamente tra loro.

A questo proposito, la presente analisi si fonderà su una valutazione a scala di priorità, secondo un approccio step-by-step volto ad indagare se le misure adottate siano coerenti tra loro e logicamente connesse all’interno dello stesso Piano e se, in una prospettiva di più ampio respiro e temporalmente più estesa, possano essere considerate driver per i successivi processi innovativi. Infatti, sebbene il PNRR sia un documento di indirizzo e le tempistiche attuative siano brevi (2021-2026), si ritiene che un tale metodo di indagine possa favorire l’individuazione di quelle criticità che sul lungo periodo potrebbero depotenziare l’efficacia degli investimenti – i quali, per la loro ingente quantità, costituiscono un’occasione irripetibile per innescare cambiamenti irreversibili nell’attuale modello economico nel senso della sostenibilità – e alle quali le successive misure di attuazione sono necessariamente chiamate a porre rimedio.

 

L’economia circolare nel PNRR

Nonostante la narrazione attraente che coinvolge l’economia circolare quale unica alternativa all’attuale modello di economia lineare, la sua implementazione non sta avvenendo con la rapidità necessaria a causa di numerose barriere di sistema e aziendali. La mancanza di capacità di pensiero sistemico di lungo periodo caratterizza tutte le economie moderne e, unita alla mancanza di tecnologie e ad una strutturale carenza informativa – si pensi all’assenza di database condivisi per identificare e attuare opzioni tecniche più avanzate – ostacola l’adozione di questo paradigma innovativo. Inoltre, la difficoltà di misurare i benefici a lungo termine dell’economia circolare contribuisce ad alimentare le incertezze e la stessa complessità regolamentare sfavorisce la sua emersione[11]. In relazione alle imprese, l’attuazione dell’economia circolare implica un’innovazione sistemica interna, che può condurre all’emergere di paradossi organizzativi in grado di frenare lo sviluppo pratico di tale modello. Ad esempio, una strategia di networking come la simbiosi industriale – ovvero lo scambio di materiali, sottoprodotti e scarti, energia, acqua e informazioni tra aziende/organizzazioni – implica la partecipazione di un gruppo di attori inclusivo e in rete, che potrebbe far emergere tensioni tra interdipendenza e indipendenza[12].

In un tale contesto di difficoltà attuativa e di incertezza macroeconomica e microeconomica, la spinta politico-istituzionale si rivela essenziale per avviare un graduale processo di adesione ai principi fondativi dell’economia circolare e solo una tabella di marcia strategica può aiutare ad evitare disallineamenti e incentivi contraddittori[13]. Se, dunque, questa è l’irrinunciabile cornice fattuale entro la quale è possibile provare ad analizzare l’economia circolare nel PNRR, va detto che, proprio in coerenza con il quadro europeo di generale timidezza del decisore pubblico nell’implementazione dei principi che ne costituiscono il fondamento, questa risulta tra i settori maggiormente penalizzati dal Piano[14]. La scelta di mettere in evidenza un impegno in questo settore attraverso investimenti specifici è sicuramente apprezzabile, anche se la mancanza di una visione trasversale – caratteristica intrinseca dell’economia circolare – potrebbe rischiare di limitarne i benefici nelle varie fasi del sistema economico-produttivo del nostro Paese. A questo proposito, assume una certa rilevanza il fatto che gli investimenti dedicati all’economia circolare risultino totalmente indirizzati alla gestione dei rifiuti: come noto, la situazione italiana a livello di raccolta e trattamento rifiuti, soprattutto nel Sud Italia, risulta estremamente critica e costituisce la causa di scarsa qualità dei rifiuti immessi a riciclo e di ingenti e costosi[15] spostamenti di rifiuti tra Regioni italiane o addirittura all’estero. Solamente entro i confini italiani, i rifiuti percorrono 1,2 miliardi di km l’anno a causa della mancanza di impianti di prossimità. Il 65% dei rifiuti urbani e il 70% di quelli speciali è invece destinato al mercato globale, ma vari Paesi, tra cui la Cina[16], stanno adottando politiche di riduzione dell’import di rifiuti dall’estero. In un tale contesto, la scelta di investire in impianti di gestione dei rifiuti risulta estremamente apprezzabile, ma, nella prospettiva sistemicamente rivoluzionaria dell’economia circolare, limitare a questo gli investimenti potrebbe non essere sufficiente. Questa attività costituisce solamente l’ultima fase del modello di azione proposto, che, invero, agisce da monte a valle dei processi produttivi: anche solo limitandosi alla gestione dei rifiuti come scelta strategica, come si potrebbe intensificare il riciclo senza spingere in parallelo il mercato delle materie prime seconde, ovvero quelle derivanti dai processi di riciclo dei rifiuti[17]? Senza un solido sviluppo di questo mercato si rischia di spostare il cosiddetto ‘collo di bottiglia’[18] dagli impianti di trattamento rifiuti verso il post-trattamento: il maggior numero di materie prime riciclate necessiterà, infatti, di un nuovo impiego in ambito produttivo.

In ogni caso, il PNRR si incarica di introdurre, come riforma, una nuova Strategia Nazionale sull’Economia Circolare che «integrerà nelle aree di intervento ecodesign, eco-prodotti, blue economy, bioeconomia, materie prime critiche, e si focalizzerà su strumenti, indicatori e sistemi di monitoraggio per valutare i progressi nel raggiungimento degli obiettivi prefissati». Anche in questo caso si nota la mancanza di qualsiasi riferimento al concetto di simbiosi industriale e al mercato delle materie prime seconde. Tuttavia, tale riforma costituisce solo un’anteprima di una Strategia più sistemica, posticipata a giugno 2022: pertanto, le debolezze evidenziate possono farsi risalire all’attuale assenza di un piano strategico aggiornato (le ultime linee strategiche risalgono al 2017) e una completa e dettagliata valutazione della regolazione adottata in materia sarà possibile solo dopo la pubblicazione della nuova Strategia. 

Infine, il Piano non prende in considerazione la questione della riduzione della domanda. Esso si sofferma in modo apprezzabile sulla gestione quantitativa dei rifiuti esistenti, in linea con il Circular Economy Package, senza però provare ad innescare in modo più radicale un cambiamento a monte, che necessiterebbe di un importante impegno dell’industria e di un forte coinvolgimento dei cittadini/consumatori in quanto produttori di rifiuti urbani. Costruire impianti è un’importante scelta che a breve termine potrà smorzare le mancanze infrastrutturali che caratterizzano da decenni l’Italia, ma non può essere considerata la soluzione di lungo periodo. I rifiuti che generiamo aumentano e questo andamento necessita di un freno duraturo: nel 2019 sono state prodotte in Italia 10,5 milioni di tonnellate di rifiuti speciali in più rispetto al 2017, per un totale di 154 milioni di tonnellate[19]. Nel 2018 la produzione nazionale dei rifiuti urbani è aumentata del 2% rispetto al 2017, mentre nel 2019 vi è stato un lieve calo rispetto al 2018 (0,3%): tuttavia, se si guarda al dato pro capite, la situazione rimane stabile sui circa 500 kg di rifiuti all’anno per abitante[20]. Un tale scenario mostra quindi la necessità di un intervento che sia in grado di incidere anche sulle abitudini quotidiane dei cittadini e proprio in tale direzione dovranno orientarsi le misure di attuazione, al fine di garantire un’adesione sempre più autentica, anche se inevitabilmente non totale, al paradigma dell’economia collaborativa.

 

La transizione energetica nel PNRR

Lo stesso settore energetico sta attualmente vivendo una fase di profonda evoluzione tecnologica che si fonda concettualmente sui medesimi presupposti dell’economia circolare: si pone così, anche in questo ambito, l’esigenza di un ripensamento della struttura dei rapporti di mercato. L’autoproduzione decentralizzata di energia rinnovabile a livello domestico e la digitalizzazione dei rapporti di fornitura mettono in crisi il tradizionale paradigma verticale e centralizzato su cui si fonda il settore energetico, basato sulla rigida divisione tra pochi grandi produttori e moltissimi consumatori. Queste innovazioni consentono di promuovere un modello produttivo decentralizzato, permettendo ai consumatori di avviare un effettivo processo di empowerment, culminante nella loro evoluzione in prosumer[21], ovvero consumatori ma allo stesso tempo produttori e fornitori di energia rinnovabile. Con il Clean Energy Package, il regolatore europeo è prontamente intervenuto per favorire questo processo di trasformazione e, pertanto, in tale settore, il PNRR dovrebbe porsi proprio nel solco così tracciato.

In questo senso, il cospicuo investimento nella digitalizzazione delle infrastrutture di rete (smart grid) potrà garantire una maggiore resilienza della rete elettrica e renderla adatta ad accogliere l’energia rinnovabile proveniente da fonti per loro natura distribuite e intermittenti. Proprio per lo sviluppo delle rinnovabili il piano alloca ingenti risorse, ripartite sostanzialmente in tre comparti: il biometano (1,92 miliardi), l’agrovoltaico (1,10 miliardi) e le comunità energetiche nei Comuni con meno di 5.000 abitanti (2,20 miliardi). Il sostegno alle comunità energetiche e all’autoconsumo costituisce un importante passo verso la concreta attuazione del Clean Energy Package nel prisma della sostenibilità: uno degli obiettivi fondamentali del legislatore europeo è, infatti, la diminuzione della dipendenza energetica dei consumatori – dunque della loro domanda di energia – dai produttori da fonti fossili mediante l’incentivo all’autoproduzione di energia per l’autoconsumo o la vendita. Il consumatore/prosumer può così agire anche sul lato dell’offerta e superare, mediante l’interazione con gli altri prosumer, quel ruolo di passività cui è stato tradizionalmente relegato nei mercati regolamentati, contribuendo strategicamente all’incremento della produzione di energia rinnovabile e accelerando il processo di transizione dell’intero sistema energetico. Tuttavia, nonostante il positivo riferimento all’autoconsumo e alle comunità energetiche, la fase di attuazione dovrà mirare ad un’adesione più autentica al modello di mercato energetico proposto dal Clean Energy Package sia sul piano formale, sia sul piano sostanziale. Quanto alla forma, la strategia attuativa del PNRR dovrà garantire un effettivo avvio del processo di empowerment dei consumatori, in modo da evitare così il rischio di un depotenziamento dello stesso investimento in smart grid in assenza di un loro coinvolgimento massiccio: e infatti, la digitalizzazione della rete elettrica si rende necessaria proprio a fronte di una capillare distribuzione orizzontale e domestica della produzione di energia rinnovabile, la quale, a causa della sua natura intermittente, richiede un coordinamento digitale per garantire una fornitura sicura e affidabile. Parallelamente, dovrà intraprendersi un percorso di valorizzazione su larga scala dell’effetto virtuoso che può avere l’azione dei singoli sul mercato energetico nel perseguimento degli obiettivi generali di decarbonizzazione. Sarà essenziale favorire la sperimentazione del modello proprio delle comunità energetiche in contesti comunali di piccole dimensioni per poi necessariamente ampliarne il raggio di implementazione nell’ottica secondo cui la produzione locale a livello domestico costituisce il driver della transizione ecologica dell’intero settore energetico in Europa: in tal modo, potrà essere evitato il rischio della creazione di modelli virtuosi di produzione e condivisione di energia destinati però a rimanere casi isolati nel panorama energetico italiano.

Estremamente rilevante è anche la cospicua linea di investimento dedicata all’idrogeno, finalizzata a promuovere l’autonomia energetica del Paese e, contemporaneamente, a raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione. L’idrogeno è generalmente considerato un vettore energetico chiave per il raggiungimento di tali obiettivi, specialmente nei settori cosiddetti hard-to-abate. Sennonché, l’idrogeno è una tecnologia ancora in via di sperimentazione ed è ecosostenibile solamente se è verde, ovvero prodotto da elettrolisi dell’acqua, la quale richiede un’ingente quantità di energia che, appunto, deve provenire da fonti rinnovabili. Invero, appare difficile raggiungere nel breve periodo l’obiettivo di una produzione di energia rinnovabile in eccesso da destinare al processo produttivo dell’idrogeno verde, anche se gli investimenti predisposti dal Piano per la sperimentazione e la ricerca e sviluppo in questo settore possono essere apprezzati nell’ottica di iniziare a delineare una strategia di promozione di lunga durata. A questo proposito, gli impianti innovativi off-shore cui è dedicato un apposito investimento sembrano essere quelli più autenticamente predisposti a fornire l’energia rinnovabile per la produzione dell’idrogeno verde in futuro.

Anche l’efficientamento energetico dell’edilizia residenziale si pone all’interno del Piano come un’iniziativa strategica per la transizione energetica, nella logica di una riduzione della domanda di energia da parte dei cittadini e di un miglioramento qualitativo e sostenibile dei consumi. L’attuazione di tale misura è affidata quasi totalmente al sistema di detrazione fiscale dell’Ecobonus al 110%, che rinviene la sua ratio proprio nell’armonica struttura del principio dello sviluppo sostenibile e costituisce una ‘spinta gentile’[22] alla conformazione delle dinamiche del mercato verso obiettivi di alto valore sociale. L’incentivo a tali interventi stimola l’attività economica nel settore delle ristrutturazioni edilizie, ma contemporaneamente contribuisce a migliorare energeticamente gli edifici, dai quali proviene una larga quota di emissioni (19% del totale). Parallelamente, in prospettiva sociale, l’effetto pratico è quello della riduzione dei consumi residenziali di energia e, quindi, dell’alleggerimento dei costi finali per i consumatori. Tuttavia, va rilevato che l’Ecobonus del PNRR potrebbe non risolvere in modo così armonico le tensioni tra ambiente, mercato e società: la spinta economica al settore edilizio è certamente forte, ma le condizionalità ambientali cui risulta subordinata la concessione del bonus – miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici di sole due classi energetiche e la permanente possibilità di investimento in tecnologie di fonte fossile, come le caldaie a gas – sono deboli. Inoltre, le successive misure di attuazione dovranno cercare di risolvere anche quelle tensioni che permangono con riferimento alla questione sociale dell’accesso all’energia, causate dalla mancanza di un’integrazione funzionale tra efficientamento e povertà energetica[23]. La transizione energetica è giusta[24] solo se coinvolge quei consumatori vulnerabili che in vario modo sono esclusi dal mercato energetico: il rischio che deriva dalla frammentazione degli investimenti nell’edilizia popolare e dall’assenza di una prospettiva strategica in questa materia (un investimento di 4,2 miliardi è previsto nel Piano Complementare, da dividere però con altri obiettivi[25]) è quello che la transizione energetica si trasformi in un fattore di aggravamento della condizione sociale di quei soggetti che già operano con difficoltà nel mercato libero.

Infine, la svolta sostenibile dell’economia nazionale passa inevitabilmente anche dal greening dei trasporti, ad oggi il settore che più produce emissioni inquinanti (25% del totale): in un tale contesto, si pone come non più rimandabile l’adozione di una strategia sistemica che stimoli l’impiego di tecnologie pulite, energicamente efficienti e sostenibili anche in un’ottica di circolarità delle risorse. Nonostante il sostanzioso piano di investimenti in infrastrutture per la mobilità di cui alla Missione 3, va rilevato che solamente l’1% dell’intero PNRR è dedicato all’elettrificazione della mobilità, contro il 25% della Germania e – più emblematicamente – il 10% della Spagna. Inoltre, le risorse previste non sembrano correlate in modo efficace alla risoluzione degli endemici problemi di inquinamento atmosferico, in un’ottica sinergica tra mercato e ambiente[26]: gli sforzi di investimento, infatti, non coinvolgono adeguatamente gli attori del mercato automobilistico italiano e il decisore pubblico sembra così perdere l’occasione per guidarli verso la promozione di una strategia industriale capace di favorire la ricerca e lo sviluppo in mobilità elettrica.

Ancora, il Piano dedica una rilevante linea di investimento allo sviluppo di una mobilità urbana più sostenibile (8,5 miliardi), anche se la decisa priorità conferita agli investimenti nel campo della mobilità ferroviaria a media-lunga distanza e all’alta velocità (35 miliardi) potrebbero mostrare una tensione irrisolta tra esigenze apparentemente confliggenti: questa decisione permette di affrontare finalmente gli annosi problemi infrastrutturali dell’Italia, agevolando la mobilità sull’intero territorio nazionale, ma non appare equilibrata in prospettiva ambientale, dal momento che il 70% delle emissioni di CO2eq riferibili al settore dei trasporti su strada proviene da viaggi lunghi meno di 50 km e dalla mobilità intra-cittadina[27].

In ogni caso, al netto delle criticità evidenziate – che dipendono principalmente da uno storico ritardo del Paese in materia di infrastrutture sostenibili e che potranno comunque essere corrette in fase attuativa – lo sforzo del Piano verso la costruzione di un modello economico ispirato alla tutela dell’ambiente e in grado di dare ulteriore impulso alla transizione ecologica del sistema energetico sembra significativo. In questo senso, gli investimenti in ricerca e sviluppo industriale nelle filiere e tecnologie della transizione – meritano una particolare menzione quelli in batterie per l’accumulo di energia rinnovabile e in idrogeno – manifestano in modo inequivocabile l’intenzione di avviare un processo irreversibile, seppur inevitabilmente graduale, di decarbonizzazione dei principali settori strategici.

 

Conclusioni

In conclusione, in un’ottica propositiva volta a suggerire delle strategie per superare in fase attuativa le criticità sopra evidenziate, va sottolineato che l’implementazione della transizione ecologica potrà trovare un fondamentale alleato nella ricerca universitaria. Questa, infatti, può fornire un utile know-how analitico e strumenti decisionali funzionali a governare e implementare le trasformazioni: si pensi all’analisi di Life Cycle Assessment, necessaria per avere una visione degli impatti ambientali associati, per esempio, al ciclo di vita di un prodotto o di un impianto e orientare di conseguenza gli investimenti, o al ‘marketing sociale’, fondamentale per innescare un cambiamento duraturo nei comportamenti dei consumatori e certamente più efficace di mere strategie di comunicazione (quest’ultime, delineate nel Piano alla Componente 1, non sembrano convincenti). Inoltre, sebbene i micro-esempi di integrazione di produzione e consumo, come le green communities (in territori montani e rurali) e le isole verdi menzionate nel Piano alla Componente 1, potranno risultare virtuosi nell’ottica della iper-tutela dell’ambiente, si rammenta che affrontare la questione ambientale esige oggi un’ambiziosa ed estesa rivoluzione dei paradigmi esistenti. Tale rivoluzione richiede certamente più impegno rispetto all’implementazione di progetti isolati i quali, sebbene costituiscano dei significativi passi avanti nel segno della sostenibilità, potrebbero far emergere inesplorate complessità di difficile gestione se trasposti su larga scala. In questo senso, la fase attuativa e le successive misure specifiche di implementazione saranno fondamentali nel dare armonica concretezza all’ambizioso progetto di transizione ecologica contenuto nel PNRR.


[1] F. Fracchia, Lo sviluppo sostenibile. La voce flebile dell’altro tra protezione dell’ambiente e tutela della specie umana, Editoriale scientifica, Napoli 2010; E. Frediani, Il paradigma trasversale dello sviluppo sostenibile,  «Il diritto dell’economia», 2, 2015, pp. 49 ss.; B. Purvis, Y. Mao, D. Robinson, Three pillars of sustainability: in search of conceptual origins, in «Sustainability Science», 14, 2019, pp. 681 ss.; P. Johnston, M. Everard, D. Santillo e K. H. Robèrt, Reclaiming the definition of sustainability, «Environmental Science and Pollution Research International», 14(1), 2017, 60 ss.

[2] Commissione Europea, Un Green Deal Europeo, 2021. Per un maggior approfondimento si veda il contributo di F. Coli e A. Manzoni nel presente volume.

[3] Ellen MacArthur Foundation, What is a Circular Economy?

[4] Circular Economy Package, 2015

[5] New Circular Economy Action Plan, 2020

[6] L. Ammannati, La Transizione Energetica, Giappichelli, Torino 2018; Ead., La transizione dell’Unione Europea verso un nuovo modello energetico eco-sostenibile tra scelte politiche, regolazione e dinamiche di mercato, «Energia, Ambiente, Innovazione», 2, 2018, pp. 86 ss.; B.K. Sovacool, Visions of Energy Futures. Imagining and Innovating Low-Carbon Transitions, Routledge, Londra 2019.

[7] C. Martin, F. Starace e J. P. Tricoire, The Future of Electricity New Technologies Transforming the Grid Edge, World Economic Forum, 2017.

[8] Clean energy for all Europeans package, 2019.

[9] Per l’integrazione delle ragioni del mercato con quelle della transizione ecologica, si vedano, emblematicamente, gli artt. 15 e 16 della Direttiva 2019/944/UE sul mercato elettrico e gli artt. 21 e 22 della Direttiva 2018/2001/UE sulla promozione dell’uso di energia da fonti rinnovabili.

[10] Circular Economy Network, Terzo Rapporto sull’Economia Circolare in Italia, 2021.

[11] R. De Angelis, Circular economy and paradox theory: A business model perspective, «Journal of Cleaner Production», 285, 2020; N. Tura et al., Unlocking circular business: a framework of barriers and drivers, in «Journal of Cleaner Production», 212, 2019, pp. 90 ss.

[12] A. Bianchini, J. Rossi e M. Pellegrini, Overcoming the Main Barriers of Circular Economy Implementation through a New Visualization Tool for Circular Business Models, in «Sustainability», 11(23), 2019, pp. 6614 ss.

[13] A. Jesus, S. Mendonça, Lost in transition? Drivers and barriers in the ecoinnovation road to the circular economy, «Ecological Economics», 145, 2018, pp. 75 ss.

[14] Commissione Europea, First circular economy action plan, 2014.

[15] L. Aterini, Il turismo dei rifiuti urbani ci costa 31mila ton di CO2 e 75 mln di euro in più di Tari, greenreport.it, 2020.

[16] L. Aterini, La Cina ha detto stop all’import di rifiuti: cosa cambia per l’Italia?, «greenreport.it», 2021.

[17] Utilitalia, ecco gli investimenti che servono a gestire i rifiuti italiani, «greenreport.it», 2020.

[18] S. Mukherjee e A. K. Chatterjee, The Concept of Bottleneck, IIMA Working Papers from Indian Institute of Management Ahmedabad, Research and Publication Department, 2006.

[19] Rapporto Rifiuti Speciali, SNPA – Sistema nazionale protezione ambiente, 2020.

[20] Rapporto rifiuti urbani, ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, 2020; Rapporto Rifiuti Urbani, Rapporto rifiuti urbani, ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, 2019.

[21] S. B. Jacobs, The Energy Prosumer, «Ecology Law Quarterly», 43, 2016, pp. 519 ss.; A. Butenko e K. Cseres, The regulatory consumer: prosumer-driven local energy production initiatives, «Amsterdam Law School Legal Studies Research Paper», No. 31, 2015; H. Van Soest, The Prosumer in European Energy Law, 2018.

[22] R. H. Thaler e C. R. Sunstein, Nudge: Improving decisions about health, wealth, and happiness, Yale University Press, New Haven 2008.

[23] A.J. Bradbook e J.G. Gardam, Energy and Poverty: a proposal to harness International Law to advance universal access to modern energy services, «Netherlands International Law Review», 2010, pp. 1 ss.

[24] B. K. Sovacool e M.H. Dworkin, Energy Justice: Conceptual Insights and Practical Applications, «Applied Energy», 142, 2015, pp. 435 ss.

[25] D.L. 59/2021, Misure urgenti relative al Fondo complementare al PNRR e altre misure urgenti per gli investimenti.

[26] Ambientalisti su PNRR e clima: un’occasione imperdibile, eppure rischiamo di sprecarla, Transport & Environment, 2021.

[27] V. Aneris e A. Donati, Un Piano di Ripresa e Resilienza per la mobilità sostenibile in Italia, Transport & Environment, 2021.

Scritto da
Alice Alosi

Dottoranda di ricerca in Sustainability Management presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Ha conseguito il Master di II livello in Gestione e Controllo dell’Ambiente (GECA) presso la Scuola Superiore Sant’Anna, con una successiva esperienza professionale in ambito energetico. Si è laureata a pieni voti in Ingegneria Gestionale con specializzazione in Sostenibilità Industriale presso l’Università Liuc – Carlo Cattaneo.

Scritto da
Viola Cappelli

Dottoranda di ricerca in Diritto Privato presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Si occupa di regolazione privatistica della transizione energetica. Ha ottenuto il diploma con lode in Scienze Giuridiche da Allieva Ordinaria presso la Scuola Superiore Sant’Anna. Si è laureata con lode alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pisa.

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