Economia collaborativa nello spazio europeo. Intervista a Louis Cousin
- 25 Gennaio 2021

Economia collaborativa nello spazio europeo. Intervista a Louis Cousin

Scritto da Andrea Baldazzini e Davide Regazzoni

13 minuti di lettura

Questo contributo è tratto dal numero cartaceo 3/2020, dedicato al tema delle “Piattaforme”. Questo contenuto è liberamente accessibile, altri sono leggibili solo agli abbonati nella sezione Pandora+. Per ricevere il numero cartaceo è possibile abbonarsi a Pandora Rivista con la formula sostenitore che comprende tutte le uscite del 2020 e del 2021. L’indice del numero è consultabile a questa pagina.

Louis Cousin è un ricercatore e consulente nei settori dello sviluppo cooperativo e dell’innovazione digitale. Ha lavorato come project manager per Cooperatives Europe e come sviluppatore del progetto Startin’blox. Lo abbiamo intervistato, a partire dalle sue diverse esperienze e dal suo percorso professionale, per provare a svolgere una riflessione sull’economia collaborativa, sul rapporto tra piattaforme e cooperazione, sullo sviluppo di tecnologie che garantiscano il controllo degli utenti sui propri dati personali e sul ruolo delle organizzazioni di rappresentanza del mondo cooperativo.


A partire da una panoramica delle esperienze innovative nel campo dell’economia collaborativa, come descriverebbe le caratteristiche e l’evoluzione di questo fenomeno? Che rapporto si è creato con il movimento cooperativo? Esiste una specificità europea in questo settore?

Louis Cousin: L’economia collaborativa è nata a partire da una promessa ambiziosa: trasformare i nostri modi di consumare, produrre, decidere… in una visione di sviluppo sostenibile ed emancipatore. Purtroppo, i concetti dell’economia collaborativa sono stati appropriati da attori capitalisti, che si sono concentrati sul potenziale estrattivo delle piattaforme online. Questi modelli estraggono valore dalle reti collaborative attraverso un sistema d’intermediazione centralizzato e monopolistico, a cui diventa difficile porre limiti. Inoltre, queste piattaforme giocano sulle zone grigie, approfittando di sistemi legali non ancora in grado di proteggere gli utenti e le comunità locali. Airbnb e Uber dimostrano la capacità di queste piattaforme di imporre sistemi monopolistici, creando dipendenza nei loro utenti verso sistemi di retribuzioni variabili, e contribuendo a incrementare tensioni locali sull’alloggio e il lavoro. Guardando questi ‘unicorni’, è evidente che l’economia collaborativa si sia allontanata dalle promesse iniziali.

A mio avviso, il modello cooperativo incorpora l’economia collaborativa nella forma in cui poteva esistere già prima della diffusione delle tecnologie digitali. Questo avveniva costituendo organizzazioni gestite dai soci in modo democratico, che rispondevano a un bisogno comune (self-help). Fino al ventunesimo secolo, creare collettivi territoriali di cittadini era l’unico modo di costruire modelli economici partecipativi e democratici. Con le nuove tecnologie è emersa la possibilità di diffondere questi modelli e sono apparse comunità emancipate dai limiti tradizionali, capaci di coinvolgere individui in tutto il mondo, in un modo molto più spontaneo. I primi a capire il potenziale delle piattaforme online e dell’economia collaborativa sono stati i giovani, i nativi digitali. Purtroppo, il movimento cooperativo europeo si confrontava allo stesso tempo con una sfida sociale e democratica: le nuove generazioni non erano rappresentate negli organi decisionali delle grandi cooperative o delle associazioni di rappresentanza, e il modello cooperativo era assente dai percorsi educativi. In breve: il movimento cooperativo europeo non era strutturalmente capace di trarre beneficio da un’innovazione digitale promossa dalla nuova generazione. Fortunatamente, le idee cooperative non hanno bisogno delle grandi cooperative per esistere: imprenditori in tutto il mondo sperimentano modelli che uniscono economia collaborativa e modello cooperativo, come vediamo nel movimento platform cooperativism. Ma senza un chiaro supporto da parte del movimento cooperativo, queste iniziative rischiano di vedere il proprio sviluppo rallentato rispetto alle grandi piattaforme capitaliste…

Mi pare che l’Europa offra un ambiente positivo per l’emergere di piattaforme cooperative. Ci sono un movimento strutturato e ricco, una tradizione politica che combina solidarietà e imprenditorialità e giovani qualificati che hanno accesso a infrastrutture digitale moderne. Ma allo stesso tempo, in molti Paesi importanti nei quali la cooperazione è diffusa, le leggi che disciplinano la forma cooperativa non sono adatte alle specificità dell’economia digitale. Di conseguenza, le piattaforme cooperative scontano un quadro normativo che non permette loro di essere competitive nei confronti delle piattaforme capitaliste. Vedo due opzioni per il movimento cooperativo: chiedere una modifica delle leggi in materia di cooperazione per introdurre una maggiore flessibilità o supportare le startup cooperative con accordi commerciali e finanziari per permettere loro di compensare le barriere legali. Probabilmente entrambe le strade dovranno essere percorse.

 

All’interno dei nuovi scenari che verranno a crearsi in relazione al piano di ripartenza post Covid-19 messo in atto dall’Unione Europea, secondo lei è possibile immaginare uno spazio più rilevante per la proposta di un nuovo modello di sviluppo che tenga conto anche dei principi distintivi dell’economia collaborativa e valorizzi i cardini attorno a cui è stata costruita la cultura del movimento cooperativo?

Louis Cousin: La crisi del Covid-19 ha messo in evidenza una tensione di fondo dell’economia digitale. Siamo tutti coscienti del potenziale delle nuove tecnologie nell’aiutarci a gestire casi complessi attraverso l’elaborazione di una grande quantità di dati: per esempio tracciare la trasmissione del virus. Ma il dibattito si è polarizzato attorno a due opzioni che mi sembrano caricaturali: o ci affidiamo ai GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft) per gestire i nostri dati – con tutti i rischi che ciò comporta in termini di privacy –; o ci affidiamo alle tecnologie preesistenti, benché siano meno efficienti – ma questo significa accettare conseguenze sociali ed economiche molto negative.

Credo che le forze politiche siano coscienti della necessità, ormai non più dilazionabile, di trovare una via compatibile con i valori europei, che possa conciliare diritti umani, che a mio avviso includono gli aspetti ambientali, e sviluppo economico. Le cooperative hanno l’opportunità – e la capacità – di essere all’avanguardia di un’idea di un’Europa all’insegna dell’umanesimo digitale. In realtà, numerose cooperative agiscono già in questa direzione. Penso per esempio a Fairbnb e Mobicoop, che lavorano con collettività territoriali (regioni, municipalità…) per organizzare una transizione economica e ambientale praticabile per le comunità locali. Penso anche alla mia cooperativa, Startin’blox, che lavora con il World Wide Web Consortium e Tim Berners-Lee per creare ecosistemi digitali decentralizzati che darebbero ai cittadini un controllo totale sui loro dati personali. Tutti questi progetti si stanno sviluppando rapidamente – ma c’è ora la necessità di passare ad un livello superiore. Da questo punto di vista, necessitano di beneficiare di un partenariato strategico ambizioso. Chiaramente, le startup cooperative non hanno la capacità di negoziare da sole con la Commissione europea e i capi di Stato, hanno bisogno del supporto politico attivo delle grandi organizzazioni cooperative.

 

Osservando invece le dinamiche che contraddistinguono la dimensione territoriale e locale, lei ritiene che l’economia collaborativa e il movimento cooperativo possano innescare la sperimentazione di nuove modalità di intermediazione tra istituzioni e cittadini andando oltre la logica dell’empowerment e proponendo invece una logica della ‘potenzializzazione’ che vede il cittadino co-produttore di servizi e politiche locali?

Louis Cousin: Questa è una domanda molto profonda e complessa, in cui è possibile cogliere diversi aspetti semantici (empowerment vs potenzializzazione) e socioeconomici (gestione dei comuni). Non è facile rispondere così brevemente… Direi che esistono già parecchi modelli, e nuove sperimentazioni in corso – coordinate dalla P2P Foundation – in cui vedo un grande potenziale d’innovazione, che potrebbero permettere la creazione di sistemi locali sostenibili. A mio avviso, la sfida risiede nella capacità di questi sistemi di diffondersi nella società. C’è una necessità permanente di organizzare la trasmissione di conoscenze tra queste sperimentazioni e il resto del movimento cooperativo, per permettere ad entrambi di modernizzarsi e rinforzare i loro impatti sociali, economici e ambientali positivi.

 

Secondo lei in che modo lo sviluppo tecnologico e digitale può rappresentare le basi per un rilancio e un rinnovamento della cultura cooperativa in chiave intergenerazionale?

Louis Cousin: Sono convinto che le nuove tecnologie offrano la potenzialità di rinnovare la cultura cooperativa. Però un reale rinnovamento richiede che il modello cooperativo venga ripensato in modo globale. Penso alle sfide democratiche, che incontrano le principali cooperative del settore bancario per esempio. La possibilità di votare online è certamente un’evoluzione necessaria: aprendo un nuovo canale, contribuisce a ridurre gli ostacoli all’esercizio democratico (la crisi del Covid- 19 è un esempio di situazione dove il digitale può garantire una soluzione interessante e praticabile a breve termine). Ma, primo, l’uso del digitale porta nuove (e numerose) sfide che non dobbiamo dimenticare – in particolare l’esclusione delle fasce della società ai margini dello sviluppo digitale (anziani, precari…). Secondo, non dovremmo aspettarci che le soluzioni digitali risolvano le mancanze strutturali del movimento cooperativo. Per incoraggiare la partecipazione dei giovani alla democrazia cooperativa, non basterà un’applicazione mobile di voto. Con il digitale, abbiamo visto che nuovi modelli democratici divengono possibili: organizzazione di consultazioni di massa a breve termine, costruzione di consenso a diversi livelli (locale, regionale, nazionale), decentralizzazione dell’assunzione delle decisioni… La democratizzazione del digitale è una buona opportunità per rinnovare il modello cooperativo. Questo processo di rinnovamento richiede infatti una partecipazione intergenerazionale, mettendo in prospettiva le esperienze cooperative con le nuove potenzialità del digitale.

 

È ormai condivisa l’opinione secondo la quale nei contesti socio-economici odierni, il lavoro in rete e la creazione di alleanze trasversali in grado di coinvolgere una molteplicità di attori sociali, diventano aspetti strategici per lo sviluppo di nuove progettualità imprenditoriali. Ritiene dunque che il digitale possa diventare la base per la costruzione di strumenti e modalità di lavoro che favoriscano la collaborazione tra cooperative secondo una logica di partnership?

Louis Cousin: Il lavoro in rete, che permette la condivisione di informazioni e conoscenze, è un fattore importante d’innovazione – e le soluzioni digitali partecipano senza dubbio a facilitare questi processi. Ma per concentrarsi sul modello cooperativo, metterei la sua domanda in relazione al sesto principio cooperativo: la cooperazione tra le cooperative. La concretizzazione di questo principio è, a mio avviso, una sfida importante. Assumendo come esempio il punto di vista di una startup cooperativa: quali sono i benefici che essa ricava dalla sua partecipazione al movimento cooperativo? Oggi, i benefici mi sembrano per la maggior parte di tipo culturale: si ha accesso a una rete di persone (imprenditori, dirigenti, rappresentanti…) con le quale provare a stabilire relazioni professionali e (qualche volta) commerciali; a seconda del Paese o della regione dove si opera, si può accedere a programmi di mentorship e di formazione; infine, si è membri di un’associazione che rappresenta gli interessi collettivi delle imprese cooperative nei confronti delle istituzioni.

Questi benefici sono senza dubbio importanti – ma a mio avviso, considerata l’importanza del movimento cooperativo, possiamo fare molto meglio. Solo in Europa, le stime del numero di cooperatori ammontano a 141 milioni e si contano 180.000 imprese cooperative attive che impiegano 4,7 milioni di persone, generando un giro d’affari totale di 1.000 miliardi di euro. Quando mettiamo queste cifre in prospettiva con le azioni di cooperazione tra le cooperative, mi sembra che si possa intravedere un potenziale inespresso. In realtà, le cooperative sanno cooperare tra loro, ed esistono importanti gruppi cooperativi, in particolare nei settori della grande distribuzione, agroalimentare e bancario, che consistono in federazioni di cooperative che mettono in comune risorse strategiche. Questo modello è molto efficace, e ha permesso a gruppi cooperativi di assumere una posizione di leadership nel loro settore. I gruppi cooperativi detengono un’importante capacità d’investimento e, in particolare nell’innovazione digitale, potrebbero implementare sistemi di gestione molto efficienti ed elaborati. Sfortunatamente, costituire un gruppo cooperativo molto integrato presenta anche degli svantaggi: le cooperative associate rinunciano ad una parte della loro autonomia, dando vita a sistemi democratici complessi che possano scoraggiare la partecipazione dei cooperatori.

Accanto ai grandi soggetti vi è il resto della famiglia cooperativa, che si compone di una moltitudine di piccole e medie imprese indipendenti. Grazie al loro ridotto numero di soci, sono potenzialmente più capaci di preservare sistemi democratici attivi. Purtroppo, la loro capacità d’investimento, in particolare nel digitale, è molto limitata. Per la maggior parte, ricorrono a soluzioni digitali gratuite o a basso costo, che offrono funzionalità collaborative di base, molto meno potenti rispetto a quello che esiste sul mercato. È ancora troppo costoso e complicato per una cooperativa autonoma collaborare con i suoi partner cooperativi locali. Ciò è dovuto alla mancanza di una strategia digitale comune, che permetterebbe alle cooperative di collaborare attraverso un ecosistema di applicazioni capaci di interconnettersi. Esistono alcuni esempi di collettivi di cooperative che si sono organizzati per superare questa sfida. In Italia e in Spagna, consorzi di cooperative sociali conducono attività di ricerca e sviluppo molto ambiziose, elaborando sistemi digitali di gestione e di servizio alla persona molto innovativi. In Francia e in Belgio, le cooperative di lavoratori autonomi hanno anche sviluppato sistemi innovativi di gestione delle risorse umane. Al livello europeo, sono le cooperative di energia rinnovabile e quelle di fattorini che mettono in comune i loro dati, o il loro software, per facilitare l’emergere di nuove cooperative del loro settore e contribuire a una migliore efficienza collettiva.

Queste iniziative dimostrano la capacità delle cooperative di organizzarsi a livello di ecosistema per affrontare le sfide dell’era digitale. Ma, a mio avviso, sono ancora caratterizzate da una doppia limitazione. La prima è che, per la maggioranza, questi sistemi digitali sono in realtà centralizzati: le cooperative delegano la gestione del sistema (e dei dati) a un’entità centrale e questa relazione di dipendenza può creare dubbi o resistenze da parte dei membri. La seconda, queste iniziative riguardano settori e applicazioni specifiche: le collaborazioni sono limitate alle imprese che adottano il sistema in questione ed escludono le cooperative che presentano sistemi diversificati e riducono la molteplicità di collaborazioni possibili (collaborazioni intersettoriali e internazionali per esempio).

 

Tra le principali tematiche che l’innovazione tecnologica introduce nel dibattito contemporaneo, vi è quella relativa all’utilizzo dei dati, sempre più concepiti come risorsa in grado di fare la differenza a livello di competizione e innovazione. Come ritiene che questo tema possa essere affrontato dal movimento cooperativo e quali azioni potrebbero mettere in campo le singole organizzazioni per superare le logiche meramente estrattive oggi dominanti?

Louis Cousin: La gestione dei dati è una delle maggiori sfide contemporanee. L’economia digitale è onnipresente nelle nostre vite: ormai tutto si può fare con un’app e stiamo diventando dipendenti da questi sistemi online. Eppure, non abbiamo fiducia in loro! Sempre più spesso il mondo mediatico ci informa sul potere crescente dei GAFAM, che sembrano avere come obiettivo il controllo di tutti gli aspetti delle nostre vite. Allo stesso tempo, accettiamo continuamente di condividere i nostri dati con loro – e onestamente, non credo che l’opzione ‘accetto i cookies’ porterà ad un reale cambiamento. Esistono alternative, in particolare collegate al movimento open source ma, ad eccezione di pochi esempi divenuti famosissimi (Firefox, Wikipedia, Linux, WordPress…), la resistenza ai GAFAM a livello di singola organizzazione dà risultati modesti. Sviluppare un’applicazione web è costosissimo: parliamo di un impegno minimo nell’ordine delle decine di migliaia o spesso delle centinaia di migliaia di euro, e di parecchi mesi di sforzo. Poi, quando l’applicazione è finalmente online, il confronto può essere frustrante: il design e l’esperienza utente non sono al livello di quello che si può trovare (gratuitamente) sul mercato. Infine, la maggioranza di queste app, non riescono a coinvolgere gli utenti e vengono progressivamente dimenticate. E infine, per quanto riguarda la gestione dei dati, usualmente non si fa molto meglio dei concorrenti, nel migliore dei casi questi dati vengono conservati in un server che non appartiene ai GAFAM.

Come accennavo precedentemente, il movimento cooperativo si sta organizzando per affrontare questa situazione. Esistono consorzi e gruppi cooperativi che hanno la capacità finanziaria necessaria per sviluppare i loro propri sistemi d’informazione, che gli garantirebbero il controllo sulla tecnologia e sui dati che producono. Ma queste iniziative hanno carattere esclusivo: portano benefici solo ai membri del gruppo. Il World Wide Web Consortium (W3C) sta sperimentando una via alternativa. Il W3C è l’organizzazione che produce e gestisce gli standard aperti del web, alcuni dei quali sono molto conosciuti anche dal grande pubblico: la http:// con cui inizia l’indirizzo dei siti web è uno di questi. Con una URL, è possibile accedere a ogni sito web pubblico, qualsiasi computer, browser o sistema operativo si utilizzi. Una possibilità che si deve alla leadership di Tim Berners-Lee e alla sua convinzione della necessità di permettere a ognuno di condividere ed accedere a ogni informazione sul web in modo decentralizzato. Oggi, Tim Berners-Lee osserva che il web si sviluppa invece in un modo centralizzato: le grandi piattaforme aggregano dati, che utilizzano con scarsa trasparenza per consolidare posizioni dominanti.

In risposta alle logiche delle grandi piattaforme, Tim Berners-Lee e la comunità del W3C stanno lavorando su nuovi standard, in grado di permettere l’avvento di un web dei dati decentralizzato: Solid. Il primo aspetto importante della visione Solid è che i nostri dati non dovrebbero essere controllati dalle piattaforme web, al contrario, dovrebbero essere immagazzinati in server controllati dagli utenti che poi decidono di condividere questi dati con i servizi che vogliono utilizzare. Il secondo aspetto riguarda le applicazioni che, utilizzando standard web aperti comuni, diventano capaci di scambiare dati tra di loro. Ciò significa che concretamente, per lanciare una nuova applicazione, non si ha più bisogno di raccogliere dati da migliaia di utenti: è necessario solo connettere la nuova piattaforma ai server nei quali si trovano i dati di cui si ha bisogno per permettere al servizio di essere utilizzato. Gli standard Solid sono oggi testati da diversi attori del web e, a mio avviso, hanno un potenziale enorme per il movimento cooperativo. Prima di tutto, mi sembra fondamentale il fatto che le cooperative garantiscano ai loro membri il pieno controllo sui dati personali: gli standard Solid possono costituire una valida opportunità per il movimento di mettere in pratica un web rispettoso di questo diritto. Per lo più, esistono già progetti di cooperative di dati, in particolare nel campo sanitario: Solid sarà anche un’opportunità per consolidare la loro posizione, ed offrire agli utenti sistemi di gestione adattati alla diversità delle situazioni individuali. In secondo luogo, Solid costituisce una opportunità di mettere in pratica il sesto principio cooperativo e di pensare il cambiamento tecnologico al livello di ecosistema. Si consideri, ad esempio, l’avvio di una nuova attività cooperativa. Oggi, per vendere i suoi beni online, essa deve investire in una web app, e convincere i suoi clienti a registrarsi per accedervi. In questo modo gli utenti potrebbero vedere soltanto i prodotti della singola attività – e non sarà certamente possibile garantire la stessa diversità che offre Amazon. Se sono motivati a comprare da una cooperativa, gli utenti devono visitare il suo sito, poi il sito della cooperativa vicina, poi quello di una terza cooperativa… e a questo punto devono mangiare veramente e quindi vanno al supermercato. Solid potrebbe risolvere il problema connettendo il sito con quello delle altre cooperative. E per la consegna a domicilio? Il sito comunica anche con CoopCycle, l’app dei fattorini cooperativi. Tutto questo senza centralizzare i dati: si tratta infatti di server che comunicano tra di loro, per rispondere ad un bisogno specifico di un utente identificato ed autorizzato. Per concludere, Solid può dare l’opportunità di costruire un web dei dati conforme ai valori cooperativi e articolato sul sesto principio di cooperazione tra le cooperative.

 

All’interno di questi processi può giocare un ruolo importante una realtà come Cooperatives Europe. Come si struttura questo organismo? Quali sono le sue caratteristiche e i suoi obiettivi? Che progetti sta portando avanti?

Louis Cousin: Cooperatives Europe è l’associazione cooperativa a livello europeo. Rappresenta il movimento cooperativo nei confronti delle istituzioni europee; promuove i valori cooperativi verso il grande pubblico; e incoraggia l’innovazione cooperativa attraverso progetti europei di condivisione d’informazioni, buone pratiche, conoscenze e competenze. I suoi membri sono in maggioranza altre associazioni cooperative, che operano sia al livello nazionale che europeo. È importante sottolineare che Cooperatives Europe è una struttura piccolissima: conta solo una decina di impiegati. Ma sono convinto che Cooperatives Europe e le altre associazioni cooperative possano avere un ruolo chiave nella transizione digitale del movimento cooperativo. Infatti, come ho prima accennato, manca una strategia collettiva del movimento verso le nuove tecnologie.

Le associazioni cooperative come Cooperatives Europe hanno la responsabilità di costruire e diffondere una visione cooperativa della transizione digitale. Questo vuol dire aiutare i loro membri a comprendere le opportunità tecnologiche e a declinarle rispetto ai valori comuni del movimento cooperativo. Ovviamente, le associazioni cooperative non hanno la capacità di rispondere da sole a tutti gli aspetti collegati agli standard tecnici, però sono in grado di porre le condizioni (eventi pubblici, forum, pubblicazioni) affinché la discussione collettiva si organizzi intorno a questi temi cruciali. In seguito saranno esperti e dirigenti di cooperative a incaricarsi del resto. Va sottolineato che Cooperatives Europe sta già conducendo progetti d’innovazione con gli standard Solid: è in corso la sperimentazione di una biblioteca decentralizzata di documenti rivolti agli imprenditori cooperativi, che connetterebbe diversi siti internet nazionali. Questo costituisce una prima pietra per dimostrare il potenziale di una visione cooperativa della transizione digitale.

 

Alla ricerca accademica lei affianca anche un’esperienza come consulente per progetti sulla trasformazione digitale di ecosistemi cooperativi e sul cooperativismo di piattaforma e come imprenditore cooperativo. Quali sono gli aspetti tecnologici e gli esempi più interessanti che si stanno sviluppando? Come si inserisce nella riflessione in corso sulle piattaforme cooperative il progetto di Startin’blox?

Louis Cousin: La cooperativa Startin’blox collega tre visioni: gli standard Solid, l’open source e la cooperazione. La sua ambizione è di organizzare un sistema di mutualizzazione per la nascita di ecosistemi digitali decentralizzati. Per questo, sviluppa applicazioni open source che rispettano gli standard Solid. La natura open source permette alle cooperative di mutualizzare i costi. Quando una cooperativa ha investito in una app, quella è messa a disposizione del collettivo, gratuitamente. Poi, un’altra cooperativa può investire per migliorare questa app e così raggiungere livelli di design comparabili alle grandi app del mercato. L’adozione degli standard Solid permette a queste app di collegarsi tra di loro, rendendo possibile così una mutualizzazione delle risorse al livello dell’ecosistema. In conclusione, la visione è di permettere una costruzione e una implementazione no-code delle applicazioni. Le organizzazioni saranno capaci di costruire le loro app a partire dai componenti disponibili, e di metterle online sul loro sito – senza doversi rivolgere a costose consulenze –. Io conduco una ricerca-azione dottorale, come lavoratore a Startin’blox e studente alle università Laval (Canada) e Paris-Saclay (Francia). Studio il ruolo delle associazioni cooperative nella disseminazione delle tecnologie basate sugli standard aperti del web. Da questo emerge chiaramente la connessione tra il mio campo di studio e l’attività di Startin’blox.

Scritto da
Andrea Baldazzini e Davide Regazzoni

Andrea Baldazzini: Docente a contratto e assegnista di ricerca al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna dove svolge attività di ricerca sui temi dell’imprenditoria sociale e delle trasformazioni dei sistemi di welfare territoriale. Davide Regazzoni: Frequenta il corso di laurea magistrale in Scienze storiche e orientalistiche all’Università di Bologna.

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